Azione globale

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Eccoci qua.
Mettiamo che viviamo in un paese ricco e sviluppato, abbiamo scuole e ospedali quasi gratis, l’acqua corrente, l’elettricità, l’automobile e il cellulare.
Mettiamo che abbiamo una casa riscaldata e facciamo tre pasti al giorno.
Mettiamo che abbiamo un lavoro più o meno soddisfacente, contributi, ferie e malattia.
Mettiamo che tutto questo ci basti, che in fondo in fondo non ci lamentiamo.
Chi ce lo fa fare di mobilitarci per i diritti dei lavoratori dell’Ecuador, e dov’è poi l’Ecuador?
Perché dovremmo agitarci tanto se in Messico privatizzano l’acqua o in Corea devono mangiarsi il riso americano venduto sottocosto?
Son cose che succedono, in paesi lontanissimi, che ci possiamo fare? E poi, è il libero mercato, e prima o poi darà i suoi frutti positivi, anche per loro. Ma questa è una favola smentita dai fatti: la globalizzazione, l’apertura delle frontiere (alle merci, non certo alle persone), la concorrenza selvaggia, secondo le regole stabilite dai più ricchi, hanno prodotto come unico risultato evidente che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri. E non solo nel Sud del mondo, sia chiaro.
L’esigenza (o l’alibi) di dover essere competitivi sul mercato internazionale fa sì che le aziende non adeguino i salari, oppure licenzino, oppure si trasferiscano altrove, dove il lavoro costa meno. A scapito dei lavoratori e spesso anche del prodotto, in barba alle garanzie sindacali e talora anche al rispetto dei diritti umani.
E non è nemmeno detto che alla fine quel prodotto ci costi meno, quando lo troviamo in negozio: è il caso ad esempio delle scarpe sportive, dove il costo di produzione incide mediamente per un 5% sul prezzo di vendita.
E fin qui si parla di merci in senso stretto: scarpe, frutta, pezzi di ferro. Ma la tendenza delle organizzazioni mondiali che si occupano di commercio è di considerare “merci” anche i servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, i trasporti, l’energia. La motivazione ufficiale è la volontà di offrire al pubblico servizi migliori, più efficienti, più convenienti. Maliziosamente, sospettiamo che quella reale sia la necessità di allargare la spartizione della torta alle società che si occupano di servizi.
Se guardiamo alcuni esempi europei di privatizzazioni, ci pare che ci sia poco da stare allegri: la gestione privata e frammentata delle ferrovie inglesi ha prodotto disservizi, aumenti e incidenti anche gravi, mentre è sempre più evidente che per Trenitalia sicurezza e competitività non vanno d’accordo…
E cosa dire di Posteitaliane s.p.a.? L’efficienza sarà forse aumentata, ma sono in rapida estinzione le tariffe agevolate e le assunzioni a tempo indeterminato… chi di noi ha più un portalettere “di fiducia”?
Al peggio, comunque, non c’è mai fine. È in esame al Parlamento Europeo una proposta da brivido, messa a punto da un certo signor Bolkestein per svincolarci dalla burocrazia e renderci più competitivi.
Come? Via libera ai privati, che stiano zitti i governi locali e, per finire, una chicca rivoluzionaria: il principio del paese d’origine. Secondo tale modernissimo principio, l’impresa che presta servizi può ignorare le leggi del paese in cui opera se la sua sede legale è altrove! Primo effetto, l’esodo in massa delle aziende verso quegli stati dove i diritti di chi lavora sono minimi; secondo effetto, la riduzione obbligata degli stessi diritti anche negli altri paesi, in nome della competitività. Insomma un livellamento verso il basso delle garanzie sociali.
Ce n’è abbastanza per mobilitarsi? Dal 10 al 16 aprileprossimi, anche nella nostra città succederanno delle cose. Esserci, partecipare è un modo per far sentire la nostra voce a chi decide.
La storia ci insegna che solo così è possibile cambiare le cose. Noi dell’Altracittà ci daremo da fare, e tu?

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