Cercando il volto umano del popolo irakeno

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Il 5 gennaio sono partita per Baghdad, con una delegazione di 9 persone che comprendeva 4 membri di Peaceful Tomorrows.
Il nostro scopo era semplice, dare un volto umano alla sofferenza del popolo irakeno. Certo non vogliamo sostenere il governo dell’Iraq o i capi di quel brutale regime . Il nostro obiettivo era incontrare persone come voi e me, gente vera con figli, case, e sogni per il futuro.
Siamo andati a esprimere la nostra speranza che non ci sarà nessuna guerra, che in qualche modo il mondo avrà abbastanza intelligenza e fantasia per trovare nuovi metodi per risolvere i conflitti, metodi che non comportino la morte di civili innocenti.
Nel secolo scorso, sono stati i civili a sopportare il peso delle guerre. La morte dei civili ormai è molto più comune di quella di uomini e donne in divisa.
Non c’è più una chiara differenza tra il nemico e il ragazzo o la ragazza della porta accanto, e la più intelligente delle bombe non può arrivare a capirlo. Questo punto è diventato cruciale per me. L’11 settembre mio fratello andò ad un incontro di lavoro al World Trade Center. Non è mai tornato – un incidente di questa ultima guerra.
Troppo spesso l’unico irakeno di cui sentiamo parlare è Saddam Hussein. Il nostro viaggio vuole cambaire questa prospettiva. La delegazione ha visto scuole, ospedali, moschee, impianti per l’acqua, chiese e soprattutto le case delle famiglie che hanno sofferto questi venti anni di guerre e sanzioni. Ciò che mi ha colpito della nostra visita è stata l’universalità dell’umanità: il modo in cui dovunque i bambini ricambiano il tuo sorriso o come sono inquieti in una chiesa qualunque.
O come gli adolescenti possono essere scontrosi e introversi, o il dolore negli occhi di una madre che ha perso suo figlio.
Spesso siamo più simili che differenti. Sebbene il nostro gruppo fosse sempre scortato da un incaricato del governo, era chiaro che l’orgoglio nazionale non era solo un’esibizione. Gli irakeni sono orgogliosi dei loro 6000 anni di storia. I loro antenati ci hanno dato il codice di Hammurabi, la scrittura e la civiltà fiorente della mezzaluna fertile.
Prima del 1990, l’Irak aveva la più alta percentuale di laureati di qualsiasi nazione. È un popolo che dà un grande valore all’educazione.
Se andremo o no in guerra è una domanda di tutti. La mia preoccupazione è che non saranno quelli che decidono a sacrificarsi. Sono preoccupata per i soldati americani che verranno uccisi, per le donne e i bambini irakeni che saranno coinvolti nella guerra.
Gli uomini sono diventati molto abili nell’uccidersi l’uno con l’altro. Usiamo altrettanta immaginazione e ingegno per pensare modi di risolvere i conflitti senza l’enorme minaccia alla vita umana che viene posta ora. Lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli e al nostro mondo.

*Colleen Kelly è una delle fondatrici del comitato dei parenti delle vittime dell’11 settembre. Dall’attentato delle Torri Gemelle in cui suo fratello ha perso la vita, ha scelto di battersi a tempo pieno contro la scelta della guerra.
www.peacefultomorrows.org

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