11 dicembre 2018

Banche Alimentari? Non aiutano chi è povero e istituzionalizzano la miseria

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Un’analisi critica di Chiara Lodi Rizzini di organizzazioni caritatevoli che mettono a rischio quella che un tempo chiamavamo democrazia. Scaricare le responsabilità dello Stato verso gli ultimi non aiuta infatti a risolvere strutturalmente il problema.

Considerato che anche a Firenze è attivo il Banco Alimentare, lo avrete certamente incrociato talvolta davanti ai supermercati, è bene sapere cosa cela questa attività che a prima vista può sembrare positiva e che indubbiamente offre una risposta all’emergenza.

Il titolo originale dell’articolo è “Food banks e lotta alla povertà. L’allarme che arriva dalla Germania”

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Con la crisi economica, si stanno diffondendo numerose iniziative di contrasto alla povertà alimentare – banchi alimentari, supermercati solidali, ecc. (per approfondimenti vedi gli articoli su Emporio Parma, Portobello Modena e Banco Alimentare). Nonostante gli indubbi aspetti positivi di tali esperienze, non mancano critiche sulla loro efficacia.

Se n’è discusso alla 5^ European Public Policy Conference, Rethinking Poverty in the Developed World (per conoscere gli altri approfondimenti sulla conferenza leggi il nostro articolo), dove Stefan Selke, docente dell’Università di Hochschule Furtwangen, ha illustrato la sua ricerca su Tafeln – rete di food banks attiva in Germania – in base alla quale le food banks sarebbero una soluzione di emergenza, ma non sarebbero in grado di aiutare i poveri a trovare una reale via di uscita dalla povertà, correndo, anzi, il rischio di istituzionalizzarla. Questo perché la lotta alla povertà in uno Stato democratico non dovrebbe essere “scaricata” sulle iniziative di volontariato – le cui risorse e capacità di impatto sono, ovviamente, limitate – ma richiede profondi cambiamenti che solo politiche strutturali su larga scala possono attuare.

La ricerca – La ricerca di Selke parte dallo studio di Tafeln, organizzazione non profit nata in Germania nel 1993 per distribuire cibo ai senza tetto principalmente attraverso le eccedenze alimentari – si tratta prevalentemente di prodotti non commerciabili perché in scadenza o con confezioni danneggiate – e che oggi conta 906 sedi sul territorio tedesco. Tafeln funziona esclusivamente grazie all’aiuto di soci, sponsor e donatori e non riceve fondi dal governo federale, ma solo talvolta, dalle autorità locali.
La ricerca si basa su tre livelli di analisi: monitoraggio della situazione attuale, framework sociale; dimensioni del conflitto (Figura 1).

Figura 1 – Quadro analitico impiegato nel progetto di ricerca “Foodbank-Monitor“ (2011-2013).
Fonte: Selke, 2013.

Il monitoraggio della situazione attuale –  L’analisi del contesto rivela innanzitutto un risultato poco soddisfacente nell’andamento della richiesta di aiuto: nell’85% dei casi essa appare in aumento, per il 13% uguale e solo nel 3% in calo (Figura 2).

Figura 2 – Andamento delle richieste di aiuto. Fonte: Selke, da Caritas NRW 2011.

Emerge, inoltre, un’alta disparità a livello territoriale e, in particolare, uno scarso equilibrio tra domanda e offerta che porta ad una situazione paradossale. Come si vede dalla figura 3, le aree dove le Tafeln sono più concentrate (figura a sinistra, densità di Tafeln), sarebbero in realtà, in molti casi, proprio quelle dove c’è meno necessità (figura a destra, livello ipotetico di diffusione sulla base dei potenziali clienti di Tafeln). Questo perché essendo così connesse al volontariato e al tessuto produttivo locale, sorgono dove i territori sono più ricchi di persone ed aziende sponsor e quindi, paradossalmente, dove c’è meno bisogno.

Figura 3- Disparità regionali (densità delle food banks – povertà)
Fonte: Sedelmeier, in Selke/Maar, 2011.

Dal punto di vista dei beneficiari, si tratta di una forma di aiuto che comporta fattori di stress fisico (attesa in coda, spazi inadeguati) e psicologico (vergogna, percezione di inferiorità, impossibilità di lamentarsi). Dal punto di vista delle motivazioni dei volontari, invece, prevale il desiderio di impiegare parte del proprio tempo svolgendo un’attività appagante (49%), seguita dalla ricerca di dare un significato alla propria vita. Si tratta dunque di motivazioni che, secondo l’autore, rendono difficile produrre valutazioni oggettive in quanto si basano su opinioni e sentimenti.

Guardando il quadro normativo che in Germania regola le food banks, ci sono molteplici norme che ne regolano il funzionamento e i criteri di accesso, mentre si abbassano i livelli richiesti per la qualità del cibo e del valore equivalente dell’aiuto ricevuto. A livello simbolico, le food banks assumerebbero quindi un valore ambivalente: positivo per i volontari, “dipinti” come everyday heroes, e per le aziende donatrici, che ne ricavano un ritorno in termini di immagine; negativo per gli utenti, per cui esse alimenterebbero il sentimento di esclusione sociale e la percezione di essere gli ultimi della società. Le donazioni da parte di privati, tra l’altro, sono l’opposto dell’aiuto incondizionato richiesto da un sistema di solidarietà istituzionalizzato in un welfare state.

Il framework sociale – Passiamo ora al contesto sociale. Le food banks hanno un’origine storica molto lontana, che risale alle forme di carità di epoca pre-moderna. Col tempo, si sono evolute e consolidate in modo strutturato al punto da determinare, oggi, la professionalizzazione del settore, per cui anche al suo interno si impiegano modelli di gestione aziendale (quality managment, logistica, ecc.), e l’imitazione da parte di esperienze simili (banco per bambini, banco per animali, banco di medicinali, banco degli occhiali).

Anche i presupposti con cui le food banks vengono “legittimate” stanno cambiando ed esse stanno lasciando la loro motivazione originaria, prettamente sociale – aiuto per i senza tetto – per assumere una ragione ”ecologica” – gestire gli sprechi alimentari in modo virtuoso – che però si fonderebbe, secondo Selke, su presupposti errati: lo spreco di cibo non ha raggiunto livelli così alti e, comunque, la povertà non può essere eliminata semplicemente attraverso il recupero delle eccedenze alimentari. Il boom dell’aiuto privato contro la povertà, infine, sarebbe parte della ristrutturazione neo liberale del welfare state avvenuta, in particolare, dopo la riduzione dei social benefits introdotta dalla legge Hartz del 2005 in materia di disoccupazione. La partecipazione e la mobilitazione civica segnerebbe, quindi, il passaggio dalle garanzie pubbliche alle mere attività volontarie.

Le dimensioni del conflitto – Le food banks sono generatrici di conflitti per diversi motivi, a cominciare dal giudizio sulla loro efficacia: c’è chi le apprezza e chi le rifiuta, chi ha aspettative di successo e chi teme comportino effetti negativi irreversibili. Da una parte il coinvolgimento di volontari è visto come socialmente desiderabile, ma dall’altra si teme che esperienze di rifiuto o vergogna vengano così socialmente legittimate e istituzionalizzate. Ci sono poi conflitti su interessi e risorse: le food banks impiegano criteri economici (efficienza, crescita, market share) per questioni sociali e spesso tutelano legalmente nomi o aree di intervento per evitare “imitazioni” e proteggere la propria area di intervento.  Ci sono, infine, i conflitti a livello di social policy: le food banks sarebbero solo dei rimedi di breve periodo; in un’ottica di sostenibilità sembra essere più accettato usare il volontariato che le politiche pubbliche; la povertà viene stabilizzata perché supportata da aziende, agenzie sussidiate e privati.

Food banks e lotta alla povertà – Dall’analisi condotta sulle tre dimensioni Selke giunge quindi a proporre una serie di considerazioni di ordine più generale sullo strumento dei food banks in Germania. L’istituzionalizzazione delle food banks potrebbe avere importanti implicazioni sui diritti umani. Innanzitutto perché la povertà rischia di diventare una merce che può generare profitto; in secondo luogo perché i volontari diventano dei gap-fillers, dei “sostituti” che colmano le lacune dello Stato; infine, crea una privatizzazione del diritto al cibo, una dipendenza dalla volontà di sponsor e volontari che è l’opposto rispetto all’autonomia e all’indipendenza che si dovrebbero garantire agli individui in uno stato democratico. In sostanza le food banks, limitando gli impatti della povertà, ostacolerebbero la formazione di un’advocacy che reclami diritti umani e sociali adeguati e la produzione di politiche strutturate su larga scala. Il problema – secondo Selke – è che in uno Stato democratico, la lotta alla povertà non può essere delegata alle associazioni di volontariato, il cui impatto ovviamente può essere solo limitato, ma richiede che vengano messe in atto politiche in grado di produrre cambiamenti su larga scala e di garantire a tutti i cittadini condizioni di vita accettabili.

Quali alternative abbiamo? – Bisognerebbe prendere atto delle riflessioni fatte, dell’ambivalenza di questo tipo di aiuto e dei costi che si celano dietro l’economia della povertà. Nella messa in opera di politiche e progetti, occorre passare dal paradigma mezzo-fine a quello del conseguimento di obiettivi socially integrative e, soprattutto, fare il modo che le food banks restino una soluzione di emergenza, ma non diventino una soluzione permanente ed istituzionalizzata di contrasto alla povertà, ruolo che compete, appunto, ad altre istituzioni e che richiede la messa in atto di politiche strutturali più complesse.

Quale valenza per la teoria? Alcune riflessioni – L’analisi di Selke presenta diversi spunti di riflessione, alcuni condivisibili, altri meno, almeno se applicata al contesto italiano. Che l’impatto sulla riduzione della richiesta di aiuto sia scarso è evidente, ma non inaspettato, se diamo per scontato che ai banchi alimentari si rivolgono per lo più persone che si trovano in condizioni di emergenza. Quello delle disparità territoriali è invece un pericolo molto probabile, soprattutto se pensiamo al nostro Paese dove, infatti, le iniziative – in particolare i progetti di comunità e le iniziative laiche (non quelle religiose, che invece sono distribuite in modo abbastanza uniforme) – si stanno diffondendo con maggiore concentrazione al Nord, dove è presente un maggiore capitale sociale, un tessuto produttivo più ricco in termini di potenziali aziende solidali, ma anche un tasso di povertà piuttosto basso rispetto al Sud. Anche qui, inoltre, si rilevano spesso sovrapposizioni di aiuti e difficoltà di comunicazione tra enti che quasi competono nel sostegno agli indigenti, con evidente spreco di risorse.

Più difficile sembra invece che tali iniziative possano diventare una misura permanente ed istituzionalizzata di contrasto alla povertà, almeno in Italia, dove esse non hanno ancora raggiunto livelli di professionalizzazione e diffusione tali da pensare che si possa loro delegare la “competenza esclusiva” del sostegno agli indigenti. Non è una soluzione al momento realizzabile e tantomeno sarebbe auspicabile, in quanto, appunto, i banchi alimentari non avrebbero le risorse sufficienti per generare una riduzione della povertà su così larga scala, pur essendo validi strumenti per fornire aiuto immediato e soprattutto l’inclusione sociale dei beneficiari, oltre che attivatori di quel capitale sociale e di quel welfare di comunità essenziali per superare la crisi del nostro welfare state.
Riferimenti 

Die Tafeln

Tafelnforum

Stefan Selke website

0 Comments

  1. Chiara Lodi Rizzini

    Vorrei chiarire un paio di punti che dalla vostra introduzione mi sembra siano stati un po’ fraintesi. Il titolo del mio pezzo – che sul vostro sito è stato cambiato – è “Food banks e lotta alla povertà. L’allarme che arriva dalla Germania”. Dalla Germania appunto, non dall’Italia, dove la situazione è molto diversa. Le critiche che il professor Selke – e che io riporto, ma restano le sue – sono certamente interessanti perché offrono numerosi spunti di riflessione, ma non tutte possono, secondo me, essere applicate al caso italiano, come ho ribadito nelle conclusioni. Se è vero che anche nel nostro paese c’è il rischio di una disparità tra Nord e Sud e di una dispersione di aiuti tra enti che sostengono gli indigenti, sembra invece difficile che queste organizzazioni caritatevoli possano, come scrivete nella vostra introduzione, “mettere a rischio quella che un tempo chiamavamo democrazia”. Non hanno livelli di professionalizzazione e diffusione tali da pensare che lo Stato possa scaricare su esse la “competenza esclusiva” del sostegno agli indigenti. Molto più spesso banchi alimentari, empori sociali, ecc., si stanno invece rivelando strumenti importanti (e non solo “a prima vista”) per dare un aiuto immediato e soprattutto favorire l’inclusione sociale dei beneficiari, oltre ad attivare, grazie al numero di volontari e utenti che vi gravitano intorno, quel capitale sociale e quel welfare di comunità essenziali per superare la crisi del welfare state, in un momento in cui l’aiuto dello Stato non è sufficiente.

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  2. red

    Gentile Chiara, grazie per l’interlocuzione e il chiarimento. La ricerca è indubbiamente molto interessante ed è per questo che ci siamo permessi di rilanciarla. Abbiamo anche aggiunto il titolo originale affinché i lettori possano compredere meglio la questione, come da lei suggerito.

    Per risponderle nel merito siamo rimasti colpiti proprio dal legame con le realtà italiane suffragato dal primo paragrafo quando, giustamente per constestualizzare l’articolo, lega la ricerca a food banks nostrane come il Banco alimentare e le esperienze di Modena e Parma. Italiane appunto.

    Sulla democrazia non ci pare che nell’articolo lei dica cose diverse quando scrive – anche qui giustamente a nostro avviso – che: “La lotta alla povertà in uno Stato democratico non dovrebbe essere ‘scaricata’ sulle iniziative di volontariato ma richiede profondi cambiamenti che solo politiche strutturali su larga scala possono attuare”.

    Più avanti, inoltre, leggiamo che “a livello simbolico, le food banks assumerebbero quindi un valore […] negativo per gli utenti, per cui esse alimenterebbero il sentimento di esclusione sociale e la percezione di essere gli ultimi della società”. Visto che l’articolo 3 della nostra Costituzione afferma che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, tutto ciò che va contro questo principio per noi non è democratico. Semplicemente.

    Siamo infine persuasi da sempre delle parole di Dom Hélder Câmara. “Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”. Abbiamo ritrovato questo spirito nel leggere le sue parole a commento della ricerca, ed è stato uno dei motivi che ci ha spinto a ripubblicarla. Ci sbagliavamo?

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  3. Chiara Lodi Rizzini

    Il punto secondo me è che bisogna distinguere due livelli. Politiche di contrasto alla povertà che abbiano un impatto profondo e su larga scala possono essere fatte solo dallo Stato, per una questione di competenze, risorse ecc. Ma intanto che lo Stato ci lavora e mette in piedi una risposta, coi tempi che tutti sappiamo, che si fa? Si muove la società civile, e si da vita a queste esperienze che ovviamente non possono dare la stessa risposta – e non credo ne abbiamo nemmeno la pretesa – ma che possono generare un impatto positivo a livello di comunità locale, offrire un primo aiuto, un sostegno anche solo in termini di inclusione sociale. Ho voluto presentare le critiche di Selke perché credo siano interessanti per il dibattito (e il nostro scambio lo dimostra!), ma trovo che alcune siano un po’estreme, almeno per il caso italiano, dove non abbiamo una forte politica pubblica di contrasto alla povertà, figuriamoci alla povertà alimentare, dove abbiamo un bell’articolo della Costituzione sull’uguaglianza però l’unico strumento contro la povertà diffuso uniformemente su scala nazionale è una social card di 40 euro. Purtroppo si tratta di temi che andrebbero discussi più approfonditamente rispetto a quanto si riesce a fare con le modalità delle rete, ma che se ne riesca a parlare, e in modo civile, è una buona cosa..

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  4. red

    E’ sempre una buona cosa parlarne. E qui lo stiamo facendo fruttuosamente. La ricerca di Selke è stato un ottimo spunto perché è utile ad aprire gli occhi anche sulle realtà italiane che hanno trasformato in business gli aiuti alla povertà.

    Nessuno lo dirà mai ufficialmente, ma ascoltando ciò che si dice nei corridoi delle associazioni di categoria delle imprese protagoniste delle banche alimentari si capisce come questa pratica sia conveniente per i loro bilanci, visto il risparmio sullo smaltimento dei rifiuti rappresentati dal cibo vicino alla scadenza. Non sappiamo se Selke affronta questo tema, certo che un approfondimento italiano sulle motivazioni della generosità di tante aziende sarebbe davvero interessante.

    E poi la politica, sempre presente, che anche qui ha messo radici profonde. Sappiamo tutti della “sorellanza” tra Banco alimentare a Comunione e liberazione e non è un caso se – ad esempio – il Banco della Toscana sia in mano a Leonardo Carrai, cugino di Marco, uomo ombra di Renzi (http://www.ilmondo.it/politica/2013-07-21/chi-marco-carrai-richelieu-matteo-renzi_295519.shtml). E’ anche a causa di questo sistema di relazioni che l’attuale sistema politico non emanciperà mai i poveri con riforme strutturali. Sono più utili per altri fini a quanto pare…

    Arriviamo così alla conclusione che quella delle food banks in realtà rappresenti un’importante operazione di greenwashing da parte di tante imprese che ridefiniscono così la loro immagine e aggiustano i bilanci sulla pelle dei poveri e approfittando della disponibilità disinformata di tante persone sensibili e ingenue (http://it.wikipedia.org/wiki/Greenwashing).

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  5. tino

    brava chiara,sei una vera portatrice di democrazia,il cittadino deve protestare altrimenti non e’ cittadino ma suddito.Queste nb associazioni tipo banco alimentare limitano il diritto del cittadino e servono solo ai veri ricchi per mantenere lo status quo.Non esiste che uno se deve mangiare deve sentirsi dire :credi nella chiesa? oppure sei un compagno ? ribelliamoci a queste associazioni taglia e medega (taglia e cuci) altrimenti rimane sempre e solo popolo bue.

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  6. Ivan Segovia

    voi parlate della povertà ma non sapete cosa sia è come parlare dell'innamoramento senza mai essere stati innamorati, la gente povera non sa cosa farsi dei vostri discorsi campati in aria, io che ho vissuto nelle favelas vi dico che quando uno riceve del cibo gratuitamente pensa solo a ringraziare per il dono ricevuto ed è felice perchè con gesto semplice si sente voluto bene e riacquista dignità, altro che istituzionalizzare la povertà

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