24 settembre 2018

Basta grandi opere, PIL e occupazione non crescono insieme

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da Il Fatto Quotidiano

Pubblichiamo un estratto dell’appello promosso da Maurizio Pallante (consulente del neosindaco di Parma Pizzarotti) e sottoscritto da imprenditori, tecnici, consulenti e attivisti del Movimento per la Decrescita Felice, per un cambio di priorità in Italia nelle scelte economiche e industriali.

In tempi normali è sufficiente gestire l’ordinaria amministrazione con accortezza perché tutto proceda bene. Ma quando, come ora, si vivono grandi cambiamenti epocali, dove masse sempre più grandi di persone soffrono per mancanza di lavoro, occorre rimettere in discussione idee consolidate, con particolare il dogma della crescita continua del Prodotto interno lordo. Vediamo con apprensione che si parla di “Project Bond per realizzare grandi opere infrastrutturali”. Si tratta in pratica di fare ancora altri debiti per realizzare grandi opere finalizzate, più che alla reale utilità, a far ripartire la crescita, come se questa fosse la soluzione a ogni male. Ancora grandi opere, ancora a debito… per riavviare la crescita e poter pagare gli interessi sul debito! Ma che follia è? E in questo teatro dell’assurdo si inserisce anche il luogo comune del collegamento diretto fra crescita e occupazione. Si dà per scontato che la crescita faccia automaticamente aumentare l’occupazione, ma non è vero e ci sono i numeri a dimostrarlo.

Dagli anni 60 a oggi, il Pil è aumentato di quasi 4 volte, mentre l’occupazione in proporzione all’aumento della popolazione è diminuita! Ogni imprenditore sa che, nella maggior parte dei settori merceologici, l’aumento della produttività e quindi del Pil, si ottiene con l’automazione e con l’ottimizzazione dei processi produttivi e non aumentando proporzionalmente l’occupazione.

Per dimostrare le nostre tesi abbiamo analizzato i dati della galleria per il Tav in val di Susa. Tali dati indicano che la galleria del Tav consentirebbe di creare 2000 nuovi posti diretti e 4000 indiretti. In realtà le cifre sono ottimistiche, ma anche se si raggiungessero tali obiettivi occupazionali, avremmo al massimo 6000 nuovi posti di lavoro contro un investimento minimo di 8,2 mld di euro, ovvero 0,73 nuovi posti per ogni milione di euro investito. La spesa sarebbe coperta a debito ribaltando ancora una volta il problema sulle generazioni future, che dovrebbero anche sorbirsi i danni ambientali e le spese per l’energia necessaria a illuminare e climatizzare l’opera. Tutte le grandi opere infrastrutturali hanno per comun denominatore l’uso del debito, di molto cemento, di molta energia e hanno quindi un impatto ambientale molto rilevante.

Si può fare diversamente? Certo che sì! Bisogna solo cambiare le priorità e spendere il denaro in altro modo, partendo anche dalla consapevolezza che è convenienza di tutti investire subito le poche risorse disponibili in molte migliaia di piccoli e micro cantieri e solo successivamente, eventualmente, in grandi opere infrastrutturali. I micro cantieri dovrebbero riguardare in primo luogo l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati. Poi anche le bonifiche ambientali e la messa in sicurezza del territorio rispetto agli eventi catastrofici. I costi delle opere di efficientamento si pagherebbero in pochi anni con il risparmio energetico e in meno di un decennio i soldi investiti sarebbero di nuovo disponibili per nuovi utilizzi. Immediatamente calerebbe la bolletta energetica e l’inquinamento da CO2. Quindi ci guadagneremmo tutti. Infine, il denaro speso per far lavorare migliaia e migliaia di piccole imprese e di artigiani, resterebbe nel territorio contribuendo in maniera determinante al riavvio dell’economia! Noi facciamo appello alla politica perché dia priorità a questi interventi che generano molti benefici per tutti.

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