Colombia, l'educazione della donna e l'eredità gesuita

image_pdfimage_print
FEMMINISMO E TROPICO
Di Sandro Bozzolo
Lunedì mattina di un giorno qualsiasi. L’occasione di qualcosa di alternativo si presenta sottoforma di un test d’inglese, che alcuni professori di lingue dell’Universidad del Norte di Barranquilla – tra i quali, perché il cosiddetto Terzo Mondo, per continuare ad essere tale, ha estremo bisogno di educarsi secondo i sacri precetti del conservatorismo cattolico, robe al cui confronto il ministro Gelmini appare una rivoluzionaria sessantottina, il che è tutto detto. Il risultato consiste in un pullulare, nell’anno IX del millennio III, di colegios a sesso unico, i ragazzi dai preti, le ragazze dalle suore, come nei racconti del “collegio” di genitori ormai prossimi alla pensione.
La faccenda è  chiara fin dall’inizio: “chi educa la donna, educa la società”, dice il lemma inciso sul portone d’ingresso, di fianco alla bandiera. Un istituto educativo gestito dalle suore mercedarias, “noi tutte abbiamo studiato l’italiano da giovani”, mi informano. Una volta entrati, si ha l’impressione di trovarsi in set cinematografico surrealista, dove l’incanto di un patio tropicale contrasta con la retorica affissa alle pareti. Si parla di “buone cristiane ed oneste cittadine”, di “lealtà e rettitudine”, perfino nel bagno c’è un avviso a caratteri cubitali: “Dios te ve”, letteralmente, “Dio ti vede, ti osserva”. Inquietante.
Naturale conseguenza della presenza gesuita in America Latina, si direbbe. Una presenza alimentata, oggi giorno, dalle ingenti quote d’iscrizione versate dalle famiglie all’Arcidiocesi di Barranquilla, in un Paese dove l’istruzione, così come la sanità, rimane privata. Ma se questa forma di educazione imposta poteva avere un senso nei secoli della Conquista, oggi, cinquant’anni dopo Simone de Beauvoir, è lecito supporre  che la non-pianificazione del sistema scolastico risponda a fini precisi, volti a mantenere un sottile controllo della società, attraverso un’educazione al cloroformio. Un sistema che pare promuovere quel vuotismo intellettuale che si riflette nella vita quotidiana, dove ciò che conta per davvero, ai fini della promozione, è il “sedersi ben dritti sulla schiena, orecchini poco appariscenti e vestiti sobri”.
Si potrebbe notare, una volta iniziato l’esame di inglese (con buona pace delle suore mercedarias, l’italiano non si studia più), come l’efficacia di tale misure educative sia puntualmente smentita dalla ragazzina in terza fila. Seduta a gambe incrociate, s’ingegna per sollevare poco a poco il lembo inferiore di un’uniforme grigio-verde in stile vittoriano, mostrando il suo concetto di “rettitudine” al professore venuto da lontano (gringo? Bogotano? Australiano?), unica presenza maschile in questa gabbia di ormoni repressi. Presenza maschile che, va detto, arriva adeguatamente preparata all’evento: più di un’amica ha confessato di incontrare le origini dell’incontenibile appetito sessuale odierno negli anni di repressione del Colegio Feminino, anni spesi a speculare con venticinque ragazzine adolescenti su come sia fatto veramente un uomo, approfittando del professore di chimica per collaudare i primi istinti sessuali, in mancanza di meglio.
Curiosando tra i libri lasciati sulla cattedra dalla professoressa di Lingua Spagnola (un romanzo americano tradotto, il Don Quijote di Cervantes, fra gli altri), saltano fuori gli scritti delle alunne. Tema assegnato: “Il ruolo della donna nella famiglia, nella Chiesa, nella società”, e non è uno scherzo. Automaticamente, per una strana associazione di idee, rivedo di fronte agli occhi l’immagine di un esercito di giovincelle incinte che circolano per la città nelle ore tiepide del pomeriggio, ragazze di vent’anni come di diciotto o sedici, e in questi casi non vale la solita scusa degli “strati popolari della società”: la diffusione del fenomeno, anche all’interno dell’università, spinge a riflettere sull’effettiva efficacia delle dottrine pedagogiche imparate sui banchi di scuola. A meno che proprio questo non sia la rappresentazione del ruolo che famiglia, Chiesa e società disegnano per la donna: figlia, sposa, madre.
Verrebbe da pensare, di fronte alle future generazioni del Caribe Colombiano, che l’immobilismo dei tempi fedelmente rappresentato da Garcìa Marquez nei suoi romanzi non sia nient’altro che una brutta realtà, per niente magica. La famiglia Buendìa e Macondo continueranno ad esistere nell’immediato futuro, attraverso le generazioni. Un rapido scambio di idee con la responsabile scolastica, trentacinque anni scarsi ed un perfetto sorriso di plastica, spiega con poche semplici parole la logica alla base della sua istituzione: “è ciò che i genitori chiedono”. Parole già ascoltate per bocca dei dirigenti televisivi italiani, per esempio. Il che, è tutto dire. “E non c’è che augurarsi che tutto rimanga così per molti anni ancora, si Dios lo quiere”.
Abbandonato definitivamente il colegio, è un mastodontico cartellone pubblicitario a chiudere definitivamente la questione. Quattro fondoschiena femminili campeggiano di fronte al portone d’ingresso, promuovendo uno fra gli innumerevoli centri di chirurgia plastica di questa paese, che ne detiene il record mondiale, in termini di quantità.
Chi educa la donna, educa la società. E’ vero anche il contrario.

Riceviamo e pubblichiamo

di Sandro Bozzolo (*)

Lunedì mattina di un giorno qualsiasi. L’occasione di qualcosa di alternativo si presenta sottoforma di un test d’inglese, che alcuni professori di lingue dell’Universidad del Norte di Barranquilla – tra i quali, il sottoscritto – dovranno presentare  alle studentesse di una scuola superiore non meglio specificata di questa soffocante città. Alle studentesse, perché il cosiddetto Terzo Mondo, per continuare ad essere tale, ha estremo bisogno di educarsi secondo i sacri precetti del conservatorismo cattolico, robe al cui confronto il ministro Gelmini appare una rivoluzionaria sessantottina, il che è tutto detto. Il risultato consiste in un pullulare, nell’anno IX del millennio III, di colegios a sesso unico, i ragazzi dai preti, le ragazze dalle suore, come nei racconti del “collegio” di genitori ormai prossimi alla pensione.

La faccenda è  chiara fin dall’inizio: “chi educa la donna, educa la società”, dice il lemma inciso sul portone d’ingresso, di fianco alla bandiera. Un istituto educativo gestito dalle suore mercedarias, “noi tutte abbiamo studiato l’italiano da giovani”, mi informano. Una volta entrati, si ha l’impressione di trovarsi in set cinematografico surrealista, dove l’incanto di un patio tropicale contrasta con la retorica affissa alle pareti. Si parla di “buone cristiane ed oneste cittadine”, di “lealtà e rettitudine”, perfino nel bagno c’è un avviso a caratteri cubitali: “Dios te ve”, letteralmente, “Dio ti vede, ti osserva”. Inquietante.

Naturale conseguenza della presenza gesuita in America Latina, si direbbe. Una presenza alimentata, oggi giorno, dalle ingenti quote d’iscrizione versate dalle famiglie all’Arcidiocesi di Barranquilla, in un Paese dove l’istruzione, così come la sanità, rimane privata. Ma se questa forma di educazione imposta poteva avere un senso nei secoli della Conquista, oggi, cinquant’anni dopo Simone de Beauvoir, è lecito supporre  che la non-pianificazione del sistema scolastico risponda a fini precisi, volti a mantenere un sottile controllo della società, attraverso un’educazione al cloroformio. Un sistema che pare promuovere quel vuotismo intellettuale che si riflette nella vita quotidiana, dove ciò che conta per davvero, ai fini della promozione, è il “sedersi ben dritti sulla schiena, orecchini poco appariscenti e vestiti sobri”.

Si potrebbe notare, una volta iniziato l’esame di inglese (con buona pace delle suore mercedarias, l’italiano non si studia più), come l’efficacia di tale misure educative sia puntualmente smentita dalla ragazzina in terza fila. Seduta a gambe incrociate, s’ingegna per sollevare poco a poco il lembo inferiore di un’uniforme grigio-verde in stile vittoriano, mostrando il suo concetto di “rettitudine” al professore venuto da lontano (gringo? Bogotano? Australiano?), unica presenza maschile in questa gabbia di ormoni repressi. Presenza maschile che, va detto, arriva adeguatamente preparata all’evento: più di un’amica ha confessato di incontrare le origini dell’incontenibile appetito sessuale odierno negli anni di repressione del Colegio Feminino, anni spesi a speculare con venticinque ragazzine adolescenti su come sia fatto veramente un uomo, approfittando del professore di chimica per collaudare i primi istinti sessuali, in mancanza di meglio.

Curiosando tra i libri lasciati sulla cattedra dalla professoressa di Lingua Spagnola (un romanzo americano tradotto, il Don Quijote di Cervantes, fra gli altri), saltano fuori gli scritti delle alunne. Tema assegnato: “Il ruolo della donna nella famiglia, nella Chiesa, nella società”, e non è uno scherzo. Automaticamente, per una strana associazione di idee, rivedo di fronte agli occhi l’immagine di un esercito di giovincelle incinte che circolano per la città nelle ore tiepide del pomeriggio, ragazze di vent’anni come di diciotto o sedici, e in questi casi non vale la solita scusa degli “strati popolari della società”: la diffusione del fenomeno, anche all’interno dell’università, spinge a riflettere sull’effettiva efficacia delle dottrine pedagogiche imparate sui banchi di scuola. A meno che proprio questo non sia la rappresentazione del ruolo che famiglia, Chiesa e società disegnano per la donna: figlia, sposa, madre.

Verrebbe da pensare, di fronte alle future generazioni del Caribe Colombiano, che l’immobilismo dei tempi fedelmente rappresentato da Garcìa Marquez nei suoi romanzi non sia nient’altro che una brutta realtà, per niente magica. La famiglia Buendìa e Macondo continueranno ad esistere nell’immediato futuro, attraverso le generazioni. Un rapido scambio di idee con la responsabile scolastica, trentacinque anni scarsi ed un perfetto sorriso di plastica, spiega con poche semplici parole la logica alla base della sua istituzione: “è ciò che i genitori chiedono”. Parole già ascoltate per bocca dei dirigenti televisivi italiani, per esempio. Il che, è tutto dire. “E non c’è che augurarsi che tutto rimanga così per molti anni ancora, si Dios lo quiere”.

Abbandonato definitivamente il colegio, è un mastodontico cartellone pubblicitario a chiudere definitivamente la questione. Quattro fondoschiena femminili campeggiano di fronte al portone d’ingresso, promuovendo uno fra gli innumerevoli centri di chirurgia plastica di questa paese, che ne detiene il record mondiale, in termini di quantità.

Chi educa la donna, educa la società. E’ vero anche il contrario.

(*Professore di Italiano presso l’Universidad del Norte di Barranquilla, Colombia)

0 Comments

  1. Pingback: El Diario del Hombre Bàltico » Link

  2. Ella

    Caro Sandro, fai riferimento all’immobilismo di G.G. Marquez…. però non dimenticare che chi portava la novità in un Macondo, in fondo.. era chi veniva da lontano, da più lontano. I gitani o i ricordi di qualche colonnello che aveva visto il mondo. o chissà.. di quell’italiano, cos’era un pianista, un accordatore di piano? (non ricordo).
    buona fortuna allora!!

    Reply
  3. Baltic Man

    La solita eterna giusta difficile diatriba tra “isolamento” ed “integrazione”. Chi veniva da lontano, ha portato innovazione e disastri. Barranquilla, città piena di immigrati italiani dei tempi che furono, deve buona parte del suo romantico incanto a chi portò creatività e pasiòn dall’italia.

    Eppure, il fatto che oggi gli italiani debbano fare i test d’inglese non è un buon segno.

    Reply

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *