Bambini, al lavoro!

image_pdfimage_print

Ruben ha 14 anni e da due si alza alle 5 di mattina: la sua giornata di lavoro inizia un’ora dopo. Fa il fornaio, e anche il pasticcere, in un forno molto speciale, nato alla periferia di Lima per iniziativa del Manthoc (“Movimiento Adolescentes y Ninos Trabajadores Hijos de Obreros Cristianos”), la coraggiosa organizzazione peruviana che si batte per i diritti dei bambini e degli adolescenti lavoratori. Ruben è un giovane fornaio soddisfatto: ha imparato a preparare vari tipi di pane e di dolci, si sente utile alla sua famiglia, e il forno autogestito ha finalmente i conti in attivo. Prima Ruben aveva un altro lavoro, di quelli che in Perù fanno i bambini poveri che vivono per strada: pulizia delle casse da morto. Guadagnava 20 soles la settimana, oggi 205 al mese. Perciò Ruben sorride. Come Johnatan, 17 anni, da tre in servizio nella stessa panetteria: prima lavorava per strada. Vendeva gallette e giornali ai passanti, oppure aiutava i genitori al loro banchetto delle colazioni. A quei tempi non poteva andare a scuola. Ora lavora solo la mattina, così il pomeriggio frequenta la scuola del Manthoc.
Anche Ivan è un alunno Manthoc. Ha 14 anni, lavora in un cantiere edile dalle 8 a mezzogiorno. La madre, abbandonata dal marito, aveva un negozio di attrezzi per l’edilizia: una minuscola impresa che non faceva arricchire, ma consentiva di mantenere la famiglia (Ivan e la sorella) sopra la soglia della povertà. Un giorno il locale andò a fuoco, così la donna e i due bambini rimasero senza niente. La strada, a quel punto, era l’unica risorsa, la stessa condivisa da migliaia, anzi milioni di peruviani. Ora per Ivan le cose vanno meglio: c’è un lavoro, la possibilità di andare a scuola. E’ quasi felice: “Quando il negozio bruciò mia sorella cominciò a lavorare. Io dovetti lasciare la scuola pubblica. Dopo un anno di interruzione ho ripreso a studiare, ma in una scuola del Manthoc, così posso lavorare e aiutare mia madre”. Ivan è orgoglioso del suo lavoro: è preciso e puntualissimo. ‘Mi piacciono gli impianti elettrici, sono la cosa che preferisco. A scuola la materia più bella è la matematica”. Ivan ha un’idea anche per il suo futuro: “Voglio fare l’architetto”.
Ruben, Johnatan e Ivan sono adolescenti lavoratori. Secondo certe leggi, applicando rigide convenzioni, rientrano nella categoria dei “minori sfruttati”. Alla loro età non dovrebbero lavorare, ma dedicarsi allo svago e agli studi, prepararsi alla vita adulta. La Convenzione 138 dell’Onu (del 1973) fissava a 15 anni l’età minima per l’accesso al lavoro, ridotti a 14 nei “paesi in via di sviluppo”. La negazione del lavoro minorile è uno degli assiomi seguiti da molte organizzazioni internazionali. A prima vista è una posizione ineccepibile, specie se pensiamo alle “forme peggiori di sfruttamento infantile” che un’altra convenzione dell’Onu, la 182 del 1999, ha indicato una per una (schiavitù, prostituzione, reclutamento militare etc.).
Ruben, Johnatan e Ivan, e con loro migliaia di bambini e adolescenti lavoratori dell’America Latina, dell’India, di alcuni paesi dell’Africa, hanno una visione completamente diversa. Respingono l’abolizionismo, che ispira l’approccio prevalente al lavoro minorile, e parlano di “protagonismo”, di “valorizzazione critica del lavoro infantile”. Credono che il lavoro dia dignità alle persone, senza distinzioni d’età, e che sia uno strumento di crescita personale e civile. Avversano lo sfruttamento e vogliono combatterne le cause: si sentono partecipi, come gli adulti, della vita sociale e politica dei loro paesi. Ruben, Johnatan, Ivan e migliaia di ragazzini come loro stanno mettendo in crisi molti luoghi comuni, molte convinzioni radicate nella cultura del mondo occidentale, che concepisce ormai il lavoro come una necessità economica, riservata agli adulti, e come un impedimento per lo sviluppo fisico, emotivo, educativo dei bambini. Gli abolizionisti pensano che sia da mettere fuori legge tutto il lavoro minorile, che si debbano boicottare tutti i prodotti realizzati con manodopera infantile. La stessa Global March, un movimento della società civile che si batte contro lo sfruttamento dei minori, s’ispira alla Convenzione 138 dell’Onu e alla sua linea repressiva.
Ruben e gli altri hanno un’altra visione del mondo. Fanno parte del movimento dei Nats (Ninos y adolescentes trabajadores), nato probabilmente in un mercato all’aperto di Lima. I bambini che spingevano carrelli, vendevano panini, pulivano scarpe e trascinavano casse, cominciarono a riunirsi e a discutere delle comuni aspettative, che sono poi le stesse di tutti i movimenti dei lavoratori: retribuzioni migliori, rispetto del lavoro, orari più brevi, cambiamento sociale. Su queste basi nascevano i Nats. Che oggi parlano così, come un ragazzino (14 anni) ascoltato durante un incontro pubblico dei delegati nazionali del movimento: “Nella nostra costituzione è scritto che il lavoro è un diritto, ma questo non basta, perché il lavoro dev’essere molto di più. Deve trasmettere valori, deve insegnare solidarietà, condivisione, e proteggere dai percorsi ‘cattivi’ di cui un ragazzo può restare vittima. Molti bambini sono sfruttati, costretti a lavori forzati e sotto pagati perché considerati come degli esseri inferiori, dei cittadini di serie B. I bambini e gli adolescenti devono prendere coscienza della loro grande dignità di lavoratori. Devono anche pretendere dai propri genitori che siano fieri di loro, senza temere o vergognarsi della loro condizione di bambini lavoratori. Il lavoro non va idealizzato, non è un’astrazione, dev’essere sicuro e dignitoso, perciò va criticato e sempre migliorato, perché è il presente ma anche il futuro”.
I Nats hanno una dimensione politica, sperimentano la democrazia partecipata: in Perù si sono dati un’organizzazione decentrata, radicata nelle città e federata a livello nazionale. Non vogliono leader e parlano di “protagonismo”. Il “protagonista” non si pone sopra i compagni ma al loro livello, deve saperli ascoltare ed essere capace d’inserirsi in una dimensione collettiva, di lotta politica, economica e sociale. I Nats sono coscienti che la povertà in cui vivono le loro famiglie e altri milioni di persone è dovuta agli squilibri economici globali, a una condizione generale di sfruttamento e d’ingiustizia sociale. Perciò vogliono che la lotta per la dignità del lavoro infantile sia inserita in un contesto più grande di cambiamento sociale. Così in Perù, che è la patria dei Nats, è nato il Manthoc (nel 1979), l’associazione che affianca il movimento e include anche degli adulti, considerati comunque dei “collaboratori”. Il Manthoc cura progetti di tutela e protezione del lavoro, gestisce ‘case Manthoc’ che ospitano laboratori autogestiti e spazi di svago e studio per i ragazzi dell’associazione. Le scuole Manthoc, sorte vicino ai mercati e ad altri luoghi di lavoro infantile, offrono modelli d’educazione alternativa: si studia e si lavora, s’impara a leggere e scrivere ma anche a curare la propria salute e a collaborare con gli altri.
Uno slogan dei Nats dice così: “Siamo bambini che lavorano, e che si organizzano”. I movimenti Nats sono ormai decine, in Perù e in tutto il cono Sud, dalla Bolivia al Nicaragua, dal Paraguay alla Colombia. Il Manthoc è solo la più conosciuta delle associazioni create dai bambini lavoratori. Nel ’96 in Perù è nata una federazione di tutti i gruppi attivi nel paese (la sigla è Mnnatsop): raccoglie almeno undicimila bambini e adolescenti lavoratori. In Paraguay esiste il Connats (Coordinamento nazionale dei Nats), in Cile il Programma Nats del Vicariato Sud di Santiago e la Scuola per bambini lavoratori del collettivo “Iqbal Masih”, intitolato al bambino-sindacalista ucciso in Pakistan; in Argentina la ‘Lucerniaga’ e la ‘Rete Buhito’… Ci sono movimenti Nats in alcuni stati dell’India, dove i bambini sono riusciti a imporre accordi sindacali a datori di lavoro e governanti. In Africa è nato il Maejt (Mouvement africain des enfants et jeunes travailleurs), che riunisce gruppi del Mali, del Senegal e di una dozzina di altri paesi.
Ormai sono numerose anche le ong e le associazioni dei paesi ricchi che collaborano coi Nats. Sono nati progetti di cooperazione e forme molteplici di partnership, eppure la visione dei Nats è spesso in conflitto con quella di chi osserva il mondo dal Nord. Benedetta Rossini e Fabio Cattaneo, presidenti rispettivamente delle associazioni Nats e ItaliaNats, scrivono alla fine del libro “Bambini al lavoro, scandalo e riscatto” (Berti 2002): “Alcune ricerche iniziano a segnalare come perfino il boicottaggio dei prodotti, in cui tutti crediamo, e le sanzioni commerciali possano essere deleterie per i bambini e gli adolescenti impegnati nella loro produzione”. Così, mentre alcune grandi aziende sono state costrette a garantire che i loro prodotti sono ottenuti escludendo il lavoro minorile, gli amici dei Nats cominciano a pensare a marchi di garanzia per prodotti realizzati da bambini in condizioni di lavoro dignitose. E’ una lotta per la dignità e contro il pregiudizio, che rifugge le semplificazioni. In molte botteghe del commercio equo e solidale i manufatti usciti dai laboratori dei Nats si trovano già: biglietti d’auguri, candele, magliette, giochi di legno. Sono tutti oggetti con una storia sociale molto speciale: dimostrano che oggi i bambini hanno qualcosa da insegnare, agli adulti e a tutto il Nord del pianeta. I Nats forse non conoscono Elsa Morante, ma il titolo di un suo famoso libro riflette le loro speranze: “Il mondo salvato dai ragazzini”.
Lorenzo Guadagnucci (da Linus)

SUL WEB
Rete Italianats – www.italianats.org
Associazione Nats – www.associazionenats.org

Manthoc – www.manthoc.50megs.com
In Africa – www.enda.sn/eja
In India – www.workingchild.org

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *