Concittadini Rom: le foto di Massimo D'Amato in mostra a Firenze

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Venerdì 1 Marzo al Museo Antropologico, via del Proconsolo 12, testi e collaborazioni di Zoran Lapov e Demir Mustafa, stampe bianconero di Fotomorgana. Alle 17 introduzione istituzionale, alle 18 proiezione del documentario “Mevleti Zikr – Rito sufi in un campo di sosta” di Silvia Lelli, alle 18.30 apertura della mostra.

Gaia Rau da Repubblica Firenze

Vivono nella nostra città, ma li conosciamo pochissimo. E spesso quello che sappiamo è filtrato da pregiudizi, equivoci storici, malintesi reciproci. Ha lo scopo di accorciare le distanze il viaggio condotto dal fotografo Massimo D’Amato insieme all’antropologo Zoran Lapov e al mediatore culturale Demir Mustafa nei luoghi delle comunità Rom macedone e kosovara a Firenze. Il risultato è in mostra da oggi a Palazzo Nonfinito, sede della sezione di antropologia ed etnologia del museo di Storia naturale dell’università.

L’esposizione, intitolata “In cammino nel tempo. Ko Phiripè e vaktesa”, è promossa dall’Arci e ideata da Lucilla Saccà e Monica Zavattaro e sarà visitabile fino al 21 maggio (inaugurazione ore 17; aperta lun. mar. giov. ven. ore 9-13, sab. dom. ore 10-17, ingresso libero). Rigorosamente in bianco e nero, e stampati su pellicola, gli scatti di D’Amato, il cui lavoro è da sempre focalizzato sui temi sociali, mostrano scene di vita quotidiana nei luoghi dove si svolge l’esistenza dei Rom provenienti dalla ex Jugoslavia e radicati in città fin dagli anni Ottanta: il campo del Poderaccio e quello dell’Olmatello, prima del suo smantellamento, le case popolari, ma anche le scuole, i centri di alfabetizzazione, gli ambienti di lavoro. «L’idea — spiega il fotografo — è quella di raccontare un doppio livello: quello dell’identità, ovvero i rituali religiosi, i matrimoni, le feste che si svolgono all’interno della comunità, e quello dell’interazione con il territorio e la città. Ho scelto volutamente immagini semplici, di tutti i giorni, non drammatiche o “potenti”, perché la condivisione della quotidianità serve a ridurre le distanze, a far capire che in fondo tutti siamo simili».

«Il nostro lavoro — spiega Lapov, che ha curato i testi che accompagnano gli scatti in mostra — si è concentrato su situazioni che sono il frutto di insediamenti esistenti da più di trent’anni e al tempo stesso delle politiche di integrazione messe in atto dalla città, dalla Provincia e dalla Regione. Proprio queste politiche, storicamente più incisive rispetto ad altrove in Italia, hanno fatto sì che, in un certo senso, le comunità Rom fiorentine abbiano acquisito una specificità rispetto alle altre». «Volevamo presentare le peculiarità culturali di queste comunità — continua l’antropologo — e al tempo stesso demolire alcuni stereotipi “zingareschi”, per esempio quello che i Rom non abbiano religione o rifiutino gli insediamenti stanziali».

E proprio la spiritualità occupa un ruolo importante negli scatti di D’Amato. Colpiscono, tra le altre, immagini di feste come la Ashura, la più importante per i musulmani sciiti, che celebra il martirio dell’ultimo imam, Husayn, o i bagni al mare, sul litorale toscano, in occasione di San Giorgio: «Per i Rom kosovari e macedoni l’aspetto religioso è piuttosto rilevante, anche se più o meno sentito in base alle famiglie, come avviene, del resto, in tutte le società — sottolinea Lapov — ma la loro non è una religione Rom in quanto tale: sono musulmani, e questo perché provengono da luoghi che sono stati sotto l’influenza islamica per secoli».

Un altro aspetto al centro del lavoro di D’Amato e Lapov è il ruolo della donna: «In queste comunità la struttura prevalente è il patriarcato, come in tutte le società balcaniche. Ma anche in questo caso il livello di emancipazione femminile varia in base alle famiglie: alcune sottraggono le ragazze dal processo di scolarizzazione molto presto, dopo i primi anni delle superiori, e questo è un terreno su cui le politiche territoriali possono fare progressi importanti. La ghettizzazione in un campo, per esempio, si ripercuote negativamente sulle ragazze, mentre per esempio vivere in case popolari aiuta la socializzazione».

L’indagine non riguarda invece i Rom di più recente immigrazione, quelli romeni, arrivati all’inizio degli anni Duemila: «Sono meno dei kosovari e macedoni, ma sono più visibili per il loro aspetto più “zingaresco” e per la minore integrazione: li vediamo chiedere l’elemosina, dormire alla stazione o in insediamenti disastrati. Il loro problema è che anche prima di arrivare qui erano ai margini della società. E’ difficile trovare un punto di contatto, anche se da parte delle associazioni c’è un forte impegno in questo senso: trovare un’interazione serve a studiare delle politiche adatte alla loro situazione, dei modelli che non devono necessariamente coincidere con quelli adottati per le comunità che li hanno preceduti».

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