23 settembre 2018

Consumare non fa la felicità

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Quanta superficie utile della terra utilizziamo con i nostri consumi? Qual è la nostra impronta ecologica? Si è svolta a Firenze la settimana dell’impronta ecologica promossa dalla Rete Lilliput. Una campagna per tornare a parlare di ambiente, per sensibilizzare i cittadini circa i rischi, per il nord come per il sud del mondo, di uno sviluppo incontrollato.
Abbiamo parlato di questi temi con Ugo Biggeri, presidente di Mani Tese, che ha partecipato alla realizzazione della campagna.
I movimenti sociali che si occupano di ecologia, che ruolo possono avere nell’esportare un modello di sviluppo alternativo nei paesi del sud del mondo?
Forse per la prima volta bisogna parlare di rivedere profondamente il nostro modello di sviluppo. Al sud del mondo possiamo dare suggerimenti che vengono dagli errori fatti da noi. Quindi cercare di fare in modo che saltino tutta la fase di industrializzazione pesante e di crescita dell’economia esclusivamente legata all’incremento dei consumi materiali. Ma la prima cosa da fare è lavorare sul concetto di sviluppo che c’è nel nord del mondo. Se domani mattina raddoppiassero i consumi di tutta l’Africa, questo non causerebbe un disastro ambientale, se invece aumentassero solo della metà i consumi degli statunitensi o degli europei, questo porterebbe gravissime conseguenze.
E il singolo consumatore occidentale che ruolo può avere in questo processo?
Ha un ruolo fondamentale, soprattutto rispetto alla cultura del consumo. Ci è stato inculcato infatti non solo che non dobbiamo preoccuparci delle conseguenze ambientali e sociali dei nostri consumi, ma che consumare è sempre un bene. È soprattutto su questo piano che bisogna intervenire. È importante consumare in modo responsabile e critico, ma prima ancora è necessario compiere un primo passo a livello mentale, culturale: sganciare la nostra idea di felicità dal consumo.
Negli ultimi anni i temi ambientali sono diventati la chiave di lettura di diversi eventi, che spaziano dalle tradizionali questioni ecologiche a ambiti più ampi di politica internazionale. Lo sviluppo sostenibile può diventare un’alternativa sociale a livello mondiale e non soltanto una scelta personale?
Direi che deve. Siamo arrivati ad un punto tale che in alcuni casi l’ecologia deve venire addirittura prima dell’equità. La popolazione mondiale è cresciuta così tanto negli ultimi anni e sono cresciuti così tanto i consumi che, se facessimo semplicemente un discorso di equità, per esempio sull’effetto serra dovremmo dire: uguali emissioni di anidride carbonica per tutti. Se invece utilizziamo la regola dell’ecologia vediamo che una simile affermazione, pur giusta in linea di principio, deve passare al vaglio di quelli che sono i limiti della natura. L’ecologia stabilisce il limite, poi l’equità farà in modo che questo limite sia uguale per tutti.

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