21 novembre 2018

Con l'Africa nelle ossa: "Furaha" per i bambini della Tanzania

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Carolina Mancini per l’Altracittà

Venerdì 3 dicembre al circolo Andreoni di Firenze ci sarà una serata speciale, con aperitivo, musica e una mostra fotografica: l’obiettivo è quello di raccontare e sostenere un progetto che prevede la realizzazione di un centro fisioterapico per bambini in Tanzania.
Furaha (felicità in lingua swahili) è il nome dell’iniziativa, la cui avventura è iniziata un anno fa proprio nella nostra città. O meglio su Internet. O meglio ancora, nella testa di Luca Bregant, un osteopata che vive e lavora a Firenze e che aveva un bel po’ di esperienza con Emergency sulle spalle e la volontà di portare qualcosa del suo lavoro in Africa:
“L’anno scorso, girando su Internet, mi sono imbattuto in questa missione , guidata da un sacerdote, Filippo Mammana, che mi ha ospitato e poi ci ha dato degli spazi dove abbiamo allestito un centro di fisioterapia. Adesso abbiamo la possibilità di crearne altri 3 e un piccolo ospedale pediatrico”.
La missione, attiva da 30 anni, si trova nella città di Ilula, nella Tanzania sud-occidentale, all’interno di una regione grande 2 volte l’Italia, che conta 38 villaggi e 120.000 persone, di cui il 65% sono bambini (l’età media è 35 anni e un terzo della popolazione è affetto da HIV): la missione ne riunisce più di 400 fra orfani e portatori di handicap vari.
“Tornai dal primo viaggio in Africa con tantissime foto, che un’amica mi consigliò di esporre: è così che molte altre persone si sono avvicinate e si è creato il gruppo di volontari, un gruppo laico. Avevo tante idee, ma da solo ero un po’ “schiacciato”, invece assieme abbiamo deciso di creare questo progetto.”
Il primo anno è servito a organizzare il volontariato all’interno della missione, “abbiamo incrociato molte persone, medici provenienti da tutta Italia, ognuno diceva la sua,  magari contraddicendo ciò che era stato detto o fatto prima, mancava un coordinamento generale”.
Adesso il progetto entra nel vivo, per questo, spiega Luca, “nel 2001 chiederemo il riconoscimento come Onlus, perché dovremo iniziare anche a gestire soldi, che però, -precisa-, non vogliamo vadano a perdersi nei meandri burocratici o negli stipendi. Serviranno a portare avanti il nostro obiettivo generale, composto da diverse fasi.”
La prima prevede la creazione di un database con le schede anagrafico-sanitarie per tutti i bambini, in modo da poter poi procedere al reperimento dei farmaci di cui hanno bisogno (“i centri di assistenza ospedaliera sono a 100 km da lì, se un bimbo vede un medico una volta nella vita è un miracolo.”)
Questi farmaci, come anche alcuni strumenti elettromedicali, arriveranno dall’Italia, ma, ribadisce Luca, “intendiamo ridurre le importazioni al minimo, vogliamo usare le risorse locali e diffondere una formazione e una cultura socio-sanitaria che sia adeguata alla realtà del luogo. Vorremmo formare dei  manovali del corpo, in grado di fare un gesso, un massaggio, di capire se il fegato di un bambino è troppo grande… Per far questo costruiremo entro 2 anni una scuola di fisioterapia (usando le strutture della missione che, ad esempio, dispone di una falegnameria)  per creare una classe di allievi che in tre anni diventino maestri e gestiscano le cose in maniera autonoma.”
Centri di fisioterapia però, si corregge Luca, non è il termine adatto, è più giusto dire di medicina preventiva: “ In una paese in cui le cure mediche costano come le case, e i farmaci dieci volte più che in Italia, la prevenzione è fondamentale. Per esempio, impiantare delle colture che diano apporto vitaminico necessario ad evitare le malattie da immunodeficienza, oppure erbe da cui si possano estrarre medicinali per curare le principali affezioni che non richiedono farmaci (gastrite, colite…). E’ assurdo pensare di mandare apparecchi che per questa realtà sarebbero semplicemente troppo sofisticati. Ci sono ad esempio tre lettini da dentista abbandonati perché manca l’elettricità, non c’è la possibilità di manutenzione, di sterilizzazione, non c’è un dentista… Spesso questi macchinari sono mandati lì per pura speculazione dalle ONLUS, che ci scaricano le tasse, e vanno a ingrossare i cumuli di rifiuti che già il nostro paese scarica in Africa in grandi quantità.”
I principi che animano questo progetto sono dunque anche il frutto di un sano scetticismo nei confronti delle attività di molte realtà grosse dell’associazionismo: “Tante volte arrivano, aprono un ospedale, lo inaugurano e poi se ne vanno: dopo due anni non resta più nulla…”
Scetticismo che non riguarda solo la medicina, ma per esempio, anche il turismo missionario: “Se fate una ricerca su Internet, i primi dieci siti che appaiono ti offrono soggiorni nelle missioni per 1800-2000 euro a settimana, con il risultato di un via vai di turisti che fotografano tutto il possibile e considerano quei giorni semplicemente una tappa del loro viaggio: una violenza, mi pare, nei confronti dei bambini e della gente del luogo.  Per questo abbiamo deciso di accettare ogni mese all’interno della missione, non più di 3-4 volontari senza particolari qualifiche, e gli richiediamo un contributo di 10- 15 euro giornalieri.” Contributo dal quale è esonerato, chiaramente, chi arriva a Ilula per lavorare a tempo pieno. “Non servono solo medici, ma anche insegnanti, agronomi, falegnami, elettricisti… L’obiettivo è quello di creare un flusso costante di persone che vadano giù interscambiandosi, proprio perché nessuno deve diventare indispensabile.”
Quello di venerdì inaugurerà poi una serie di appuntamenti che serviranno, nel corso del 2011, da aggiornamento dei lavori in corso. “Contemporaneamente, gli amici di Furaha ci potranno seguire anche sul sito (www.furaha.it), dove diamo tutte le informazioni utili a chi volesse intraprendere un viaggio, fare donazioni generiche o adozioni a distanza e dove metteremo anche una specie di “lista di nozze” con tutti gli apparecchi di cui abbiamo bisogno e che l’ortopedia Gualtieri ci fornisce a prezzi di listino: chi vuole potrà acquistarli direttamente.”

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