Carcere e Cittadinanza. Intervista a Renato Curcio

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Cose di periferia. Cose che appartengono alla città ma che la città, spesso e volentieri, ignora, o dimentica, o semplicemente non vuole vedere, non vuole sapere. Perchè sapere a volte fa male, e l’indifferenza è pur sempre un buon antidoto. Cose come il carcere, che vive alle porte delle nostre città. Ma anche cose come il centro sociale Il pozzo, alle Piagge, là dove la periferia di Firenze si tuffa nella piana, nella campagna, non è quasi più Firenze e non è ancora Signa. Una terra di mezzo, proprio come il carcere.

Ed è là, in quella terra di mezzo, che ho avuto il piacere e il privilegio di conoscere Renato Curcio, storico fondatore delle Brigate Rosse, oggi studioso del fenomeno carcerario. Da uomo libero dopo una lunga prigionia, Curcio è spesso ospite de “Il Pozzo” per presentare i libri e gli studi che con la cooperativa Sensibili alle foglie compie regolarmente sui temi della marginalità sociale e della carcerazione.

È da poco uscito l’ultimo studio prodotto: Il carcere speciale, quinto volume del Progetto memoria, curato da Maria Rita Prette. Un libro che racconta e documenta nel dettaglio l’esperienza degli inquisiti per banda armata e associazione sovversiva, le loro lotte e l’apporto teorico alla discussione sul carcere attraverso 186 documenti d’epoca, scritti da detenuti fra il 1969 e il 1989 e una trentina di testimonianze.

Renato Curcio, prima dell’indulto si parlava di “situazione insostenibile” delle carceri, di condizioni di vita insostenibili, di sovraffollamento senza precedenti. Ora invece si sono scatenate polemiche sugli effetti che la scarcerazione di massa ha provocato sui detenuti stessi, lasciati allo sbando. Insomma, la situazione delle carceri italiane è senza soluzione?
L’indulto non riguarda il terreno che a me interessa ma un terreno prettamente politico. Dal punto di vista che mi riguarda, cioè dell’analisi istituzionale, possiamo dire che il carcere oggi è un’istituzione estremamente poco conosciuta, strutturata su tre livelli che differenziano le situazioni e i diritti e che creano quindi un serio problema alla democrazia.

Se parliamo di politiche carcerarie, a parte pochi momenti centrali come la legge Gozzini, assistiamo ad una lenta e lunga agonia, ad una stasi pressoché totale dovuta ad una scarsissima attenzione politica al carcere come fenomeno. Dunque, cosa manca? Cosa sono le politiche carcerarie e cosa dovrebbero essere?
Le politiche carcerarie oggi sono politiche di contenimento di fasce sociali che non si configurano come fasce di consumo ma come rifiuti: un grosso serbatoio di esseri umani che devono essere smaltiti ma che nessuno sa esattamente come smaltire.

Con il processo a Saddam è tornato di moda parlare di pena di morte. In Italia ci ha pensato la Lega Nord a riproporre questo dibattito…
La pena di morte è una pena incivile e assolutamente arcaica, precede persino il dibattito che Beccaria portò in Italia già al tempo dell’Illuminismo. E direi che il 90% degli italiani, come alcuni sondaggi hanno mostrato, è radicalmente contrario alla pena di morte. Tuttavia quel 10% che non lo è si configura come un 10% di popolazione che non ha maturato un pensiero che negli ultimi 150 anni è diventato un pensiero acquisito da tutte le persone civili.

Parlare di Saddam fa pensare agli Usa: parlare di indulto significa anche pensare a Silvia Baraldini, da poco libera…
Non posso che essere felice che vengano liberate le persone, chiunque esse siano. Penso che la generazione che negli ultimi 30 anni si è battuta per allargare gli spazi di democrazia non solo di questo paese ma anche degli Stati Uniti, è una generazione coraggiosa che non merita certamente tutte le punizioni e le carcerazioni che ha subito.

Da fondatore storico delle Br, cosa pensa delle nuove Br, dal caso Lioce in poi?
Non penso niente perchè non ho analizzato quel tipo di problema. È un territorio che non conosco, non ho approfondito il problema.

Per concludere: qual è il confine tra cittadino e detenuto?
È un confine netto: perchè il detenuto è un cittadino con meno diritti. E questo non dovrebbe essere, perchè anche il detenuto dovrebbe essere un cittadino con tutti i diritti, anche se privato della libertà.

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