24 settembre 2018

Cristianità, pace e giustizia

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Sul compito che nella presente fase storica attende un cristiano abbiamo chiesto a don Alessandro Santoro, sacerdote delle Piagge, rappresentante della Chiesa che ricerca nuovi linguaggi e strumenti di evangelizzazione.
Nell’attuale situazione mondiale come può la Chiesa contribuire alla pace?
La fratellanza universale è il suo compito principale. Tonino Bello parla di Chiesa come luogo di convivialità delle differenze, di incontro di popoli, ciascuno con la propria storia, la propria cultura e le proprie peculiarità, un luogo di accoglienza e dialogo costruttivo, perché le diverse esperienze e specificità possano diventare una vera ricchezza. Padre Balducci ha detto che l’uomo planetario deve incontrare l’altro, affermare nel mondo l’uguaglianza e la giustizia per realizzare il sogno di Dio di poter ritornare a passeggiare tranquillamente alla brezza del giorno nel giardino creato affinché tutte le sue creature vivessero insieme in pace, come nel racconto della Genesi.
La missione della Chiesa richiede quindi oggi come mai prima attenzione, accoglienza, tolleranza?
Il compito profetico che attende la Chiesa è di ascoltare, accogliere, cercare l’altro, il diverso, la sua cultura; la verità va vissuta ogni giorno camminando alla sua ricerca nel confronto, nell’incontro. La Chiesa deve scoprire il bisogno della verità dell’altro e vivere la dimensione del divenire.
Ma è sufficiente la parola senza l’esempio coerente? Quali esempi può e deve dare oggi l’uomo responsabile?
Per favorire l’instaurarsi dell’uguaglianza e della giustizia tra gli uomini anche il credente deve fare scelte nuove e più radicali. Deve improntare la propria esistenza a un modo sobrio di consumare, deve ridurre gli sperperi; non è vero che il nostro futuro è legato a un crescente livello di consumi, vale l’esatto contrario. Anche il cristiano deve optare per forme di economia alternative, deve decidersi a un consumo responsabile e critico, rinunciare al superfluo, all’inutile, magari dannoso, che inonda il mercato, evitare operazioni speculative. Esiste un principio etico fondamentale: non arricchirsi, non accumulare. Il Vangelo ha insiti in sé i concetti di giustizia, sociale ed economica, e di pace; pretendere di definirsi cristiani e non perseguire la giustizia, che è poi l’unico presupposto per la pace, è una contraddizione in termini. Allora credo che i cristiani abbiano il dovere imprescindibile di praticare prima e testimoniare poi la giustizia, la solidarietà, l’uguaglianza sociale.
Gino Strada ha detto che nel mondo sottosviluppato si muore di fame, mentre nell’Occidente ricco si muore di colesterolo. Non le pare che l’ingiustizia capitalistica sia la causa degli squilibri, dell’instabilità e dei conflitti che insanguinano tutto il pianeta e di una società poco umana?
Una società delle disuguaglianze non può essere una società cristiana. Un modello di sviluppo che concentra le risorse del pianeta nelle mani di pochi, abbandonando nel bisogno la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, è contro l’uomo. Ma è quello che sta avvenendo, la forbice tra Nord e Sud del mondo si allarga sempre più. La politica economica che promette di portare tutti i paesi al livello nostro è frutto di una logica perversa: secondo gli studi dei maggiori organismi internazionali, non sospettabili di prevenzione anticapitalistica, perché questo possa realizzarsi ci vorrebbero altri cinque pianeti come il nostro. Bisogna, se veramente si vogliono risolvere i problemi che ci minacciano tutti, nessuno escluso, opporsi alla globalizzazione liberista a favore di uno sviluppo sostenibile, attuare una distribuzione equa delle risorse che preveda un’uguaglianza sociale ed economica vera e concreta.
Non ritiene che per poter contribuire ad una società per l’uomo la Chiesa debba essere più disposta a stare tra i poveri, i senza diritti, piuttosto che accettata dai mercanti del tempio?
La Chiesa non deve aver paura di essere minoranza, non deve aver paura di perdere una parte del suo potere. Una Chiesa meno ornata e più esperta in umanità può invece rivitalizzarsi e riacquisire la capacità di incarnarsi, di stare dentro la Storia. Deve saper essere povera per vivere accanto ai poveri, agli impoveriti, per camminare insieme a chi ha bisogno e chiede giustizia. L’arcivescovo di Recife ha detto: “quando mi soffermo coi poveri mi considerano cristiano, quando cerco di rimuovere le cause della povertà e dell’ingiustizia mi dicono che sono comunista”. L’impegno della Chiesa e del cristiano è di stare dentro, di rimuovere le cause dell’ingiustizia, perdere potere e guadagnare la capacità di trovarsi accanto, di diventare compagno di strada.
I talebani afgani furono appoggiati dagli USA in funzione antisovietica per poi venire combattuti, Saddam prima è stato armato e poi si è scatenata una guerra atroce con il pretesto di privarlo delle armi di distruzione. L’Occidente ha investito armi e aiuti a favore di regimi e personalità screditate. Sarebbe stato possibile invece e opportuno far crescere la società civile nel Sud del mondo, anche nei Paesi che per reazione ora abbracciano il fondamentalismo?
L’economia mondiale si regge sulla guerra, e l’opzione militare condiziona le scelte politiche. La politica è serva dell’economia e della grande finanza. Il conflitto in Iraq e quello in Afghanistan sono solo due esempi macroscopici della guerra come mezzo del mercato globale. Ogni altra giustificazione non regge: creare condizioni evidenti di instabilità non fa altro che crescere l’odio e il rancore, il terrorismo viene esportato dove non c’era; in Iraq è stata la guerra di Bush a suscitare un rigurgito di fondamentalismo in un paese prima certo antidemocratico però sicuramente laico.
Entro il 2010 sono previsti in Africa 40 milioni di orfani per AIDS, il 95% portatori di virus. Nel 2001 sono morti 3 milioni e ottocentomila bambini al di sotto dei 15 anni. È solo un esempio. Eppure nel 2003 gli Stati Uniti hanno speso 500 miliardi di dollari in armamenti, l’Europa 250 miliardi di dollari. Bene, uno studio dell’ONU ha calcolato che con 13 milioni di dollari per un anno si potrebbe risolvere il problema della fame per tutto il pianeta.
Se non vogliamo che entro 50 anni, come previsto da uno studio del Wuppertal Institut, il nostro pianeta collassi, occorre cambiare registro. Non è più il tempo dei se e dei ma, degli opportunismi se abbiamo a cuore il nostro avvenire.
E in verità qualche lume di speranza si intravede: ci sono gruppi, organizzazioni, volontà, intelligenze, nascono spazi di convivialità e di resistenza. È necessario metterli insieme, riconnettere il tessuto fragile, creare una coscienza collettiva, estesa e salda, fare della società civile la quinta potenza mondiale.

Fulvio Turtulici

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