Come Stefano Cucchi. Picchiato in caserma muore dopo il ricovero. Si chiamava Giuseppe

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PICCHIATO IN CASERMA, all’interno di una struttura di Stato, ad opera di uomini dello Stato. Una storia che anche questa volta si conclude con una vita stroncata in circostanze oscure. Si chiamava Giuseppe Uva, aveva 37 anni, sappiamo solo che è morto come Stefano Cucchi o come Federico Aldovrandi, Uno in carcere, l’altro in strada. Giuseppe all’interno di un ospedale psichiatrico dove è stato accompagnato all’alba del 15 giugno 2008 dagli stessi carabinieri che, per un’intera notte, lo hanno selvaggiamente picchiato all’interno di una caserma di Varese. Questo racconta l’amico che era con lui, forse salvato dall’arrivo del padre. Non è una storia recente, è successo quasi due anni fa, ma si è scoperto soltanto ora, grazie al tam tam dei siti, grazie a una famiglia che non si rassegna e chiede giustizia, grazie anche all’ex deputato Luigi Manconi, Garante dei diritti dei detenuti, che vigila su chi si trova in condizioni di restrizione o inferiorità. Giuseppe non era un drogato, neppure un ladro o un violento.

Era uno come se ne trovano tanti, soprattutto in provincia. Uno che faceva lavori saltuari e la notte gli piaceva andare in giro e qualche volta alzava il gomito. Sono stati gli stessi carabinieri, proprio quella notte, interpellati dal 118, a definire la vicenda per cui è stato fermato “una lite tra ubriachi”. Insomma una storia da niente. Niente che giustifichi la tragedia che è seguita. Anche se Giuseppe Uva e il suo amico Alberto Bigiogero, non stavano affatto litigando quando sono stati fermati attorno alle tre di notte da una gazzella. Dice ora Alberto: “Eravamo solo un po’ alticci, per gioco ci siamo messi a spostare delle transenne verso il centro di Varese”. Era seguita una certa confusione, qualche automobilista si era messo a suonare il clacson, era arrivata la gazzella dei Carabinieri e poi anche una volante della Polizia.

Uno dei carabinieri conosceva Giuseppe, lo aveva chiamato anche per nome- – è sempre l’amico Bigiogero che lo racconta, unico testimone dei fatti – lui si era messo a correre. Raggiunto era stato caricato a forza sull’auto dei carabinieri, mentre Alberto veniva trascinato sulla volante della Polizia. Racconta ancora l’amico: “Io sono rimasto in una sala d’aspetto guardato a vista da un carabiniere, ma di lì sentivo le grida di Giuseppe che sono andate avanti per molto tempo. Dopo circa un’ora sono rimasto da solo per qualche minuto e ne ho approfittato per chiamare il 118, ho chiesto che mandassero un’ autoambulanza perché stavano massacrando qualcuno, stava succedendo un macello. Ho fatto a tempo a chiamare anche mio padre, gli ho detto di venirmi a prendere. Dopo un po’ non ho sentito più Giuseppe gridare. Ero contento, ho pensato che non lo picchiavano più”. Invece le cose non stavano così. Forse Giuseppe già agonizzava quando in caserma è arrivata la chiamata del 118 che chiedeva conferma dell’intervento richiesto da Alberto. Quando i carabinieri hanno risposto: “No è solo una lite tra ubriachi, adesso gli togliamo il telefonino”.

Alle quattro di notte è arrivato il padre di Bigiogero, poco prima era entrato uno che sembrava un medico con una valigetta: “Aveva gli occhi stretti, sembrava un cinese”. Alle cinque di mattina sono stati i carabinieri a chiamare l’autoambulanza: “Venite, abbiamo un Tso”. E cioè un trattamento sanitario obbligatorio che, tradotto, vuol dire: “Abbiamo un fermato che dà in escandescenze, bisogna por-tarlo subito presso un ospedale psichiatrico”. Ed è lì che la mattina alle 8 è stata convocata la sorella Carmela. Contattata in questi giorni da Maddalena Bolognini, giornalista del Tg3, la prima a portare alla luce questa incredibile storia di violenza, la donna ha raccontato: “Mi avevano telefonato per dirmi che avevano prelevato mio fratello per strada in condizioni atroci, quando sono arrivata nella stanza aveva la testa con sotto quattro cuscini e un lenzuolo, forse russava, faceva un suono strano.

Mi hanno detto: E’ sedato, non si preoccupi, quando si sveglia ci potrà parlare”. Giuseppe non si è più svegliato. “Mezz’ora dopo qualcuno è uscito dalla stanza – racconta ancora Carmela – e mi ha detto: Signora ci dispiace abbiamo fatto di tutto, ma non c’è stato nulla da fare… suo fratello è morto per arresto cardiaco. Era pieno di lividi, aveva un ginocchio gonfio, il viso irriconoscibile. Ma i carabinieri dicevano: Ha fatto tutto da solo: gridava, saltava, si picchiava come un indemoniato”. Sono passati due anni, nessuna risposta è stata data alle domande di Carmela. L’unica cosa che si sa è che in procura a Varese c’è un fascicolo aperto con il nome di due medici indagati, grazie alla testimonianza dell’amico Alberto. Un fascicolo che molti hanno fretta di archiviare. Ma oggi sono in tanti a volere sapere come e perché è morto Giuseppe Uva.

Fonte Il Fatto

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