Bruno Borghi

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Ci ha lasciato a luglio Bruno Borghi, ex prete operaio, attivo negli ultimi anni a fianco dei carcerati di Sollicciano. Ricordiamo qui di seguito alcune tappe della sua vita, con commenti estratti da uno scritto di don Enzo Mazzi a proposito della sua figura, cresciuta nella stagione della Firenze di La Pira.

“Fra le personalità emerse in quella stagione don Bruno Borghi è una delle meno conosciute. Per me è un valore. Lo conoscono più i carcerati di Sollicciano, dove nell’ultima parte della sua vita ha fatto il volontario, che i fiorentini. E don Bruno è nel cuore della gente della Comunità dell’Isolotto per la solidarietà e la costante vicinanza delle scelte di vita, pur nel rispetto delle tante diversità”.

Ordinato prete alla fine degli anni ’40, in seminario era stato compagno di don Lorenzo Milani, con il quale conservò una profonda amicizia. Negli anni ‘50, subito dopo la scomunica di Pio XII ai comunisti e in piena guerra fredda, Borghi scelse di lavorare in fabbrica.

“È troppo facile parlare come spesso si fa nel mondo cattolico di scelta dei poveri o di «scelta preferenziale dei poveri», come dire si scelgono sia i poveri che i ricchi con un occhio di preferenza verso i poveri. Il che significa sostanzialmente elemosine coi soldi dei ricchi e moralismo. No, per Bruno Borghi la scelta dei poveri, fin dal seminario negli anni quaranta, ebbe il significato politico in senso lato di scelta di classe, come per don Milani, suo compagno di preparazione al sacerdozio. Don Borghi volle immedesimarsi nella condizione operaia perché vide nella classe operaia l’annuncio autentico di valori evangelici capaci di rivitalizzare un realtà ecclesiale ferma al medioevo”. Il primo prete-operaio italiano nel 1964 fu autore, insieme a don Milani, di una “Lettera ai sacerdoti della diocesi fiorentina”, che chiedeva di rompere il muro di omertà e di prendere apertamente le difese di padre Balducci e di monsignor Bonanni (rettore del seminario di Firenze), contro l’autoritarismo del vescovo Florit, espressamente inviato a Firenze per normalizzare la diocesi. Negli anni successivi Borghi insieme a Milani denunciò l’ambiguo ruolo dei cappellani militari nell’esercito e difese l’obiezione di coscienza, fuori legge fino al 1972. Nell’ottobre del 1968 si schierò al fianco di don Mazzi, che la Curia aveva cacciato dalla parrocchia dell’Isolotto insieme a don Paolo Caciolli. La comunità dell’Isolotto occupò la chiesa in segno di protesta. L’anno seguente Borghi sarà in piazza dell’Isolotto a concelebrare la prima veglia di Natale all’aperto celebrata dalla comunità dell’Isolotto. In seguito Borghi lasciò il sacerdozio, decise di dare vita ad una famiglia ed ebbe un figlio.
Negli ultimi anni era impegnato come volontario a Sollicciano. Recentemente aveva denunciato pubblicamente il clima di intimidazione e le violenze psicologiche e fisiche cui vengono sottoposti i detenuti, scrivendo: “L’art. 27 della Costituzione dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La mia presenza a Sollicciano nasce direttamente da questo articolo. Se la finalità della pena è esclusivamente educativa, è incompatibile con ogni tipo di violenza. Perché se l’utopia di una società senza carcere è molto lontana, l’art. 27 della Costituzione ci fa sperare che possiamo liberarci di questo carcere”.

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