Clandestini e sans papier/1

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‘Tante mie amiche sono state licenziate da un giorno all’altro. Lavoravano da anni in una famiglia, e ora sono state spesate. Una è stata addirittura minacciata ‘Se non te ne vai chiamiamo la polizia’, le hanno detto!’, mi racconta Pilar.
Ecco il benservito della legge Bossi-Fini: a pochi mesi dalla sua approvazione, sono già evidenti i suoi effetti drammatici. Tante famiglie, inizialmente disposte a regolarizzare i loro collaboratori domestici, dopo essersi informate e aver ritirato i famosi ‘kit’, si stanno ora tirando indietro. Non c’è solo la questione del pagamento dei contributi a frenare, anche perché molti datori di lavoro chiedono ai migranti di pagare di tasca loro i contributi, un bel ricatto che fa dire a Pilar ‘era meglio prima…’. Contributi a parte, ci sono anche altri vincoli. ‘Il mio datore di lavoro – continua Pilar – mi ha detto che si occuperà di tutto, ma non può garantirmi l’alloggio’. E allora che fare? La solidarietà dei singoli non basta: per un caso che trova una qualche soluzione, ce ne sono mille che rischiano di rimanere invischiati nelle tante difficoltà che derivano dall’applicazione di una legge a forte impronta ideologica, ma scritta male, in fretta, continuamente rivista e corretta a colpi di decreti e circolari. A peggiorare il quadro, la condotta della Questura di Firenze che, come denuncia Filippo Miraglia attraverso l’Osservatorio sulle Discriminazioni ‘sta interpretando ‘a modo suo’ la lettera della legge rispetto alle espulsioni’, ossia applicandola in maniera da far scattare, di fatto, una sorta di reato di immigrazione clandestina (formalmente non introdotto dalla legge).

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