Cresce l'altra economia: le imprese sono 167 mila

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Solo il Lazio, tra tutte le Regioni italiane, ha approvato, nel luglio scorso, una legge quadro per queste aziende Il consumo Tra il 2006 e il 2008 si è registrato un più 66% per i Gruppi di acquisto solidale e un più 47% per le aziende che fanno vendita diretta Il software Il 12,9% delle aziende italiane usa sistemi operativi liberi e chi li fornisce occupa oltre 27 mila persone e crea valore aggiunto per un miliardo e mezzoAgricoltura bio, energia, commercio: rappresentano il 3,8 per cento del Pil Un milione e 400 mila lavoratori

di Gabriela Jacomella

Strana bestia, l’ altra economia. Che non si capisce bene dove inizi e dove finisca, o quantomeno non c’ è legge (ancora) che la definisca in dettaglio; eppure esiste, ed è ben più solida di quanto si potesse immaginare. Perché uno dice commercio equo, o energie rinnovabili, o ancora turismo responsabile, e pensa a settori di nicchia, per sporadici idealisti. E invece a mettere tutte in fila le imprese e le associazioni no profit del Paese, ecco la sorpresa: 3,82% del Pil, 6% degli occupati. Il tutto distribuito su oltre 167 mila aziende, per un valore aggiunto (in sintesi, la differenza tra valore dei fattori di produzione e valore finale del prodotto) di 60 miliardi di euro. Nessuno lo avrebbe immaginato, e forse anche per questo nessuno finora si era preso la briga di calcolarlo. Lo hanno fatto quelli della società di consulenza specializzata Obi-One. Con i dati del loro rapporto, a Roma, è stata inaugurata la prima Festa nazionale dell’ altra economia (www.altraeconomia.org).

Strumenti di analisi tradizionali, come il calcolo del Pil, per qualcosa che fatica ad essere contenuto nelle griglie abituali di valutazione. Perché c’ è, innanzitutto, una compresenza di realtà molto diverse fra loro: imprese industriali o di servizi, ma anche organizzazioni no profit (con entrate annuali sopra i 50 mila euro). In comune, una serie di valori fondanti: assenza di scopo di lucro (nel senso che il surplus è reinvestito nell’ impresa stessa, dal miglioramento delle condizioni di lavoro alla riduzione dell’ impatto ambientale), efficienza, trasparenza, partecipazione, responsabilità sociale e ambientale. Insomma, un universo variegato di aziende e cooperative, reti e comitati, per i quali il profitto non è l’ unico fine. Ma che producono, e in misura consistente, utili e occupazione. Nell’ istantanea c’ è spazio per l’ agricoltura biologica e il commercio equo e solidale, e ancora finanza etica e credito cooperativo, energie rinnovabili, riuso e riciclo, software libero.

Alcuni di questi comparti sono stati riconosciuti da tempo come parte integrante della nostra economia: l’ agricoltura biologica, ad esempio, che non a caso rappresenta, con i suoi 190 mila lavoratori, una delle realtà più forti del sistema. Ma il rapporto va oltre, fotografando l’ aumento del consumo bio, soprattutto sulla «filiera corta»: tra 2006 e 2008, +66% per i gruppi di acquisto solidale, +47% per le aziende che fanno vendita diretta. Anche i settori consolidati, insomma, rivelano sorprese.

Il commercio equo, per dire: dopo il boom di fine anni ‘ 90, è il momento della scoperta di nuovi territori, come la ristorazione solidale. I prodotti fair trade entrano nelle mense scolastiche, con un balzo avanti nel fatturato che il Consorzio Ctm-Altromercato ha quantificato, a fine 2008, in un incredibile +158%. E che l’ altra economia possa trasformarsi anche in strumento di ripresa lo testimonia l’ avventura del Sicomoro (www.ilsicomoro.org). Un’ associazione dell’ Aquila che prende il nome da un bellissimo albero mediterraneo che il sisma di aprile è quasi riuscito a sradicare: la loro bottega nel centro storico è stata danneggiata in modo irreparabile. «Il terremoto – spiega Luca Martinelli, del mensile di settore L’ Altreconomia (www.altreconomia.it) – è stato una sorta di applicazione alla realtà abruzzese della shock economy di Naomi Klein: un momento di cesura, in cui scegliere che cosa doveva ripartire e ciò che poteva essere lasciato morire».

Per le associazioni del luogo, l’ obiettivo è da subito chiaro: salvare l’ altra economia, sfruttandone tutto il potenziale di solidarietà e coesione sociale. «L’ idea del Sicomoro è stata quella di ridare uno spazio fisico al mondo articolato che c’ è sul territorio aquilano, aperto ai prodotti del commercio equo come ai produttori locali (che rischiano di essere assorbiti da realtà esterne)». Grazie a una campagna di raccolta fondi, è in dirittura d’ arrivo l’ acquisto di un terreno fuori città. Per realizzare una struttura in legno da cui far ripartire, dal basso e in maniera sostenibile, l’ economia della zona. Ma insieme ai «soliti noti», sia pure visti in chiave innovativa, nel primo ritratto di famiglia dell’ altra economia ci sono anche protagonisti sorprendenti. Come quelli quasi 6 mila aziende che lavorano con il software libero, un settore che i non addetti ai lavori faticano a ricollegare a un’ idea di ritorno economico. E invece, stando ai dati Istat, il 12,9% delle nostre imprese usa già sistemi operativi liberi; dove ci sono più di 250 dipendenti, si sfonda il 42%.

Per spiegarne il motivo, Gabriele Francescotto cita Monaco di Baviera: «Al Comune, Microsoft aveva preventivato 23 milioni di euro di spesa per l’ aggiornamento triennale di applicativi che avrebbero coinvolto 8 milioni di persone. Hanno preferito investire 32 milioni in software non proprietario. Perché dopo 3 anni molte licenze proprietarie scadono, mentre un software libero si può adattare, farlo durare di più. E i sistemi a codice aperto si sono dimostrati più affidabili sul fronte sicurezza». Francescotto ha 33 anni, nella sua azienda (www.opencontent.it) lavorano in quattro, per il Comune di Trento come per gruppi no profit. «Con la crisi abbiamo avuto un’ esplosione di offerte, dall’ Italia e dall’ Europa. Ad alcune abbiamo dovuto rinunciare». Fin qui, l’ entusiasmo. Che diventa, però, difficile da incanalare, in mancanza di norme specifiche. Con una sola eccezione, perlomeno a livello regionale: il Lazio. Che il 17 luglio ha approvato la prima legge quadro sull’ altra economia in Italia.

Non a caso, la Festa all’ ex Mattatoio di Testaccio, sede della Città dell’ Altra Economia, è promossa da loro. «La nostra scommessa – spiega l’ assessore al Bilancio Luigi Nieri – è stata credere da subito che questo fosse un settore, sia pur piccolo, della nostra economia. Il rapporto ci dà ragione: nonostante un periodo di crisi drammatico, quest’ area tiene. Perché negli anni ha sempre guardato al futuro». La legge nasce dalla volontà di «usare la Regione come motore a livello nazionale». Tra i punti centrali, la nascita di un distretto o di una Città dell’ Altra Economia in ogni provincia, l’ introduzione di incentivi e di un marchio, «visto che siamo all’ inizio è bene fare in modo che esistano delle regole». E in futuro? Chissà: in Brasile, per dire, il ministero del Lavoro ha un segretariato all’ Economia Solidária. Per il 3,82% del Pil, un pensiero si potrebbe pure farlo anche in Italia.

[Fonte Corriere della Sera]

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