CIE: disumani, inutili, costosi. Ma qualcuno ci guadagna

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una rivolta al CIE di Ponte Galeria

Sara Capolungo per l’Altracittà

Mangiano e dormono per terra, i centri per l’identificazione dei migranti senza permesso di soggiorno. Ma servono davvero i Cie? In realtà è sempre più difficile comprendere la loro esistenza non solo umanamente, bensì anche razionalmente, tra fughe, rivolte e pochi rimpatri. O forse, la spiegazione c’è, anche se poco confortante.

Nel 2011 solo la metà dei trattenuti nei 15 centri per identificazione ed espulsione italiani sono stati rimpatriati. Più precisamente, su 7735 persone solo 3880 sono state ricondotte al loro Paese d’origine, per un tasso di ‘efficacia’ (rapporto tra rimpatriati e trattenuti) del 50,16%. I dati nazionali del 2011 sui Cie, forniti dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, confermano quindi che queste strutture, oltre ad essere inadeguate a garantire i diritti fondamentali, sono anche scarsamente efficaci nel contrastare l’immigrazione clandestina. Con il prolungamento del tempo di permanenza, inoltre, previsto dal giugno 2011, passato da 6 mesi ai 18 attuali, la situazione è ulteriormente peggiorata. E pensare che l’allora Ministro dell’Interno Maroni, firmando il decreto, disse che si trattava del “tempo necessario per l’identificazione e la procedura d’espulsione”.

In realtà, tale prolungamento ha solo contribuito a incrementare la violenza e disumanizzazione dei Cie, come rivelato dal recente rapporto dei Medici per i Diritti Umani (MEDU), “Le sbarre più alte”, dal quale si evince che nel 2011 il numero effettivo dei rimpatri è diminuito rispetto al 2008, quando il tempo di permanenza era di 6 mesi massimi, passando da 4320 rimpatri ai 3880 del 2011. Tali misure, semmai, hanno solo contribuito ad aggravare il clima di tensione e la conflittualità all’interno dei centri, come dimostrato dalla serie senza precedenti di rivolte e fughe di massa dell’ultimo anno. E infatti, nel 2011, il numero dei trattenuti “allontanatisi arbitrariamente” è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, passando dai 321 del 2010 ai 787 del 2011. In particolare, le strutture dove si sono verificate più fughe risultano quelle di Ponte Galeria a Roma (245), Brindisi (133) e Trapani Kanisia (113, ovvero l’80% del totale).

Proprio da Ponte Galeria parte un viaggio inchiesta di Fai Notizia, il sito di giornalismo d’inchiesta di Radio Radicale, che fa luce su un aspetto spesso ignorato, e costoso, dei Cie: il 60% degli “ospiti” dei Cie infatti sono migranti ex detenuti che, nonostante la detenzione spesso prolungata, non sono ancora stati identificati. Per questo, una volta usciti dal carcere vengono condotti nei Cie, invece di essere subito identificati e poi espulsi, secondo quanto previsto dalla legge. Motivo? La mancata applicazione di una direttiva interministeriale rimasta lettera morta, a causa del conflitto di interessi tra polizia penitenziaria e quella ordinaria, che ha garantito di fatto il mantenimento dei centri, che continuano a ricevere soldi a pioggia.

La Corte dei Conti ha riferito che nel 2010 sono stati spesi 140 milioni di euro per la costruzione, 30 milioni per la gestione dei centri e 34 per i rimpatri. E per il 2013 sono stati messi a disposizione ancora più soldi: 216 milioni di euro, rispetto ai 103 del 2011 e ai 174 del 2012, spartiti principalmente fra tre grandi gruppi di gestione, Croce Rossa, L’Oasi di Siracusa e la Connecting people di Trapani. Ecco chi ci guadagna. Per tutto il resto, risultano sempre più inutili, costosi e invivibili.

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