15 novembre 2018

Chiesa e movimento: due visioni, una pratica

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Vittorio Agnoletto: medico da sempre impegnato nella lotta all’Aids e nelle campagne sulla diffusione dei farmaci, ex portavoce del Genoa Social Forum e referente italiano del World Social Forum di Porto Alegre.
Monsignor Bettazzi: bolognese, vescovo emerito di Ivrea oggi in pensione; uno dei fondatori di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, di cui è stato presidente sia italiano che internazionale; è stato attivamente impegnato in missioni in America Latina, Africa e Sud-Est asiatico.

La politica deve riformarsi, deve rispondere alla crescente richiesta di rinnovamento che sta germogliando dal basso della nostra società civile. È questo l’appello che giunge da Quarrata dove, alla festa della Rete Radiè Resch, il nostro direttore Cristiano Lucchi ha intervistato Vittorio Agnoletto e Monsignor Luigi Bettazzi. Così movimento cattolico e movimento dei movimenti si trovano d’accordo su una serie di pratiche politiche nuove, a partire dalla nonviolenza, nel suo doppio aspetto di coerenza cattolica e di pratica di movimento, in vista di una matura coincidenza tra mezzi e fini. Distinguendosi nettamente dalle pratiche rivoluzionarie degli anni Settanta e dall’immagine mediatica che è stata associata al movimento da Genova in poi.
Vittorio Agnoletto, alla preoccupazione di un’egemonia dei partiti all’interno del movimento di cui è stato varie volte portavoce, risponde con una ferma dichiarazione di autonomia, sia dai partiti che dalle associazioni. Questo non significa che chi ha una tessera in tasca deve stare fuori del movimento, ma che i partiti devono porsi il problema di un rinnovamento, di un cambiamento nell’atteggiamento e nel ruolo che hanno e che dovrebbero avere nel movimento. Si dichiara, per esempio, contrario alle liste presentate dai forum sociali alle ultime elezioni amministrative. “Il movimento non deve diventare un partito, deve rimanere un movimento sociale, trasversale, non ideologico e pluralista”. Ammette il rischio reale di una deriva politicista, soprattutto nei mesi scorsi, in particolare da luglio a febbraio, quando il movimento è rimasto solo a tenere la sua attenzione e la sua denuncia puntata sul tema dei diritti, e gli è stato chiesto di prendere posizione su ogni questione. “Ci eravamo sostituiti all’opposizione, e questo è profondamente sbagliato, sia perché non è questo il ruolo di un movimento sociale, sia perché non dobbiamo chiuderci a riccio nelle nostre questioni nazionali. Dobbiamo tornare alle grandi battaglie mondiali, come l’accordo di Kyoto, la questione degli armamenti e la fame”. Questa idea di movimento presume di concentrarsi sulle battaglie che uniscono, senza cercare necessariamente l’accordo su ogni questione, ma significa anche rivedere le forme di lotta. “Non possiamo andare avanti con una manifestazione al mese”. I singoli componenti del movimento lavorano da almeno 15 anni nei più svariati campi sociali, “abbiamo gridato soli nel deserto per anni, e adesso è giunto il momento di unirci sui contenuti per far sentire più forte la nostra voce, che fino ad adesso non è stata ascoltata”.
Sulla questione della nonviolenza e della disobbedienza civile interviene Monsignor Luigi Bettazzi, processato negli anni Settanta per avere occupato un’autostrada insieme ai lavoratori dell’Olivetti manifestando con questo gesto il suo dissenso ai licenziamenti. Il settantenne Monsignore parla a una platea di famiglie, di giovani, di quarantenni, e con grande serenità ha il coraggio di sostenere che quello della “nonviolenza” (e ci tiene a ribadire che debba essere scritto in una sola parola) sia l’unico metodo applicabile e efficace per risolvere i problemi del mondo intero, perché la violenza produce violenza. Bastano soltanto due esempi per dimostrare questa teoria: l’Afghanistan e Israele.

Ma nonviolenza non significa sottomissione. Citando il Vangelo, Monsignor Bettazzi ricorda che porgere l’altra guancia significa chiedere a chi ti ha colpito “perché mi percuoti?”, e quindi è un atto di costruttività, un ponte, una riapertura del dialogo laddove si è cercata una frattura, una profonda crepa sul nulla. Un altro esempio di violenza che genera violenza sono stati gli attentati, da Piazza Fontana alle Twin Towers, troppo spesso sottovalutati, spesso misteriosamente tollerati e coperti dalle forze di potere, per intervenire pesantemente sull’ordine pubblico. La nostra storia dovrebbe ormai averci dato più volte prova del fatto che la nonviolenza e la disobbedienza civile sono l’unica soluzione. ”La nonviolenza è l’unica democrazia degli emarginati”.
Il dibattito si conclude con un inno alla vita da parte dell’organizzatore della serata Antonio Vermigli: “Noi crediamo nella vita. Stasera ha perso chi non è venuto, chi ha messo la testa sotto la sabbia. Ma crediamo che ci saranno altre occasioni per confrontarci. Perché il mondo va avanti e dobbiamo trovare il modo di starci tutti meglio, in un mondo in cui tutti possano portare la propria creatività, da condividere con tutti gli altri.”

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