21 novembre 2018

Chi era Caponnetto, il grande padre dell'antimafia ricordato alle Piagge

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A otto anni dalla scomparsa di Antonino Caponnetto, morto il 6 dicembre 2002 all´età di 82 anni, la Comunità delle Piagge lo ricordato, sabato pomeriggio, con la vedova Elisabetta, con Rita Borsellino e Gian Carlo Caselli.

di Franca Selvatici per Repubblica


La Sicilia deturpata dalla mafia. La squallida periferia di Catania. La desolazione urbana. Il degrado sociale. Antonino Caponnetto spiegava anche con queste immagini i guasti provocati dalla illegalità. Dopodomani, 6 dicembre, saranno trascorsi otto anni dalla sua morte, ma i segni che ha lasciato sono potenti, il ricordo non si appanna, le sue idee non sono svanite nel nulla. Fanno ancora luce, come ha ricordato Roberto Saviano a «Vieni via con me».

Antonino Caponnetto era, in un certo senso, il modello più perfetto di magistrato tradizionale: riservato, silenzioso, quasi trasparente. Se avesse potuto, si sarebbe reso invisibile. Camminava in punta di piedi, stringendosi dentro una sciarpetta. Pallido e fragile, ma solo in apparenza. Come ha dimostrato nell´83, quando lasciò un posto tranquillo in corte d´appello a Firenze per prendere il posto di Rocco Chinnici, il consigliere istruttore di Palermo che la mafia aveva fatto saltare in aria. E poi anche dopo la pensione, quando Cosa Nostra massacrò i suoi amati colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e lui cominciò a girare l´Italia a parlare di legalità nelle scuole e in ogni luogo, con l´idea di creare «una lobby della giustizia sociale contro le tante lobby d´interesse del nostro Paese». Nacquero così, nel 2000, i seminari antimafia ospitati a Villa Montalvo a Campi Bisenzio, che proseguono ancora oggi grazie alla Fondazione intitolata a suo nome.

Nato a Caltanissetta il 5 settembre 1920, lasciò la Sicilia piccolissimo. La sua famiglia si stabilì a Pistoia. E la Toscana è stata la sua terra fino al momento in cui, dopo la tragica morte di Chinnici, non si risvegliò in lui la «sicilianità» e l´impulso a fare qualcosa per la sua disperata regione di origine. Giovanissimo, aveva partecipato alla seconda guerra mondiale, combattendo in Africa, maturando una avversione per ogni forma di violenza. Dopo la laurea in legge, lavorò in una ditta di trasporti, in una libreria e in una banca, preparandosi di notte per il concorso in magistratura, dove entrò nel 1954. Pretore a Pistoia, Prato e Porretta, nel ‘58 arrivò a Firenze, in procura. La notte fra il 3 e il 4 novembre 1966 era di turno d´urgenza quando l´acqua dell´Arno sommerse Firenze. Il suo collega Piero Vigna lo raggiunse poche ore dopo il disastro: «La mia casa è sott´acqua – gli disse – perciò vengo a lavorare con te». Due anni più tardi, il 21 agosto ´68, Caponnetto era ancora una volta di turno quando in un´auto a Castelletti di Signa furono scoperti i cadaveri di due giovani amanti, uccisi da una Beretta calibro 22: l´arma che in seguito avrebbe firmato tutti i delitti del mostro di Firenze. Dopo aver lavorato dal ´71 al ´78 a Livorno e poi all´ufficio di sorveglianza, nel ´79 approdò in procura generale. Un incarico tranquillo, nelle retrovie, quasi una anticamera della pensione. Ma quando il 29 luglio 1983 il consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici fu ucciso in un attentato mentre usciva di casa per andare al lavoro, Caponnetto si offrì di prendere il suo posto. Arrivò a Palermo il 9 settembre e prese alloggio in una caserma della Guardia di Finanza, dove sarebbe rimasto per anni. Il giorno successivo entrò nell´ufficio di Chinnici e (raccontò in seguito al giornalista Saverio Lodato) si sentì «attanagliare da un´emozione incredibile». Fu lì, in quell´ufficio, che il silenzioso magistrato venuto dalla Toscana dimostrò tutto il suo valore, coraggio e determinazione. Mutuando i metodi di Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato nella lotta al terrorismo, creò un pool di magistrati che avrebbero dovuto dedicarsi esclusivamente alle indagini antimafia. Nella squadra entrarono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 24 ottobre 1983, poche settimane dopo l´arrivo di Caponnetto a Palermo, a San Paolo del Brasile venne arrestato Tommaso Buscetta, la cui decisione di «pentirsi» impresse una svolta alle indagini antimafia. Sotto la guida di Caponnetto, il pool istruì il maxi-processo a 474 imputati per reati di mafia. Il 18 settembre 1987 arrivò la prima sentenza, con centinaia di condanne. Il giudice estensore fu Piero Grasso, l´attuale procuratore nazionale antimafia.

Caponnetto lasciò Palermo il 15 marzo ´88 e rientrò a Firenze, dalla moglie Elisabetta e dai figli Riccardo, Antonella e Massimo. Per due anni guidò l´ufficio Gip. Poi la pensione: amarissima, perché poco prima in Sicilia era stato assassinato il giovane giudice Rosario Livatino. Caponnetto diceva di essere segnato dalle «cicatrici di Palermo». Cicatrici che presero a sanguinare quando, nel ´93, Cosa Nostra massacrò prima Falcone e poi Borsellino. «E´ tutto finito», disse Caponnetto ai funerali del suo amatissimo Paolo. Invece accadde il contrario. Il rifiuto della disumanità, l´orrore per la violenza, il disagio per il degrado della politica divennero militanza. Non poteva più tacere di fronte all´ingiustizia e alla illegalità. E non ha più taciuto, finché una broncopolmonite non lo ha stroncato, all´età di 82 anni, il 6 dicembre 1992. Pochi giorni prima, il 23 novembre, l´avvocato Alfredo Galasso lo aveva proposto per la nomina a senatore a vita. «Vogliamo vivere in un paese libero e limpido in cui senatore a vita per meriti insigni sia Nino Caponnetto e non Giulio Andreotti», disse. Il 28 novembre erano già state raccolte 10 mila firme.

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