18 settembre 2018

Cittadini migranti, quando la stampa è razzista

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di Cristiano Lucchi

Firenze Clandestino, extracomunitario, vu cumprà, zingaro. Parole da mettere al bando, perché hanno una forte accezione negativa e non permettono all’opinione pubblica di esercitare un dibattito culturale libero da pregiudizi nell’epoca delle migrazioni di massa. Clandestino ad esempio evoca segretezza, una vita condotta nell’ombra, ovvi legami con la criminalità, mentre invece si tratta semplicemente di una persona con il visto scaduto o in attesa di permesso di soggiorno, oppure di qualcuno che fugge da una guerra e richiede asilo.

Una grossa responsabilità nel perpetuare questa modalità “scorretta” è del giornalismo e dei mezzi di informazione di massa. Lo dimostra la ricerca “L’immigrazione nei media italiani” – curata da Anna Meli della ONG Cospe e da Carlo Sorrentino, docente della facoltà fiorentina di Scienze politiche – presentata oggi a Firenze all’interno al convegn o “Immigrati, risorsa scoperta” organizzato dalla Regione Toscana. La ricerca ha analizzato 118 articoli apparsi sulle testate Corriere della Sera, La Repubblica, La stampa, QN, Il Giornale e Il Sole 24 Ore.

Fatta eccezione per Il Sole 24 ore, che preferisce trattare il tema dell’immigrazione con un taglio che mira a sostenere l’integrazione dei migranti, uno dei temi più trattati è quello del terrorismo. Dall’analisi degli articoli si evidenzia una tendenza verso una stigmatizzazione del mondo islamico, ridotto ad una categoria uniforme e stereotipata che tende ad assecondare e sostenere il pregiudizievole binomio islam-terrorismo. Nello specifico un fatto isolato – l’arresto di un presunto terrorista – ha dato adito ad una serie di generalizzazioni sulla religione musulmana e sul fanatismo dei suoi fedeli, spesso rifacendosi al cosiddetto “razzismo differenzialista”, uno schema interpretativo che lascia intendere che ogni musulmano & egrave; un integralista e quindi terrorista potenziale, incapace di integrarsi in una cultura diversa e per questo la sua lealtà nei confronti del paese d’accoglienza non può essere che dubbia. Tra i titoli apparsi sui quotidiani su citati la ricerca segnala: «Amato: Pronti a colpire. Più controlli nelle moschee sulle attività terroristiche», «Troppi fanatici Italia, attenta» «La lega musulmana: È vero allarme», «Cercano di radicarsi, occorre prevenire l’infezione». Appare evidente, secondo gli estensori della ricerca, la contrapposizione “noi/loro”, “italiano/straniero”, ecc.. L’enfasi sull’Italia paese accogliente e “italiani brava gente” porta ad essere molto più cauti quando un italiano compie un atto al di fuori del lecito e a cui può essere attribuita una matrice razzista.

La ricerca evidenzia anche come nella costruzione de lle notizie la provenienza straniera degli autori di reato – anche se presunta – è sempre sottolineata, mentre quando il reato viene subito da persone immigrate il ricorso alla provenienza nazionale o “etnica” nella denominazione cala drasticamente.

Un altro dato che salta facilmente all’occhio è la presenza piuttosto rara della voce dell’immigrato, sia in qualità di autore di articoli, sia in qualità di semplice persona interpellata sui fatti (la cosa è tanto più sorprendente se si tiene conto che quelli monitorati sono tutti articoli che riguardano direttamente e in primo luogo cittadini immigrati). Sono soprattutto gli italiani gli attori sociali a cui viene data la parola.

[Fonte: Toscana Notizie]

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