15 dicembre 2018

Cinesi, lavoro e pregiudizio

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Dopo il nostro articolo Nero Cina, pubblicato sul numero scorso, abbiamo ricevuto qualche rimostranza. Al di là delle apparenze che vogliono sempre valida l’equazione “cinesi = lavoro nero”, chi da tanto tempo opera con la comunità cinese ci tiene a presentare la realtà da un altro punto di vista. Ci siamo recati allora al Centro Ghandi delle Piagge, dove insegnanti, operatori e soprattutto tanti bambini e ragazzi cinesi fanno i conti ogni giorno con questo stereotipo. Creato due anni fa dal Comune di Firenze e cogestito dal Cospe e dall’associazione Il Muretto, il centro offre un sostegno all’integrazione dei bambini stranieri in città. E nel quartiere 5 questo equivale a dire che al Gandhi ci si occupa al 90% di cinesi e quindi di tutte quelle idee precostituite che riguardano una delle comunità più numerose e complesse del nostro paese.
Tre aule, 306 bimbi che seguono i corsi di italiano (prima e seconda alfabetizzazione), 120 ragazzi tra i 6 e i 10 anni che studiano il cinese, 24 che imparano ad usare il computer e molti altri che ogni giorno prendono in prestito libri, studiano, socializzano, giocano. Entrare al Centro Gandhi in un qualsiasi pomeriggio della settimana non vuol dire solo entrare in un luogo dove, come accade con i bimbi di tutto il mondo, si è immediatamente circondati da chi corre, chi urla, chi seduto in un angolo ti guarda perplesso, ma significa soprattutto iniziare ad abbattere alcuni luoghi comuni. “L’associazione genitore cinese uguale sfruttatore è ormai percepita dalla maggior parte delle persone come un dato di fatto. Ma basta venire qui per capire che non sempre questo è vero – spiegano al Gandhi – Il problema è che la situazione di alcuni viene generalizzata mentre dall’altro lato non ci si rende conto dell’impossibilità di dare ai propri figli delle alternative concrete allo stare con loro nei magazzini a lavorare”.
Semplificando, il problema è questo: se gli adulti cinesi sono sottoposti a orari di lavoro estremamente duri e a notevoli difficoltà di inserimento nella società italiana (vedi il problema di trovare appartamenti in affitto) è inevitabile che a risentirne siano in primo luogo i figli. “Molti genitori si lamentano per la mancanza di luoghi sicuri dove mandare i bambini dopo l’orario regolare di scuola – spiegano ancora al Gandhi – ma quando questi luoghi esistono sono ben felici di portarci i ragazzi. Noi qui ne seguiamo circa trecento ma in tutto il quartiere sono un migliaio i bimbi in età scolastica”. Molte volte poi i bambini non vengono accettati neppure alle scuole dell’obbligo: “Lo scorso anno ci sono stati segnalati circa 200 casi di questo tipo e solo dopo la nostra denuncia e l’intervento del Comune siamo riusciti, in qualche modo a trovare una sistemazione per tutti, magari mandandoli a studiare molto lontano”.
Insomma se Italia non vuol dire solo spaghetti Cina non vuol dire solo sfruttamento.

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