C'era una volta il Luzzi… riflessioni dopo lo sgombero, dai Medici per i Diritti umani

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Riceviamo e pubblichiamo

Dopo sei anni di interminabili discussioni, proposte di progetto, contrattazione e ordinanze di sgombero, pochi giorni fa si è definitivamente conclusa l’occupazione dell’ex sanatorio Luzzi a Pratolino.

In quel momento vivevano al suo interno circa centoventi persone: uomini soli e famiglie fatte di genitori, zii, parenti, pochi o numerosissimi figli. Persone che lì dentro avevano fatto la loro casa da anni o da pochi mesi, stanze più o meno arredate, gente che, quando c’erano i soldi per mensa e pulmino, mandava i figli a scuola, che a volte li dimenticava, persone che tra loro litigavano, che avevano il mal di denti, l’insonnia, la tosse, la pelle che prude.

L’occupazione non era più tollerabile perché lo stabile, di proprietà della Asl, è in vendita, e in queste condizioni le aste vanno a vuoto. Sono stati tutti sistemati, ci assicurano le istituzioni, si tratti di emergenza freddo, sostegno temporaneo all’affitto, rimpatrio o inserimento socio lavorativo in paesi di montagna. Peccato che il tutto sia avvenuto al freddo, ancora una volta, e nel bel mezzo di un altro anno scolastico.

Forse è un sollievo, anche per noi. Comunque.

Si è chiuso un altro capitolo di marginalità abitativa a Firenze, come si erano chiusi in questi anni quelli della scuola di viale Guidoni, delle Cascine, dell’ex ospedale Meyer, dei campi rom di Quaracchi.
Gli sgomberi avvengono sempre per qualche emergenza, sia l’amianto sul tetto pericoloso per la collettività, l’esigenza di sfruttare economicamente un certo contesto o un misterioso devastante incendio. Allora si fa in fretta, si cercano soluzioni rapide e indolori per l’opinione pubblica, perché la marginalità può esistere ma solo se rimane lontana dagli occhi, a luci basse, silenziosa e discreta. E’ difficile confrontarsi apertamente con essa, conoscerne la complessità, predisporre soluzioni durature e strutturate, cogliendo coraggiosamente la sfida che una comunità civile dovrebbe vincere: quella con gli ultimi, con chi è nato nel luogo sbagliato, dalle persone sbagliate, ha perso, deviato dalla retta via.

A noi operatori di Medici per i Diritti Umani restano due anni di ricordi intensi. Su tutti quello dei bambini che ci corrono incontro d’estate, nel profumo di bosco, che giocano, crescono, ci assaltano per le figurine. Li abbiamo visti felici e tristi, a volte tremendamente soli, a volte in branco. Restano i sorrisi sdentati e dorati, la rabbia, lo sporco, l’ospitalità, la paura della scabbia, a volte il freddo, i fili della corrente, le griglie accese col gulash a cuocere o il fuoco dentro la stanza per separare la plastica dal rame. La spazzatura, i topi, i cinghiali.

MEDU – Medici per i Diritti Umani

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