Buone ragioni per rifiutare il"pacco" nucleare tra Francia e Italia

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di Valentina Bernardini

20 dicembre 2020: la centrale nucleare di Grosseto inizia la sua attività a pieno ritmo. Questo si poteva pensare qualche mese fa leggendo ed ascoltando le notizie, sull’accordo Italia – Francia sul nucleare. Fantascienza.

Infatti, se ci si sofferma ad approfondire i termini della questione, si scopre che in realtà non c’è nessun accordo. Mentre i maggiori media ci informavano del patto tra Berlusconi e Sarkozy per la creazione di quattro centrali nucleari sul territorio italiano, di cui la prima attiva entro il 2020, nella realtà a firmare erano Enel ed EDF. Le due compagnie energetiche, in base a questo accordo, si impegnano per i prossimi 5 anni ad effettuare degli studi per verificare se effettivamente sarebbe possibile costruire delle centrali in Italia.

Il reattore scelto è il modello EPR, di cui Enel possiede già una quota in Francia, e che appartiene alla cosiddetta terza generazione, cioè a quei reattori sviluppati negli anni ’90 e che rispetto agli ‘60-‘70 hanno sì migliorato i dispositivi di sicurezza, ma che sostanzialmente si basano sempre sulla stessa metodologia di funzionamento e non hanno ancora risolto il problema dello smaltimento delle scorie. Dunque non è mutata molto la tecnologia da quando, nel 1987, è stato votato il referendum per l’eliminazione del nucleare in Italia.
Ma potrebbe veramente il nucleare risolvere il problema energetico? No, secondo Erasmo D’Angelis, Presidente della Commissione Territorio e Ambiente del Consiglio Regionale: il nucleare non sembra la soluzione più adatta per la Toscana, che dovrebbe invece puntare sulle energie rinnovabili. Così la nostra, come molte altre regioni, ha espresso il suo parere negativo rispetto ad una politica di ritorno al nucleare.
L’ubicazione di una centrale a Grosseto è stata, invece, auspicata da Antonella Mansi, Presidente di Confindustria Toscana, che precisamente parlava di Scarlino. Ma già ad una prima analisi il luogo si rivela inadatto, per un motivo molto semplice: mancano sul posto quegli enormi quantitativi d’acqua che le centrali nucleari richiedono per funzionare correttamente.
Sul revival dell’atomo esprime le sue perplessità anche l’Aspo (Associazione
per lo Studio del Picco del Petrolio), che pur non demonizzando il nucleare, che ha sicuramente dei vantaggi, come l’indipendenza dal petrolio, ne sottolinea comunque gli svantaggi, come ad esempio le scorie e la sicurezza, ma anche il fatto che i costi non sarebbero poi abbattuti in modo significativo. Il prezzo dell’uranio si è quasi decuplicato dal 2001 ad ora e, sebbene non incida molto sui costi dell’industria nucleare, questo aumento è legato alla diminuzione delle risorse facilmente fruibili, che è come dire “non importa quanto costa: qualcuno rimarrà senza!” come sostiene Ugo Bardi, Presidente dell’Aspo.
Meglio puntare sulle rinnovabili dunque, come suggerisce anche il fisico Angelo Baracca, informandoci che “il nucleare produce solo energia elettrica, che copre meno di un quinto dei consumi energetici finali” e invitandoci a guardare all’esempio della Spagna, che ha puntato sull’energia eolica. Baracca riflette anche sui costi del nucleare, portando ad esempio la Finlandia, dove da alcuni anni è in costruzione un reattore dello stesso tipo di quelli che si vorrebbero installare in Italia con forti ritardi e un aumento dei costi di circa 2 miliardi di euro.
Sembra dunque decisamente illogico investire adesso su questa tecnologia, soprattutto nel nostro territorio così ricco di fonti rinnovabili, che, a differenza di quanto si pensi, sono in grado di produrre un livello di energia non inferiore al nucleare.

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