Contro il razzismo nascosto

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forse per salutare, forse per chiedere qualcosa. E un gruppo di africani che con poche e povere cose al seguito sta affrontando un faticoso viaggio a piedi. Con questa doppia immagine l’Unhcr, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, ha promosso a Roma la Giornata mondiale del Rifugiato 2013. Il 20 giugno ci sono stati eventi e incontri in tutta Italia, i media hanno prestato un po’ di attenzione alla ricorrenza e l’immagine dell’Unhcr è stata vista da migliaia di persone senza provocare reazioni.
Noi invece crediamo che una qualche reazione ci vorrebbe. Perché quell’immagine è sbagliata: veicola un messaggio poco rispettoso nei confronti degli africani e informazioni inesatte. Noi siamo alcuni giovani della diaspora africana in Italia e vorremmo che sulla questione si aprisse un confronto e che l’Unhcr rivedesse la propria politica di comunicazione. Quando si entra nel sito dell’Unhcr Italia (in particolare cercando informazioni relative al 20 giugno), ci si rende conto che la maggioranza delle immagini pubblicate in home page fa richiamo agli africani.

La visione convenzionale dell’Africa, come continente monolitico attraversato da carestie, malattie e guerre e popolato solo da bambine infibulate e uomini armati di machete, ha creato molti alibi al colonialismo e al neocolonialismo. Con svariate ricadute sulla lingua quotidiana, dai famosi bambini del Biafra, rappresentanti universali dell’infanzia affamata, al “caldo africano” riproposto annualmente dai nostri telegiornali. Ma in Africa può fare anche molto freddo, per esempio in montagna. Quanti sanno però che ci sono in Africa vette innevate?

Quello comunicativo (spesso subliminale) rappresenta un razzismo inaccettabile e di cui gli africani sono doppiamente vittime. Infatti, oltre al fatto di essere ancora oggi percepiti negativamente dagli altri popoli, molto spesso diventano anche loro stessi portatori di questa visione del mondo. Questo spiega in parte la mancanza di reazioni di fronte alle immagini stereotipate e pietose degli africani, che tanti, non solo l’Unhcr, utilizzano per fare breccia nel portafoglio dei tanti possibili donatori. Ma nel caso dell’Unhcr c’è anche un problema di “pubblicità ingannevole”, malainformazione. Molti sono, infatti, convinti che la maggior parte dei rifugiati nel mondo siano africani. Anche se le statistiche pubblicate dalla stessa Unhcr dimostrano il contrario. Tra 2011 e 2012, nella classifica dei rifugiati giunti nei paesi industrializzati occidentali, gli africani vengono dopo gli afghani, i cinesi e i russi.

Di fronte a questi dati, è inevitabile chiedersi perché l’Unhcr Italia, pur sapendo meglio di tutti come stanno le cose, scelga questo tipo di comunicazione. Gli africani, indipendentemente dalla loro cittadinanza, sono da anni delle “vittime scelte” nella comunicazione altrui, senza il loro accordo perché… assicurano il risultato. Ma la nuova generazione africana esige più rispetto e giustizia. Anche nell’ambito della comunicazione. Ecco perché il 20 giugno abbiamo lanciato una petizione per invitare l’Unhcr Italia a cambiare registro e testimonial in vista delle prossime giornate mondiali del rifugiato.

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