Baldoni, uno di noi

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Anche noi dell’Altracittà vorremmo dire qualcosa su Enzo Baldoni e su questa assurda morte. è difficile digerire la vicenda, raffreddare gli animi e non lasciarsi andare alla retorica. Tuttavia adesso il bisogno di un saluto di commiato all’uomo, di un abbraccio generoso alla sua famiglia e ai suoi amici, e di una riflessione su questa orrenda guerra prendono il posto del dolore e dello sgomento.
Non conoscevamo personalmente Enzo. Eppure oggi ci sembra di conoscerlo. Non siamo i soli a sentire così, a giudicare dai messaggi postati sul blog di Pino Sciacca (La Torre di Babele). A tanti, a noi anche, è bastato leggere i diari online di Enzo, frammenti di vita e di esperienze tra Cuba, Colombia e Bagdad per ri-conoscere l’uomo. Quel senso di familiarità che egli ci ha trasmesso si fonda su quattro sentimenti tremendamente umani: la curiosità, la gioia di vivere, il coraggio e la solidarietà. Umanità perduta in questo mondo ormai consegnato agli eserciti della morte, oppure forse solo scolorita se ancora un esempio come Enzo ancora tanta emozione suscita.
E allora indugiamo su questa umanità.
Uno che amava la vita è andato a cercarla in Iraq, a Najaf: perché? Nessuno può saperlo, ma ognuno ha il diritto di dare una sua risposta poiché a questo valgono gli esempi. Per noi è andato a cercarla lì, perché in Iraq ancora qualcuno si ribella, ha la dignità di affermare se stesso, il coraggio di dire “No, basta!” ai padroni del mondo. Questi dissacratori, violatori di memorie, profanatori del sacro suolo del mausoleo di Alì: loro lo hanno sporcato di sangue e di petrolio.
Per molti occidentali quel mausoleo è solo un cumulo di mattoni rifugio delle milizie di Al Sadr. Per gli Iracheni, è stato ed è un simbolo di spiritualità iscritto nel loro patrimonio culturale. Che ignoranza, che vergogna!
È con loro comunque, e questo lo sappiamo, che Enzo voleva parlare, con la gente, questa gente che ancora si ribella. Voleva capire perché. E già, perché forse noi occidentali non sappiamo più cosa significa ribellarsi e allora cerchiamo una risposta altrove, un altrove sempre più difficile da rintracciare. Ribellarsi significa rischiare. Ha rischiato Enzo come anche quell’immane folla che qualche giorno fa ha invaso Najaf per sottrarre la terra santa all’arroganza.
Ribellarsi, rischiare e vivere sono la stessa ed identica cosa.
Di questa guerra, raccontata perlopiù da giornalisti in divisa e commentata principalmente da analisti al soldo dell’Impero, non abbiamo capito molto. Enzo forse ce la poteva spiegare nell’unico modo che anche noi conosciamo: stare, parlare e vivere con la gente. È un modo questo non solo per dire e far conoscere la verità, ma anche per costruire l’unica alternativa possibile alla guerra. Fare società civile, costruire dal basso reti di relazioni internazionali, intrecciare vite, storie e desideri: queste sono le nostre armi, forse anche le armi di Enzo.
Ciao Enzo, e grazie.
Bloghdad, il blog di Enzo Baldoni
http://bloghdad.splinder.com
La Torre di Babele, il blog di Pino Sciacca
http://www.pinoscaccia.rai.it/torre/

“Sul Mar Morto ti capita di vedere biondine in bikini succinti accanto a musulmane osservanti che, completamente avvolte nei veli neri, fanno il bagno fino al ginocchio. Vedi un gruppo di uomini, tutti vestiti di bianco, sotto una capannina. Nella capannina accanto le loro donne, tutte vestite di nero. Ti vengono pensieri cupi e politicamente corretti di segregazione, di schiavitù, di sottomissione della donna. Poi un colpo di vento sbarazzino solleva un velo nero, rivela uno chignon biondo, scopre una camicetta civettuola, ti porta il trillo di una risata e pensi che, come al solito, appena scavi un po’ la realtà è un’altra cosa.”
Enzo Baldoni, 4 agosto 2004

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