Caro Sindaco, ascolta i cittadini

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Nell’Europa odierna in cui la politica è molto meno strutturata rispetto a cinquanta anni fa, sono molto più inclini a far sentire la propria voce su una vasta gamma di questioni alcune molto particolaristiche, altre dove l’interesse particolare e il bene generale sono inestricabilmente legati. La reazione del governo locale a questa nuova situazione può essere di due tipi: considerare i comitati e le associazioni della società civile dei rompiscatole, irriverenti e spesso estremisti, e quindi nella migliore delle ipotesi sopportare la loro presenza distrattamente, nella peggiore reagire con impazienza e intolleranza.
L’altra è quella di considerarli come un bene potenziale (fino a prova contraria), come forze vitali in una democrazia asfittica, come termometro con cui misurare la temperatura di una città. Da questo secondo atteggiamento deriva il desiderio di inventare modi e strutture nei quali la società civile e governo locali si possano incontrare, discutere e decidere. In tutta Europa vi sono avanguardie che sperimentano, spesso con profitto, questi nuovi processi decisionali. L’attuale giunta di Firenze non appartiene a questa avanguardia, piuttosto il contrario. Il Sindaco, quali che siano i suoi altri meriti, pare non avere alcuna simpatia nè molto tempo per le associazioni eccetto quelle altamente strutturate che rappresentano specifici interessi economici della città (imprenditori e commercianti in primo luogo). Il vicesindaco è più bonario e meno distante, fa molte promesse, si attiva (spesso eroicamente) in molteplici direzioni, ma gli esiti sono ugualmente scarsi. Crescono la frustrazione e la rabbia tra molti residenti preoccupati delle questioni dell’inquinamento e della salute, fra molti giovani che sentono completamente ignorati i propri bisogni. Il consenso per la Giunta si prosciuga. Permettetemi di fare un esempio concreto di come è stato scavato questo solco tra la società civile e il governo locale di questa città. L’episodio potrebbe tranquillamente intitolarsi in questo modo: “Come non fare le cose”. Sono le 8 di mattina del 15 ottobre 2001. Il Comitato dell’Oltrarno per lo sviluppo sostenibile è stato convocato a Palazzo Vecchio dal vice sindaco Cioni per discutere, per l’ennesima volta, le misure, anche minime, dirette a migliorare la qualità della vita nel quartiere. Queste misure includono: l’allargamento dei marciapiedi (recentemente una bambina tornando da scuola, scesa un attimo dallo strettissimo marciapiedi di via de’ Serragli, è stata malamente investita da una ragazza in motorino); misure di protezione per i ciclisti e installazione di rastrelliere per le loro bici; la limitazione del traffico che utilizza le strade, strette, del quartiere per entrare e uscire dalla città, con il conseguente forte inquinamento nelle ore di punta, ecc. Quasi tutte le nostre idee sono state accettate ed approvate dalla Giunta, ma nulla di concreto ha mai seguito i nostri incontri.

Siamo là alle ore 8 del mattino, e così pure Cioni, ma nessun altro. Alle 8.25 io suggerisco di iniziare. Abbiamo tutti un lavoro a cui recarci. Non c’è un ordine del giorno, non c’è una pianta in scala adeguata del quartiere, nessuna preparazione in vista della riunione da parte dei membri dell’amministrazione; assolutamente nulla è stato fatto, malgrado le promesse, dal nostro ultimo incontro in giugno. Ripetiamo le nostre modeste proposte, insistendo per non ottenere soltanto una parziale pedonalizzazione di una sola strada, ma un piano per il quartiere. Cioni appare possibilista (come sempre). Poi viene chiamato dal sindaco: sono arrivati i membri di Confcommercio, per un’altra riunione (presumibilmente più importante, sulla sosta notturna nelle piazze storiche). Per quaranta minuti chiacchieriamo con i tecnici, aspettando il ritorno del vicesindaco. Quando torna, decide di chiamare il vicecomandante dei vigili per avere informazioni sulla mancanza di vigili che rende la ZTL una farsa. Il vice comandante arriva; dobbiamo spiegargli tutto da capo, ma in ogni caso non sembra condividere il nostro punto di vista. Sono le 10.50, dobbiamo andare via. Nulla è stato deciso, né ottenuto. La riunione, obiettivamente, è stata nient’altro che una presa in giro cominciata in ritardo, non strutturata, interrotta, totalmente inconcludente. I membri del nostro Comitato, dopo due anni di questa fatta, sono disillusi e amareggiati. Il loro potenziale contributo per fare della città un luogo migliore in cui vivere è andato in gran parte sprecato. La relazione tra la società civile e il governo locale dovrebbe essere di questa natura? Dobbiamo davvero, come mi ha suggerito di recente un eminente collega dell’università, aspettare che accada un cataclisma sanitario oppure una rivolta perché l’amministrazione della città si dia una mossa? Io spero di no. Nel frattempo ecco un suggerimento. In alcune città d’Europa, le amministrazioni locali organizzano dei forum basati sulla pratica della “democrazia deliberativa”. Tutti i portatori di interessi in un dato quartiere (oppure di una particolare questione) vengono chiamati a discutere su “il vivere insieme”. Dovrebbero pazientemente cercare di trovare, se è possibile, un terreno comune per benefici condivisibili. Dovrebbe essere un “dare” e “avere” per tutte le parti. C’è un moderatore preciso, severo e imparziale nominato dal Comune. Un ordine del giorno, limiti di tempo per ogni intervento, nessuna tolleranza per l’aggressione verbale e l’interruzione degli altri, scadenze per presentare proposte, chiari parametri finanziari e l’impegno del Comune all’immediata realizzazione delle proposte su cui si è trovato un accordo. Sento alcuni lettori mormorare: «Questo è possibile in Svezia, non qui». Non è vero. La provincia di Torino ha appena concluso con successo un processo simile sul difficilissimo problema della localizzazione di un inceneritore e una discarica (più difficile della vivibilità quotidiana in Oltrarno o in un altro quartiere della città). I nostri attuali amministratori possono prendere in mano la situazione in modo simile? Vorrei poterlo credere. Ma al momento non ho basi su cui fondare questa speranza. E attenzione. La consultazione paternalistica della cittadinanza, suggerita da Carlo Trigilia nell’introduzione al suo “Progettare Firenze”, per molti versi un documento ammirevole, non è affatto la stessa cosa della democrazia deliberativa.

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