Avv. badante, Ing. manovale

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Siete in possesso di un titolo di studio conseguito in un Paese extracomunitario? Bene, anzi, male: l’uso più intelligente che potete fare del vostro pezzo di carta è riciclarlo per scriverci dietro.
Purtroppo questa è la triste considerazione a cui si giunge dopo estenuanti e sfibranti attese: infatti, il riconoscimento del titolo di studio, detto “dichiarazione di equipollenza” richiede un iter lunghissimo per gli stranieri, con risultato spesso negativo.
Provate a chiedere a Lulù (Maria di Lourdes), brasiliana: è infermiera diplomata in angiologia. Ha lavorato 13 anni in sala operatoria a Rio de Janeiro. Qui in Italia il diploma non le viene riconosciuto. Viene assunta in una cooperativa, dove è molto apprezzata. Ha spedito il diploma a Roma per farlo tradurre, autenticare e rimandare indietro. È fermo da 2 anni. Nel frattempo sta prendendo il diploma per osa, perché qui non ha alcun titolo. Ha lottato molto affinché il diploma le fosse riconosciuto e ha speso molti soldi per i costi della procedura, in particolare per le traduzioni.
Stessa sorte per Elizabeth, peruviana, che ha studiato per 3 anni presso la Scuola infermieri della Marina di Guerra del Perù, convenzionata con l’Università di Lima, con l’aspettativa di trovare facilmente lavoro. Ha finito gli esami ma non ha dato la tesi. In Italia ha lavorato con bambini e poi con anziani. Gli esami sostenuti nel suo paese non sono riconosciuti in Italia perché l’istituto che ha frequentato figura come scuola e non come università. Neppure la Scuola per infermieri professionali di Firenze le riconosce alcun esame. Stesso discorso per l’iscrizione al corso per Operatrice sociale sanitaria della Regione, che ora frequenta per avere un titolo.
Tereza, brasiliana, ha preso il diploma di odontotecnico e ha lavorato per 8 anni con questa qualifica a Rio de Janeiro. In Italia ha abbandonato presto il sogno di continuare nel suo lavoro e magari di aprire un piccolo laboratorio. Sia per l’ufficio di collocamento sia per l’ordine professionale, il diploma non vale niente. Non ha insistito.
Chi non riesce a farsi riconoscere il titolo di studio, spesso finisce, com’è risaputo, a lavorare a domicilio, assistendo gli anziani nelle loro abitazioni. È il caso di Regina: in Brasile era pronta a fare l’avvocato, in Italia fa la badante.
Queste sono soltanto alcune delle testimonianze raccolte, cartina di tornasole delle difficoltà incontrate da chi si avventura nella palude del riconoscimento dei titoli e delle qualifiche professionali. I meccanismi farraginosi e lenti che regolano l’avanzare in questa palude sono molti e intrecciati: i più evidenti sono l’autoreferenzialità di molti atenei e docenti, le barriere difensive elevate dalle corporazioni professionali nazionali, il pregiudizio circa la qualità dell’istruzione superiore negli altri Paesi.
Questi atteggiamenti e comportamenti rischiano di cristallizzarsi in un pericoloso quanto dannoso sistema di protezionismo e di chiusura verso uomini e donne di tutto il pianeta. La vita di una persona sarà così condizionata dall’attesa e dalla speranza di un foglio che di extra ha soltanto il nome di un paese di origine diverso da quella Comunità di cui l’Italia fa parte.
è indubbio che i processi di internazionalizzazione che coinvolgono, in un miscuglio di razza, lingua, opinioni politiche, religione, i sistemi educativi transnazionali e il mondo delle professioni, devono necessariamente creare delle infrastrutture di supporto e di interrelazione che facilitino e fluidifichino i relativi flussi di migrazione ed in particolare quelli di mobilità delle persone.

Per legislazione, documentazione,
modulistica da scaricare:
www.ministerosalute.it/professioni/sezProfessioni.jsp?id=114&label=ps
www.giustizia.it/professioni/indice.htm
www.stranieriinitalia.i t/news/italia.html
www.regione.emilia-romagna.it/urp/unitainformative/show_unita informativa.asp?id=240
www.cimea.it
www.miur.it

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