"Colonna di fumo" su Gaza, la strage infinita

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Ieri l’esercito israeliano ha annunciato l’inizio dell’operazione ‘Cloud Pillar’ contro Hamas e altri fazioni palestinesi nella Striscia. Dopo il missile sparato da un drone che ha ucciso il leader della Brigata al-Qassam, altri raid si sono succeduti provocando una decina di vittime tra i civili palestinesi, tra loro molti bambini tra cui Raneen Arafat, 7 anni, e un bambino di 11 mesi. Secondo fonti dell’ISM che testimonia da Gaza, forti esplosioni si stanno verificando ovunque attorno a Gaza City e si teme molto presto anche l’invasione da terra.

Ricordiamo che più di 330 bambini sono morti nell’ultima operazione analoga a questa, Piombo Fuso, che ha ucciso più di 1400 persone in totale, per lo più civili. 

Marco Di Donato da Osservatorio Iraq

Mercoledì 14 novembre, pomeriggio. Mentre scrivo la tesi di dottorato il telefono squilla. È la redazione. Rispondo e parliamo distrattamente per due, forse tre minuti dei prossimi eventi da realizzare e dei prossimi articoli da scrivere, delle e nuove collaborazioni da seguire.

Poi d’un tratto dall’altro filo del telefono una domanda: “Hai visto cosa sta succedendo a Gaza?”.

Rispondo che no, non ho visto, sto seguendo poco la cosa, la tesi mi assorbe completamente.

Mentre parlo dò una rapida occhiata alle news in italiano. Sono tutte concentrate su quello che accade nelle varie città italiane con gli scontri fra studenti e poliziotti a farla da padrone.

Di Gaza, sono le 16 circa, nessuna notizia.

Riattacco tranquillizzando il mio interlocutore aggiungendo, non senza cinismo, che non succederà nulla: sono sempre i soliti morti, i soliti raid, le solite scaramucce che però lasciano sul terreno sempre qualcuno, quasi sempre palestinesi.

Continuo a lavorare tutto il pomeriggio sulla tesi, mi immergo nel lavoro, nemmeno sento il telefono che squilla una, due volte. Sono troppo concentrato, ho quasi finito il capitolo, niente può distrarmi.

Alle 19 stacco lo sguardo dallo schermo, sono a metà del lavoro di revisione del testo, ma gli occhi mi bruciano. Prendo in mano il telefono e solo allora mi accorgo di avere due chiamate perse.

E’ Muhammad (nome di fantasia) e chiama da Gaza.

Non è importante dire chi sia Muhammad è solo una persona che vive nella Striscia e che probabilmente ha chiamato. Non è importante conoscere il suo mestiere o il suo vero nome, Muhammad è un gazawi come tanti altri.

Lo richiamo subito. Non risponde. Accendo Skype, magari riesco a trovarlo lì. Il programma si avvia con un attimo di ritardo, picchietto le dita sulla scrivania. Non sono nervoso, o forse sì.

Muhamamd è in linea, è verde, lo chiamo. Risponde quasi subito.

“La pace sia con te. Oggi è stata una brutta giornata a Gaza”.

Rimango in silenzio, saluto sommessamente ed aspetto che sia lui a parlare.

“Sette morti e 14 feriti bombardano con gli F-16 con gli elicotteri Apache. Lo senti?”.

La comunicazione è troppo disturbata non sento nulla se non la sua voce a tratti anche interrotta. No, cosa dovrei sentire?

“Non lo senti il rumore del drone che gira sopra la casa?”

Avvicino l’orecchio alle casse del computer, ma niente. A dire il vero la cosa mi inquieta: non ho mai sentito il rumore di un drone e non o nemmeno mai pensato di affacciarmi alla finestra e sentire il rumore di un aereo da guerra pronto a bombardarti.

Vedo che Muhammad non è solo in casa. Al suo fianco intuisco la presenza della moglie e quella dei bambini che sono rintanati chissà dove in casa. Continuiamo a parlare.

Pensi che domani sarà peggio? “Solo Dio può saperlo”.

Avverto una forte inquietudine nelle parole di Muhammad. Una inquietudine unita ad un senso di rassegnazione e disperazione profondo.

Ogni tanto si distrae dalla conversazione, guarda la televisione, al-Jazeera. Cerca conferme, smentite, nuove notizie per capire come proteggere se stesso e la sua famiglia. Si confronta con la moglie, credo con il figlio più grande.

Sente dei nuovi colpi mi dice. Non vengono dal cielo però, ma dal mare. Almeno così sembra confermare la televisione. Sempre al-Jazeera.

La conversazione si interrompe a tratti, la sua voce diventa sempre meno chiara.

“Hanno ucciso un leader militare delle Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam, tale Ahmed al-Jabari”.

Le Brigate al-Qassam hanno rilasciato un comunicato, gli chiedo, dove hanno detto che “per Israele si apriranno le porte dell’inferno”. È vero?

“Si, ma per ora non mi sembra che abbiano sparato ancora solo un missile, mentre da oggi pomeriggio alle 16 tutta la Striscia è sottoposta più o meno frequentemente ai loro missili. Dovrebbero averne sparati circa cinquanta”.

Ma perché ora secondo te, perché attaccare adesso? “Ci sono le elezioni israeliane. È questo il motivo”. Secondo te possono entrare via terra? “Impossibile! Non ripeteranno quello che hanno fatto nel 2008-2009 (Piombo Fuso ndr)”.

La sua tuttavia mi sembra più una speranza che una certezza. Di certezze a Gaza in questo momento mi sembra ce ne siano davvero poche.

Non sento bene la sua voce. Ci sono delle grosse interferenze anche su skype.

La comunicazione si interrompe, ma prima faccio in tempo a dirgli che lo richiamerò domani per sapere, per capire, per assicurarmi che lui e la sua famiglia stiano bene.

Sperando che Muhammad abbia ragione.

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