Chi si ricorda di Moustapha Dieng?

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C’era anche lui in piazza Dalmazia sotto i colpi di Casseri. Sopravvissuto ma paralizzato

Laura Montanari da Repubblica Firenze

Tutte le mattina Moustapha ricomincia a scalare le pareti dei minuti quando apre gli occhi e l’infermiere lo saluta con la mano e lui non risponde e la televisione si accende sopra la sua testa. Le macchine tracciano segni verdi sui monitor e i numeri dicono com’è la sua pressione, il battito cardiaco, la respirazione. Ogni cielo ha le sue minacce, anche quello che sta tutto dentro una stanza piccola al piano terra del Cto. Unità spinale, area rossa si legge sul cartello, terapia intensiva: reparto acuti.
Moustapha Dieng, senegalese, con i suoi 34 anni è in questo maledetto letto dall’ultimo 13 dicembre. Qui è come se tutte le mattine il neofascista Gianluca Casseri imbracciasse ancora la pistola 357 magnum e facesse fuoco su di lui e su Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54.
Qui quel fuoco continua a fare male, non si allontana come un ricordo archiviato nella memoria, ma si rigenera.
Le conseguenze di quei colpi in piazza Dalmazia qui sono sempre un primo piano.

«Vieni, ti faccio vedere come sta» fa strada lungo il corridoio Assane Kebe (nella foto), uno dei capi della comunità senegalese di Firenze. «Ecco, guardalo. Vorrei che potesse avere la cittadinanza italiana che gli avevano promesso, vorrei che la gente non si dimenticasse di lui e che qualcuno potesse dargli dei soldi per far arrivare i suoi familiari da Touba» dice Assane.
Moustapha è prigioniero di questo letto pieno di fili e di macchinari medici: la pallottola gli ha lesionato il midollo spinale, così non cammina, non si può alzare, lo nutrono di flebo e di flebo lo dissetano. Come un Cristo in croce è ancora ostaggio di quell’odio razzista che ha sconvolto Firenze.

Moustapha ha un fratello a Cascina (Pisa) che «non ha un lavoro, vende merce» dice Assane. La solita merce da tappetino, fazzoletti di carta, occhiali, qualche accendino.
Ogni tanto viene a trovarlo, mentre sua madre è in Senegal e non l’ha mai riabbracciato dal 13 dicembre quando è entrato al Cto di Careggi: «Non so neanche se ha una sorella o parenti che vorrebbero venire a Firenze per stargli vicino, però sarebbe bello dare dei soldi alla sua famiglia e pagare loro il viaggio». Il paziente dentro il letto gira gli occhi, si esprime con pochissime parole in wolof, una delle lingue del Senegal.
E’ stanco, non è un buon giorno oggi, ieri andava meglio dice Madiagne Ba. Non sono uguali i giorni anche se si somigliano come i turni degli infermieri e dei medici che passano e ripassano, controllano i parametri vitali e mettono i numeri in una cartellina. Moustapha è qui per un caso, non abitava a Firenze e non ci veniva nemmeno spesso, il destino gli ha tagliato la strada mentre chiacchierava con due connazionali fra le bancarelle del mercato di piazza Dalmazia.

Viene colpito da Casseri assieme a Samb e Diop che muoiono subito in strada.
Lui si salva, anche se la parola salvarsi qui sembra un pozzo profondo difficile da risalire. «I medici quando qualcosa non va chiamano me» racconta Madiagne Ba, da 24 anni in Italia, mille lavori, lavapiatti, portiere, facchino e adesso, con la crisi, più nessuno: disoccupato («a proposito, c’è nessuno che mi dà un lavoro?»). «L’altra mattina mi hanno telefonato perché non voleva fare più la fisioterapia, un’altra volta perché non voleva le flebo. Io ci parlo, lui mi ascolta e piano si lascia convincere».

Non si conoscevano Madiagne e Moustapha prima del 13 dicembre: «Ma quando l’ho visto in quelle condizioni mi sono affezionato, prego per lui, è mio fratello». Madiagne lo va a trovare tutti i giorni, la mattina o nel primo pomeriggio da quattro mesi. «Un saluto, gli parlo un po’. Lui a volte risponde a volte no. A volte gli dico: coraggio fratello che tornerai in piedi. Ma ogni tanto lui si lascia andare allo sconforto». Quattro mesi immobile in un letto a guardare scorrere la vita degli altri. Paralizzato. «Eh i primi giorni venivano in tanti a trovarlo, non li lasciavano entrare e stavano fuori dalla porta. Da mesi non si vede più nessuno, a parte suo fratello e noi della comunità senegalese» dice Ba. Moustapha Dieng, vi dice niente questo nome?

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