Corradi e Pecorini: Caro Giannozzo, su Don Milani non siamo d’accordo con te.

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Adele Corradi e Giorgio Pecorini – due delle persone che sono state più vicine e che meglio conoscevano Don Lorenzo Milani – intervengono nella polemica suscitata da un articolo di dopo che la sua Comunità ha ricevuto, chiedendo perdono per gli strali della gerarchia cattolica, il padre di Eluana Englaro, Beppino. Corradi e Pecorini, come anche Enzo Mazzi, hanno buoni argomenti per dimostrare che così non fu. Buona lettura.

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Caro Giannozzo,
non sono d’accordo con te. Mi riferisco ad un tuo scritto pubblicato su La Nazione di martedì 31 marzo scorso. Tu scrivi che Don Santoro «ha preso poco dalla lezione del priore di Barbiana che prendeva posizione sempre prima del Vescovo, ma dopo che il Vescovo si era espresso stava zitto».

Questa tua affermazione non mi pare giusta perché da un giudizio su don Santoro partendo da una premessa sbagliata. Secondo me tu descrivi don Milani come non era e così fai torto a don Milani e di conseguenza a don Santoro. Dico che descrivi don Milani come non era non perché presuma di conoscerlo meglio di te perché l’ho avvicinato. Non sono fra quelli che attribuiscono grande importanza al fatto di averlo conosciuto personalmente. L’esperienza ci dice che si può vivere anni accanto ad una persona senza capirla e quindi senza conoscerla. Perciò se ora ti dico che non è vero che don Milani parlava solo quando il Vescovo non si era pronunciato non lo dico riferendomi a quel che ho visto e sentito negli anni in cui sono vissuta a Barbiana. Lo dico perché sia lui a smentirti: lui attraverso i suoi scritti.

Per esempio: quando scrisse con don Borghi la lettera ai sacerdoti della Diocesi di Firenze a proposito di monsignor Bonanni ti pare che il Vescovo non si fosse pronunciato? Aveva licenziato in tronco Bonanni, rettore del seminario. Bonanni era stimatissimo ed era stato nominato rettore dal cardinale Dalla Costa, stimatissimo anche lui, ma Florit licenziandolo era nel suo pieno diritto, toccava a lui decidere se Bonanni era adatto o no per quell’incarico.

Eppure Milani e Borghi si esprimono così: «L’episodio Bonanni non è che uno fra i tanti. Un altro sicuramente più grave è quello di padre Balducci: l’Arcivescovo ha posto i cattolici fiorentini nella condizione di doversi regolare con la sola coscienza in materia di Teologia. Non ha risposto alle loro precise domande scritte…la chiesa fiorentina col suo muro tra vescovi e preti è ormai al margine della Chiesa Cattolica…. I laici d’oggi restano a bocca aperta di fronte a questo settecentesco modo di concepire l’autorità… Chiediamo all’Arcivescovo che risparmi ai nostri popoli lo scandalo di un assolutismo abbandonato ormai anche dal Papa e perfino dai comunisti».

Come vedi il Vescovo viene criticato per le posizioni assunte in più di un’occasione. Se poi ti venisse il dubbio che la durezza di certe espressioni fosse dovuta alla presenza del Borghi ti posso assicurare (ho assistito alla stesura della lettera) che il testo lo propose don Milani sottoponendolo all’approvazione del Borghi. Venivano scartate le idee che al Borghi non piacevano. Ma lo scritto che mi pare ci faccia riconoscere don Santoro come discepolo fedele (anche se meno ardito) del Milani è la famosa lettera a Pistelli; lettera non privata ma destinata alla pubblicazione e perciò certamente meditata e pesata parola per parola.

E’ un capolavoro e dovrei riscriverla tutta. Naturalmente non lo faccio (è in tutte le edizioni delle lettere) ma non posso non riportare qui certi passi: «…io non mi spiego, scrive il Milani ( e qui scrive da solo) come voi cattolici di sinistra siate ancora tanto timidi di fronte ai cardinali. Forse è che mancate di quadratura teologica (la sottolineatura è mia)…dove leggi che tu debba accettare per buone le opinioni di ogni singolo porporato?…cattolico è dunque chi si ricorda che i cardinali e i vescovi sono creature fallibili. Eretico che mostra loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo… Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi delle Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare… …Abbiamo detto che la critica ai cardinali e ai vescovi è lecita, diciamo ora addirittura che è doverosa: che è un preciso dovere di pietà filiale. E un nobile dovere anche proprio perché adempirlo costa caro (anche questa sottolineatura è mia). Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene. Vogliamo il loro bene cioè che diventino migliori…

Nessun vescovo può vantarsi di non aver nulla da imparare. Ne ha bisogno come tutti noi. Forse più di tutti noi per la responsabilità maggiore che porta e per l’isolamento in cui la carica stessa lo costringe…Va in visita e non incontra che cattolici o atei travestiti da cattolici ( ho cambiato la parola ‘comunisti’ sostituendola con ‘atei’ perché è più attuale). Gente comunque che non lo critica…E’ più comodo trattarlo coi soliti dorati guanti di menzogna che danno il modo a lui e a noi di vivere senza seccature… Meglio essere irrispettosi che indifferenti… ..la critica in bocca nostra è amore appassionato per una Chiesa in cui viviamo…che vogliamo migliore e non distrutta. E quale mai interesse se non di Paradiso ci può far stare con lei dopo le figure che ci ha fatto fare?».

A questo punto ti confesso Giannozzo, che mi meraviglia molto lo scandalo nato attorno al ‘caso Santoro’. Una persona gli consiglia di lasciare la parrocchia (di cui non è parroco). La cosa non mi avrebbe meravigliato ai tempi di Don Milani. L’Adriana Zarri, basandosi su un articolo dello Specchio (giornale di cui dichiarava di non avere stima) consigliava a don Milani addirittura di spretarsi. Oggi non posso fare a meno di meravigliarmi proprio per le lodi e l’incenso che si levano intorno alla figura del Milani. Tutti riconoscono che le sue critiche nascevano dal suo grande amore per la Chiesa.

Che ha fatto don Santoro? Perché deve lasciare la parrocchia che non ha? Che io sappia non ha detto che la Santissima Trinità non esiste. Ha detto, mi pare di aver capito, che gli piacerebbe un Vescovo più caritatevole. Può darsi che la carità che piace a Santoro non piaccia al Vescovo, ma perché il desiderio di Santoro di vivere in una Chiesa diversa non potrebbe nascere da un grandissimo amore per lei? Siamo in parecchi ad avere questo desiderio. Se si facesse un sondaggio serio credo che molti vescovi rimarrebbero sorpresi. E, per quello che ne so io, questo desiderio non ce l’hanno gli indifferenti. Sentii una volta Gianni Vattimo che diceva a Sgarbi: «A te la Chiesa va bene comunque sia perché di lei non te ne importa niente»

Aveva ragione da vendere Vattimo.

Sulla Chiesa trovan da ridire i credenti: quelli a cui piace il Vaticano II e quelli a cui non piace. La Chiesa così com’è pare piaccia soprattutto agli atei devoti.

Santoro certo non è tra quelli. Né io lo sono.

Con amicizia

Adele Corradi

Don Milani con i suoi allievi a Barbiana
Don Milani con i suoi allievi a Barbiana

La cittadinanza onoraria data dalla Giunta comunale di Firenze al padre di Eluana Englaro rischia un effetto collaterale, desideratissimo da tutte le destre, fiorentine e no: la cacciata di don Alessandro Santoro dalla sua parrocchia delle Piagge, il quartiere tra i più emarginati cui egli, con un gruppo di giovani, ha saputo restituire consapevolezza, impegno culturale e dignità.

Il fatto è che, coerente con la propria lunga battaglia in difesa dei diritti civili di ogni persona, don Santoro non soltanto ha pubblicamente approvato la delibera della Giunta, sgradita al suo vescovo Giuseppe Betori: ha addirittura invitato Beppino Englaro in parrocchia. Gli ha chiesto perdono per il «baccanale» a base di «preghiere, rosari e parole senza senso» con cui è stato aggredito da una parte del mondo cattolico. Ha detto di non riconoscersi in «questo coro indecoroso, in questo spettacolo osceno». Ha concluso che per il suo dramma di padre e per la tragedia di Eluana la gerarchia ecclesiastica avrebbe piuttosto dovuto trovare «parole d’amore».

Apriti cielo! vien da dire. Ma, dato l’argomento, la metafora risulterebbe ambigua, forse ridicola. La questione è invece chiara, assolutamente seria. E tocca insieme la coscienza e i diritti di ciascuno di noi, al di sopra delle singole posizioni economiche e sociali, appartenenze religiose eccetera, come prescrive l’articolo 3 della nostra carta costituzionale.

Che cattolici integralisti più o meno ottusi e atei devoti più o meno opportunisti diano addosso a un parroco come Santoro allineandosi alla parte più costantiniana e meno evangelica della gerarchia, è scontato: stupirebbe il contrario.

Per nulla scontato e parecchio allarmante è trovare inserite in quel coro indecente voci ritenute, evidentemente a torto, insospettabili. Quella per esempio di Giannozzo Pucci, il nuovo proprietario della Lef, proprio la Libreria editrice fiorentina cui per il prestigio di un catalogo includente il meglio dell’intelligenza progressista cattolica, religiosa e laica, Giorgio La Pira in testa, don Lorenzo Milani aveva affidato prima Esperienze pastorali poi Lettera a una professoressa e L’obbedienza non è più una virtù.

A Firenze c’era (e c’è) un giornale quotidiano che per anni ha pervicacemente calunniato don Milani vivo. A fermarlo c’eran voluti il coraggio e il rischio di un suo redattore onesto, Mario Cartoni, riuscito con un colpo di mano a farci uscire il testo intero della Lettera ai giudici durante il processo al priore di Barbiana imputato di vilipendio e apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza.

Bene: è a quello stesso giornale, pressocché immutato nella linea politica, che Giannozzo Pucci presentandosi «come editore di don Milani» manda una lettera (31 marzo, p. 4 inserto Firenze) per dispiacersi «che don Santoro abbia appreso poco della lezione del priore». E per sostenerlo stralcia alcune righe da una chiacchierata con me in cui don Lorenzo spiega perché, pur dissentendo da tante scelte e comportamenti della gerarchia, resti nella chiesa (“la mia ditta” diceva): per il bisogno che ha dei sacramenti. Ma questo che c’entra?

La lezione del priore è tutta nella secca replica al vescovo di un confratello rimproverato a vanvera e che Milani riferisce condividendola: «Senta, io penso che è giusto fare così. Lei è vescovo. Se lei mi lascia parroco mi lascia fare con la mia testa. Se non le va bene mi leva da parroco e io obbedisco immediatamente. Ma se lei mi lascia lì, decido io e comando io.» (“Chiesa santità obbedienza” nel mio Don Milani! Chi era costui? p.304)

Questa è la lezione che Santoro mostra di aver bene appreso e che fa propria pur sapendo il prezzo da eventualmente pagarne. È per averla impartita e vissuta di persona questa lezione, assieme ad altre della stessa scuola, che quel rompiscatole di Lorenzo Milani era stato esiliato dal vescovo di allora a Barbiana, la più piccola e abbandonata parrocchia della diocesi, già chiusa e riaperta apposta per lui. Suggerisco al vescovo d’ora di ri-riaprirla e di confinarci quel nuovo rompiscatole di Alessandro Santoro. Avendo prima cura di toglierci acqua luce posta telefono e tagliarci la strada: riportarla cioè (non per sadismo: per rispetto e miglior comprensione della verità storica) a com‘era quando ci spedirono don Lorenzo: chissà che così “restaurata” non ridiventi luogo di nuove glorie. Tutte da riconoscere e celebrare post mortem, ovviamente.

Giorgio Pecorini

0 Comments

  1. Filomena

    sarà forse per questo che tanti cattolici stanno meditando di diventare valdesi??
    La gerarchia vive solo per il POTERE, unico loro dio: praticare il messaggio di Cristo comporta fatica e rischio di isolamento, chi glielo fa fare?

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