Crisi economica? No, lotta di classe

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I piani della borghesia
di Michel Husson*

Se qualche illuso poteva ancora pensare che la crisi potesse sfociare in una migliore “regolazione”, o addirittura in una “rifondazione” del capitalismo, la ripresa insolente dei profitti bancari, dei bonus dei trader, e della speculazione dovrebbe bastare ad illuminarlo. La logica di questo sistema è di cercare di ricreare il più presto possibile le sue condizioni di funzionamento, certo perturbate dalla crisi, ma ottimali per i possidenti. Gli Stati borghesi, dato che bisogna chiamarli con il loro nome, hanno riversato tutti i soldi necessari per salvare le loro banche, con poche o quasi nessuna contropartita. C’è evidentemente una logica implacabile, ma che si spiega in modo abbastanza semplice: in fondo, è la finanza che governa le “democrazie”.

Detto questo, lo choc è stato forte e non sarà facile da riassorbire. Da questo punto di vista, l’ultima edizione delle Prospettive economiche dell’OCSE può essere letto come un modus operandi o come un programma d’azione. Il rapporto inizia con il presentare previsioni relativamente rassicuranti: è la catastrofe nel 2009, è mediocre nel 2010, ma “ripartirà” (il PIL) nel 2011, più o meno come prima. Pertanto, anche se il tutto è inserito in questo scenario piuttosto roseo, i contatori non saranno rimessi a zero per molto tempo e bisogna dunque “preparare l’uscita”: è proprio questo il titolo dell’editoriale firmato da Jorgen Elmeskov.

Primo obiettivo: i deficit pubblici. Per risanare i bilanci, andranno adottate misure “importanti, il più delle volte e in taluni casi radicali” ma, nel contempo, non bisognerebbe che fossero “messe in atto ad un ritmo che possa nuocere alla ripresa”. D’altro canto è “imperativo che le autorità conservino la fiducia dei mercati, dei capitali e delle famiglie”. Come fare allora per guadagnare questa fiducia adottando il timing giusto? Risposta: mettendo in campo “senza tardare delle riforme per troppo tempo differite dei sistemi pensionistici e sanitari” che “dovranno avere un ruolo di primo piano per assicurare la viabilità delle finanze pubbliche”. Ecco cosa conforterà i mercati finanziari; per le famiglie il conforto sarà sicuramente minore! Poi il dizionario delle idee prese a prestito continua. Imposte: evitare di aumentarle. Settore pubblico: migliorare la sua “efficienza mantenendo le sue realizzazioni, ma riducendone le risorse”. E via di questo passo.

Secondo obiettivo: il mercato del lavoro. Si tratta di ritornare su tutte le misure prese durante l’urgenza della crisi, viene affermato senza giri di parole: “man mano che la ripresa progredirà, le misure d’urgenza ( ad esempi i sistemi di indennizzazione della disoccupazione parziale) dovranno essere progressivamente soppressi, dato che il loro mantenimento indebolirebbe la capacità produttiva dell’economia”. Il cinismo si manifesta qui con un assenza di pudore spaventosa: “i dispositivi che favoriscono il numero delle ore lavorate, che sono stati molto utili per ammortizzare la disoccupazione nel periodo di recessione, devono essere seguiti da vicino per evitare che non diventino permanenti”. Questo significa che sarà necessario attaccarli direttamente: “dei disincentivi sufficienti dovranno essere in campo per dissuadere i datori di lavoro e i salariati a ricorrere a questo tipo di dispositivi in tempi normali”. Ma cosa significa “tempi normali”, quando ormai i tassi di disoccupazione hanno superato un livello tale che saranno necessari anni, nella migliore delle ipotesi, a ridiscendere?

Questo testo deve essere letto come un contributo alla definizione di una strategia globale. E’ in luoghi come l’OCSE che si elaborano i piani della borghesia, unitamente alle loto presunte giustificazioni ammantate da argomenti da esperti. Prima della crisi, il miliardario Warren Buffet dichiarava: “C’è una guerra delle classi (class warfare), è vero, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che conduce questa guerra, e saremo noi a vincerla” (New York Times, 26 novembre 2006). Ciò che si prepara con i termini di “uscita dalla crisi” è un nuovo episodio di questa guerra sociale. Si tratta cioè, e indipendentemente dal prezzo che dovrà pagare la maggioranza della popolazione, di “non indebolire la capacità produttiva dell’economia”, vale a dire di ritornare ad un funzionamento normale degli affari e a un tasso di profitto soddisfacente.

*articolo apparso sulla rivista francese Politis il 3.122009. Traduzione in italiano a cura della redazione di Solidarietà.

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