13 dicembre 2018

Attenti all’onda

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Quel che è certo è che, c’è ben poco. E così, mentre i suoi fautori ne lodano i vantaggi e, nel nome dell’incertezza, minimizzano i pericoli, i suoi detrattori ne smascherano l’inutilità e, sempre nel nome dell’incertezza, sottolineano i rischi. L’oggetto del contendere è la telefonia mobile e con essa gli inevitabili corollari: antenne dall’estetica discutibile sparsi per le città ed elettrosmog dagli effetti misteriosi sparso nell’etere. Ma cosa si sa davvero delle sue ricadute sulla nostra salute? Come ci si deve comportare davanti a un gestore che viene a chiederci di installare il suo apparecchietto sul terrazzo di casa? Che poteri hanno i cittadini? E il Comune che fa? Per vederci un po’ più chiaro e districarci nella rete di norme e piani che regolano la questione, abbiamo chiamato Beatrice Roberti, del coordinamento cittadino contro l’elettrosmog, Antongiulio Barbaro, consigliere comunale Ds, e Beppe Banchi, di Medicina Democratica. Senza nessuna pretesa di esaustività delle diverse posizioni politiche, abbiamo lasciato discutere tra loro persone con impostazioni diverse, inframmezzando il dibattito con qualche domanda e puntualizzazione, e questo è ciò che ne è uscito.

Il guazzabuglio legislativo
Innanzi tutto, le leggi. Le leggi sono un guazzabuglio: su questo, come sull’incertezza, sono tutti d’accordo. Stato e Regione si sono alternati nel dar vita a disposizioni che si contraddicono a vicenda. Ad oggi, dopo la sentenza del Tar che ha annullato la delibera regionale sui limiti di emissione (vedi box a lato), rimangono vigenti le disposizioni nazionali, che fissano a 6 volt al metro il tetto massimo di esposizione considerato “accettabile”. Il recente decreto Gasparri, sostenendo che i nuovi impianti di telefonia mobile sono “strategici per lo sviluppo del Paese”, spiana la via all’Umts con procedure semplificate per le autorizzazioni. Di fatto – ci dice Barbaro – se un gestore decide di mettere il suo ripetitore sul tetto di casa di un tranquillo privato cittadino, né lui né il Comune hanno più i mezzi per opporsi.

La nostra città: un tappeto di “puntolini”…
A dire il vero, forse, il Comune, nel recente passato, qualcosa avrebbe potuto fare: è questa l’opinione di Beatrice Roberti, del coordinamento cittadino, che appena arrivata ci ha srotolato sul tavolo un’ingombrante mappa di Firenze piena di cerchietti e puntolini colorati. “E’ il piano degli uffici urbanistici del Comune – ci spiega – risale al 2000, ci sono sia gli impianti allora esistenti che quelli previsti in base alle richieste dei gestori”. “Guardate un po’ se questa è tutela della salute – aggiunge – E pensare che non contiene ancora tutti i ripetitori dell’Umts!” In effetti, l’impatto visivo è forte. Secondo il coordinamento dei comitati, il Comune avrebbe potuto e dovuto fare un regolamento per minimizzare l’impatto sulla salute, come suggerisce la normativa nazionale. A Firenze, precisa Barbaro, la disciplina è stata inserita direttamente nel regolamento edilizio. Ci sono precise disposizioni per tutelare la gente dalle esposizioni. Una su tutte: ogni sito per le installazioni dev’essere espressamente approvato dall’Arpat. È qualcosa, anche se Roberti avrebbe preferito che l’approvazione venisse dall’Asl.

La ricerca tra scienza e committenza
Ma in definitiva, a prescindere dalle competenze, dai piani e dalle procedure di autorizzazione, l’elettrosmog fa male o no? Per il coordinamento dei comitati decisamente sì. Vari studi, tra i quali i rapporti dell’Istituto superiore di sanità e dell’Ispesl, confermerebbero la correlazione tra l’esposizione alle onde elettromagnetiche e la riduzione di melatonina, che può provocare la rottura del Dna. Il rischio di leucemia per i bambini che vivono nelle vicinanze degli impianti sarebbe di tre volte superiore alla media. È più cauto, invece, Banchi: “Sulla cancerogeneità evidenze sicure non ci sono – sostiene – Sulle leucemie infantili, effettivamente, alcuni aspetti si sono riscontrati”. Molto controverso è anche un documento firmato nel 2000 da 19 esperti di livello internazionale, secondo il quale è impossibile determinare in modo univoco un livello di soglia al di sotto del quale si possa star tranquilli. Per Beatrice questo significa che l’elettrosmog, a prescindere dalle quantità, fa male comunque, e che l’unica “terapia” sensata è la riduzione dell’uso del telefonino. Per Banchi, “rispetto ai parametri di quella ricerca, i dati non sono significativi, perché non c’è stato modo di distinguere gli effetti dell’elettrosmog dovuti a questi impianti da altri tipi di condizionamenti”.
La discussione si sposta così sull’attendibilità degli studi scientifici e sulla correttezza della loro pubblicizzazione. Il problema della committenza di questi studi non può essere eluso: la ricerca scientifica ha costi elevati e gli interessi di chi la commissiona hanno un peso. Secondo Barbaro questo ragionamento è estremamente pericoloso: “rischia di distruggere la credibilità degli organismi pubblici di ricerca (come l’ARPAT), in un contesto politico di prevalenza degli interessi privati”. Tuttavia, sostiene Banchi, non si può negare il diritto dei cittadini alla trasparenza dei dati scientifici; la ricerca scientifica deve essere pubblicamente controllabile e può essere messa in discussione. Banchi sottolinea come il cuore del problema stia nella considerazione del rapporto fra costi e benefici: “esistono costi accettabili, laddove si trattasse anche “soltanto” della morte di pochi bambini per leucemia? Può la salute entrare in una considerazione di carattere economico come quella della valutazione costi-benefici?”

Che fare?
Sulla necessità di limitare l’uso dei telefonini tutti i partecipanti al forum concordano. Tuttavia l’accordo è più apparente che reale. Partendo dal presupposto che si debba comunque garantire un servizio di telefonia mobile e che quindi sia improponibile una sua limitazione per via coercitiva, per Barbaro si deve incidere eventualmente sui comportamenti individuali attraverso un uso più misurato del mezzo. La via di una introduzione di limiti più restrittivi non sarebbe percorribile, non soltanto per la mancanza di evidenze scientifiche sulla nocività, ma anche per ragioni tecniche (limiti più bassi renderebbero necessario moltiplicare il numero delle antenne, con effetti anche più dannosi).
Roberti è più drastica: la limitazione dell’uso dei telefonini richiede politiche pubbliche rigorose e coerenti, che sia a livello comunale sia a livello regionale sono mancate (vedi il piano del Comune già descritto). A questo punto, secondo lei, è necessaria una rigorosa campagna di informazione, che pubblicizzi l’esistenza di studi che dimostrano la dannosità delle onde elettromagnetiche.
Sul piano della iniziativa politica, un punto di convergenza può essere rappresentato dall’opposizione al decreto Gasparri. La proposta di Barbaro è quella di una moratoria delle installazioni, anche in considerazione dell’incertezza normativa vigente. Oltre alla moratoria, si dovrebbe procedere ad una verifica delle condizioni degli impianti già installati.
Roberti concorda, ma sostiene anche la necessità di un’azione di disobbedienza nei confronti del recente decreto ministeriale, cui dovrebbero partecipare coordinandosi anche le Amministrazioni locali.
In conclusione, torniamo al punto di partenza: all’incertezza, e al suo risvolto tecnico-normativo, che si chiama “principio di precauzione”. È sul senso che i nostri amministratori danno a quest’espressione che si gioca la partita. Nel frattempo, se il cellulare non è proprio indispensabile, meglio lasciarlo a casa.

Elettrosmog: le leggi
Settembre 1998: esce un decreto ministeriale che indica in 6 volt al metro il tetto accettabile per l’esposizione ai campi elettrici.
Aprile 2000: la Toscana adotta una legge regionale sui criteri generali per la localizzazione degli impianti.
Febbraio 2001: arriva la legge quadro nazionale. Dev’essere lo Stato a determinare, con un decreto, i limiti di esposizione. Alle Regioni spettano l’individuazione dei siti per gli impianti e la disciplina delle autorizzazioni.
Febbraio 2002: la Toscana, in assenza del decreto nazionale, fissa gli “obiettivi di qualità” per i limiti di esposizione (che arrivano a 0,5 V/m) e i criteri per l’identificazione delle “aree sensibili”.
Settembre 2002: esce il “decreto Gasparri”.Il fine dichiarato è “accelerare la realizzazione delle infrastrutture di telecomunicazioni strategiche”, soprattutto per la telefonia mobile di terza generazione (Umts). Si ribadiscono i limiti di 6 V/m e si stabiliscono procedure semplificate per le autorizzazioni.
Gennaio 2003: il Tar, su ricorso di Omnitel, annulla la delibera della Toscana che abbassava i limiti di esposizione. (A.V.)

Per saperne di più
Studi, articoli, materiali sull’argomento sono ormai tantissimi e non è facile orientarsi.
Sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (http://www.who.dk/healthimpact/MainActs/20020221_1), si possono trovare i documenti che chiariscono la posizione ufficiale dell’OMS sui campi elettromagnetici, sia ad alta frequenza (telefoni mobili) sia a bassa frequenza (elettrodotti). Sono poi importanti alcuni rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità (http://www.iss.it/) che illustrano approfonditamente la problematica e mirano alla determinazione del Principio Cautelativo che è stato introdotto ufficialmente con il Decreto del Ministero dell’Ambiente 10.9.1998, n. 381.
Comunque per cominciare ad informarvi, potete consultare il sito del WWF (www.elettrosmog.org), che riporta documenti (normativa, pubblicazioni scientifiche ecc.), segnala iniziative e convegni e pubblica le lettere dei lettori… Sempre su Internet una ricca rassegna la cura Gianni Comoretto all’indirizzo:
http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/comore/campiem.html.
A Firenze potete rivolgervi all’ARPAT, che ha prodotto una rassegna dal titolo “Campi elettromagnetici: documenti e informazioni in Internet e nel sistema bibliotecario ARPAT” (2001). Oppure potete rivolgervi alla Camera del Lavoro Sociale (Gruppo Ambiente) (cdlsfi@hotmail.com), che ha realizzato una rassegna con riferimenti a studi nazionali e internazionali.
A fronte di tanti studi e ricerche, comunque, non bisogna dimenticare che chi finanzia la ricerca ne controlla anche i risultati. Ci chiediamo quindi se non valga la pena applicare oltre al principio di cautela anche quello del conflitto di interessi. (M.R.)

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