Borja Valero: "Necessario capire questa crisi globale. Un calciatore ha il dovere di essere informato"

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di Massimiliano Castellani per L’Avvenire

Dopo la “beffa” con la Roma, che costerà probabilmente il terzo posto e la Champions, Firenze ha lo stesso sguardo sereno di uno dei suoi idoli viola, Borja Valero. L’hidalgo del centrocampo, il 27enne ex Villarreal portato (assieme a Roncaglia e Rodriguez) dall’hombre ombra, il direttore tecnico della Fiorentina Eduardo Macia. Sarà forse per tutto questo “sabor” che la Fiorentina è la squadra con il maggior seguito di telespettatori in Spagna (più della Juventus campione d’Italia)? «Non dipende certo da me, in Spagna mi conoscono meno che in Italia – dice sorridendo Valero – . Agli spagnoli piace guardare la Fiorentina in tv perché con il suo gioco rompe il luogo comune che vuole la Serie A troppo tattica e difensivista. Noi un “piccolo Barcellona” del futuro? Può darsi. Di sicuro, da quando oltre a dare spettacolo ci siamo messi anche a fare risultati, siamo diventati un po’ scomodi». Il riferimento è alla sconfitta immeritata di sabato sera con i giallorossi e al rigore (mani di De Rossi) negato dall’arbitro Mazzoleni. Errore (secondo il patron Andrea Della Valle «danno da 30 milioni di euro») o malafede arbitrale? «Mi piace pensare che gli arbitri sbaglino per distrazione, ma quando capita contro certe squadre, questo pensiero si indebolisce… Però, vedere tutto il Franchi in piedi che ci applaude nonostante la sconfitta, perché si è divertito e sa che la Fiorentina ha dato tutto, ti dà la forza per ricominciare».

Nessuno quest’anno ha dato quanto lui: è il giocatore più utilizzato da Vincenzo Montella (3.150 minuti giocati, precisa lo “statistico fiorentino” Roberto Vinciguerra). Un rendimento di altissima qualità e il dubbio: se non figura nella rosa del Real Madrid, in cui è nato e cresciuto, è forse perché vive e ragiona “non da calciatore”? «Forse. Il calcio per me è un lavoro, ma fuori ho la fortuna di avere tanti interessi e il tempo necessario per poterli coltivare. A cominciare dalla famiglia, mia moglie Rocìo e nostro figlio Alvaro». Il niño di casa Valero, 3 anni, già conosce e canta a memoria l’inno della Fiorentina. «È normale, è un bambino contagiato dalla passione e dal mestiere del padre. Poi qui a Firenze sta avvertendo la stessa sensazione di benessere che abbiamo provato io e Rocìo appena siamo arrivati. È stato facile entrare nel cuore della gente e non dipende solo dal fatto che sto giocando bene, ma perché sono uno che ama mischiarsi al popolo e questo penso che i fiorentini lo sentono».

Lo avverte eccome la gente di Piazza Libertà che lo ferma e lo saluta. E Borja ricambia il sorriso, mescolandolo dolcemente al cappuccino del bar sotto casa che gli viene servito con la schiuma che ricama il suo nome. Se Facundo Roncaglia è la “mascotte”, Borja Valero è diventato il “simbolo” del rinascimento viola. «La popolarità che ho conquistato qui in pochi mesi, non l’ho mai avuta in Spagna. Nella Liga diventi un vip solo se giochi nel Real Madrid o nel Barcellona». Eppure lui nella “casa blanca” ha trascorso tutta la giovinezza, sognando di diventare Redondo. «Era il mio modello. Al Real ho avuto la fortuna di incontrare un maestro di vita come Del Bosque che mi ha insegnato a pensare a 360 gradi». Ma a lanciarlo in prima squadra, nel 2006 in Coppa del Rey, è stato “Don Fabio” Capello. «Altra grande personalità Capello, mi ha permesso di toccare con mano la bellezza del calcio facendomi allenare con un genio come Zidane».

E qualche colpo alla “Zizou” lo ha inserito nel suo repertorio, altrimenti il ct Del Bosque, nel 2011, non lo avrebbe convocato per l’amichevole Spagna-Usa. «È stata la mia unica e forse ultima presenza in nazionale. Del Bosque giustamente va avanti con le sue idee e con un gruppo che ha vinto tutto (2 Europei e un Mondiale) e io per entrarci dovrei disputare sempre partite fenomenali, segnare 20 gol, e forse non basterebbe neanche». Intanto quello che ha fatto vedere al suo primo anno in Italia è bastato e avanzato ad imporlo all’attenzione generale. «Merito di un gruppo unito che si diverte a fare del bel calcio. Montella? Un perfezionista che ci ricorda ogni giorno: “Possiamo migliorare ancora“. È la la mia stessa filosofia».

Ciò che non migliora è la situazione politica ed economica in Europa, uno degli argomenti con cui spesso spiazza i compagni nello spogliatoio. «Un calciatore ha il dovere di essere informato del mondo in cui vive e non costruirsene uno tutto suo, appartato, fatto solo di cose superflue e di privilegi. La gente oggi perde il lavoro e si suicida, in Spagna come in Italia. Un dramma sociale e io vorrei tanto poter dare una mano alle persone che sono in difficoltà…». Pensieri da illuminato, oltre che da “faro” del centrocampo della Fiorentina. Sensibilità di un uomo alla continua ricerca del tempo perduto. «Ho speso la mia gioventù per realizzarmi nel professionismo, ma questo mi ha fatto tralasciare lo studio. È stato un errore. Per questo ora leggo tantissimo e conto di rimettermi sui libri per specializzarmi in Economia. Uno strumento in più per capire questa crisi globale, ma anche per amministrare al meglio i guadagni che il calcio mi ha dato e mi darà, evitando di fare come tanti colleghi che a fine carriera si sono mangiati tutto». Il raggio di azione di Valero spazia oltre il rettangolo verde, auspicando un mondo migliore e più giusto. «Confidavo in Obama, ma non capisco se non sia riuscito o non gli hanno permesso di realizzare tante delle cose che predicava prima della sua elezione a “capo del mondo”¿Ha ragione Macia: la giustizia italiana è migliore di quella spagnola. La sentenza del “caso Fuentes” lo dimostra: hanno distrutto la verità e ferito milioni di tifosi che credono ancora a uno sport pulito».

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