Crisi e disoccupazione, Gallino: “E' la conseguenza di 45 tipi diversi di contratti a termine”

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di Alessandro Barbera

È accaduta la cosa più semplice che potesse accadere: a perdere il lavoro sono stati anzitutto coloro che possono essere mandati via senza dover affrontare alcuna trattativa sindacale». Sui temi del lavoro Luciano Gallino è un conservatore convinto. «Non è scritto nelle leggi della globalizzazione che ci debbano essere 45 tipi di contratti a termine», l’organizzazione del lavoro è quella degli anni cinquanta».

Luciano Gallino
Luciano Gallino

Professor Gallino, perché così tanti giovani fra i disoccupati?
«La politica del lavoro di questi ultimi anni ha presentato il conto. Sette contratti firmati su dieci erano a tempo determinato. Era prevedibile che, in caso di crisi, a perdere il posto per primi sarebbero stati gli under 35».

Il tasso di disoccupazione però è ancora sotto l’8%. Secondo alcuni entro la fine dell’anno dovrebbe superare addirittura il 10%. Il dato è forse al di sotto delle attese dei più pessimisti?
«Non saprei. Va però sottolineato che la differenza fra noi e altri Paesi, come gli Stati Uniti, è che il nostro tasso di disoccupazione indica solo coloro che cercano attivamente lavoro. E’ probabile che il numero di disoccupati reali sia superiore».

Crede ci sia il rischio di tensioni sociali per il futuro?
«Per il momento, fortunatamente, sembra di no. I Paesi a rischio sono altri: penso alla Francia o agli Stati Uniti».

Secondo lei cosa ci salva da questa eventualità?
«A sostenere i redditi dei più giovani ci sono le famiglie e – non dimentichiamolo – il lavoro nero, che vale il 18% del prodotto interno lordo. Anche quella è una forma di assistenza al reddito. Ma quello è anche, aggiungo, il sintomo di una totale mancanza di diritti. Per di più per chi ne può usufruire, quelli che noi barbaramente chiamiamo “ammortizzatori sociali”, come se si trattasse di un pezzo di un’auto, sono i peggiori d’Europa. Questo è un sistema di tutele deprimente».

Che intende dire?
«Un lavoratore tutelato riceve al massimo il 60% dello stipendio per pochi mesi. E questo provoca sentimenti di ansia e frustrazione. Per avere più fiducia nel futuro ci vorrebbero tutele più lunghe».

Il ministro Sacconi invita i giovani a tenere duro e ad accettare il lavoro che trovano, anche i più umili. E’ d’accordo?
«A mio avviso ciò che il ministro Sacconi auspica avviene già da molto tempo».

Lei punta il dito contro l’eccesso di contratti a termine, ma forse grazie ad essi stiamo evitando una crisi ancora peggiore. Non è così?
«Non sostengo che i contratti a termine debbano sparire, ma 45 tipologie sono francamente troppe. Ce ne dovrebbero essere al massimo 6 o 7. Tutti gli altri contratti dovrebbero essere a tempo indeterminato».

Non c’è invece un problema di eccessiva tutela per chi il lavoro ce l’ha?
«E’ evidente che c’è un problema di riequilibrio delle tutele fra generazioni. Ma la crisi, non va dimenticato, sta colpendo tutti. All’Inps nei primi quattro mesi di quest’anno sono state depositate un milione di domande di sussidi. Questo significa che al netto della crisi i problemi delle imprese sono altri. Ovvero una bassa produttività, poca ricerca, una organizzazione del lavoro vecchia di cinquant’anni. Per risolvere questi problemi la flessibilità del lavoro serve a poco».

[Fonte La Stampa]

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