Caso Publiacqua. L'ultima goccia, ecco la lotta dei lavoratori dell'acquedotto

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Per i lavoratori di Publiacqua è stata un’estate di intensa attività sindacale. Publiacqua è la società per azioni che gestisce il servizio idrico del Medio-Valdarno (Firenze e dintorni), serve circa 1.200.000 abitanti con 750 addetti ed ha un fatturato annuo di 120 milioni di euro. Il 40% delle azioni è in mano ai privati, in particolare della multinazionale Acea. La vicenda che vi raccontiamo è emblematica di come la scelta di gestire privatamente un bene comune come l’acqua sia dannosa per gli interessi collettivi, ovvero dei cittadini/utenti, e virtuosa solo per le casse degli azionisti, pubblici o privati che siano.
Ne abbiamo già scritto lo scorso numero: una delle novità volute dalla gestione privata è l’aumento della tariffa, probabilmente retroattivo dal 2002, che gli utenti della cinquantina di Comuni gestiti dall’ATO3 Medio- Valdarno troveranno presto in bolletta. Nel Chianti si arriverà fino a un +30%. Altra novità il blocco del depuratore di San Colombano voluto da Andrea Bossola, il nuovo amministratore delegato voluto da Acea a capo di Publiacqua. Un’opera costata molto denaro pubblico, pensata per offrire ai cittadini un servizio di qualità, e ferma perché al momento non è conveniente attivarla. Le conseguenze della privatizzazione del servizio pubblico non si fermano però agli aumenti di tariffa o al blocco delle opere. Ne è una prova la protesta dei lavoratori di Publiacqua che porta alla luce quello che potremmo definire un vero e proprio scandalo. Per capire meglio la situazione abbiamo incontrato Luciano D’Antonio del Coordinamento Unitario Acqua Pubblica, profondo conoscitore delle vicende di Publiacqua.

Stiamo assistendo ad una riorganizzazione complessiva dell’acquedotto fiorentino. Qual è l’impatto sulla qualità e la sicurezza del servizio?
“Le faccio un semplice esempio. L’acquedotto durante l’assenza degli addetti, ad esempio di notte, ha bisogno di due professionalità fondamentali: l’elettricista e il chimico: il primo deve prevenire ed eventualmente rimuovere possibili problemi all’impianto elettrico, il secondo deve verificare che l’acqua prodotta risponda ai criteri di qualità e salubrità previsti dalla legge. Dal 6 agosto scorso l’unica persona presente è l’elettricista, il chimico è stato eliminato per ridurre i costi del personale”.

Un acquedotto meno sicuro quindi?
“Certo. E ad aggravare la situazione è arrivata la decisione di ridurre il numero dei sorveglianti di notte. Anche qui oggi viene impiegata una sola persona. Per ovviare al problema della sicurezza è stato adottato il cosiddetto ‘uomo morto’, ovvero un sensore applicato alla cintura del turnista che manda l’allarme nel momento in cui la persona dovesse cadere. La cosa grave è che al momento dell’invio del segnale di allarme tutte le porte dello stabilimento si aprono e restano spalancate per due ore; compresa la porta della stanza del telecontrollo da cui si gestisce tutto l’acquedotto. E’ evidente come in quelle due ore chiunque potrebbe entrare e contaminare l’acqua che arriva nelle case di Firenze e Prato. Il sensore invia inoltre solo un allarme senza indicare né dove né in che condizioni si trova il ferito. E Mantignano è un’area enorme, con un bosco e un sottobosco fittissimo, dove in passato sono successi anche spiacevoli fatti di cronaca. Dal 15 al 19 agosto infine l’acqua non è stata controllata perché il laboratorio unico e centrale era, per volontà dell’azienda, chiuso per ferie”.

Quali sono le cause di queste scelte così pericolose per la salute dei cittadini? “E’ evidentemente un processo frutto della gestione privata di Publiacqua: tagli sul costo del lavoro, riduzioni di turni e personale, meno controlli e riduzione degli investimenti sulla sicurezza. L’acquedotto fiorentino dopo l’ingresso della multinazionale Acea ha dimezzato i controlli sull’acqua. Quando non c’era l’azionista privato si facevano più controlli e le tariffe rimanevano basse, adesso la salute dei cittadini viene messa a repentaglio con meno controlli e le tariffe aumentano”.

La proprietà taglia i costi, diminuisce i controlli e le bollette aumentano. Come mai? Crediamo che questo strano rapporto debba essere indagato in profondità, soprattutto alla luce delle ultime dichiarazioni di Publiacqua che ha annunciato, durante un’audizione presso la Commissione Controllo del Comune di Firenze, che per il 2007 è previsto un utile di esercizio tra i tre e i quattro milioni di euro mentre il bilancio 2006 si era chiuso con un utile al di sotto dei quarantamila euro. Il profitto per i soci azionisti, pubblici e privati sembra così prevalere sulla buona gestione aziendale in termini di sicurezza e di rispetto dei lavoratori.
In questa dinamica il ruolo del Comune di Firenze, tra i più importanti azionisti di parte pubblica, è fondamentale per arrivare ad un accurato controllo e rendere così trasparenti i bilanci di Publiacqua. Potrebbe verificare, ad esempio, se alcune voci che prima erano messe a bilancio come costi di manutenzione non siano passate nella colonna degli investimenti; un artificio contabile che permetterebbe un aumento delle tariffe non proporzionato, con un vantaggio per gli azionisti e non per chi a Firenze l’acqua la usa per lavarsi o per cucinare. Per contrastare questa politica i lavoratori di Publiacqua si sono organizzati e dal 6 agosto scorso nello stabilimento di Mantignano sono stati indetti gli scioperi al contrario, una forma di protesta innovativa in grado di sostenere chi è costretto al turno solitario voluto dalla dirigenza.

Uno sciopero importante, perché in grado di mostrare i limiti della gestione privata, sostenuto dalla società civile fiorentina e toscana e anche da padre Zanotelli, uno dei massimi difensori del bene comune acqua, ovvero di un bene che rappresenta un diritto inalienabile per ogni essere umano. L’azienda ha reagito scompostamente e oggi minaccia di licenziare coloro che scioperano. Luciano D’Antonio è categorico, la protesta, garantita dalla Costituzione, va avanti. “Dal 6 agosto non è passata una notte senza che i lavoratori di Mantignano abbiano lasciato da solo il collega turnista. Sono state indette negli stabilimenti di Firenze anche sedici ore di sciopero, un mese di blocco degli straordinari e la disobbedienza dei turnisti agli ordini di servizio unilaterali emessi dalla direzione aziendale. L’adesione a Mantignano è stata totale. Questa lotta è così sentita che cresce giorno dopo giorno insieme alla consapevolezza della gravità della situazione”, continua D’Antonio, annunciando quale potrebbe essere il prossimo passo: il blocco del recupero crediti, per far arrivare in ritardo questi soldi nelle casse di Publiacqua. D’Antonio ci lascia con una conferma: “Questa vicenda dimostra come al privato interessino solo i profitti e come per raggiungere questo obiettivo non si faccia scrupoli, aumentando le tariffe, abbattendo il costo del lavoro a scapito della qualità del servizio.”

Cosa succederà adesso? Da quale parte si schiererà il maggior azionista pubblico di Publiacqua, ovvero il Comune di Firenze? Avrà il sindaco Domenici la forza, il coraggio, la cultura per schierarsi dalla parte del bene comune, dei diritti dei lavoratori, del diritto alla sicurezza degli utenti? O preferirà continuare a sostenere l’interesse economico dei privati, di quella stessa Acea che opera sotto l’egida del sindaco di Roma Walter Veltroni, suo compagno di partito e leader nazionale del Partito Democratico? Presto il Consiglio comunale di Firenze affronterà tutta la vicenda Publiacqua nella sua complessità. Oggi, in favore di una ripubblicizzazione dell’azienda troviamo schierata solo l’opposizione di sinistra formata da Unaltracittà/Unaltromondo e Rifondazione Comunista, mentre fuori dal Palazzo a volere i privati fuori dalla gestione dell’acqua sono quegli stessi movimenti che hanno raccolto in tutto il Paese più di 400.000 firme per una legge di iniziativa popolare. Saprà ascoltarli la politica?

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