Aspettando il Social Forum. Incontro con Gino, missionario a Korogocho

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Che dire dell’Africa che mi accoglie. All’arrivo una babilonia, una grande confusione. Mi torna subito in mente Korogocho, lo slum -baraccopoli- dove vivono sardinizzate centomila persone su una collina a dorso di asino, lunga un km e mezzo e larga uno. Korogocho nella lingua locale, Shuaili, significa ‘confusione’. Siamo circondati da decine di persone che ci interpellano per chiederci se abbiamo bisogno di un taxi, i nostri sorrisi non sono sufficenti ad allontanarli, a farli desistere da un possibile e importante guadagno. Il mio può essere solo un sorriso, non conoscendo la loro lingua, né l’inglese. Sento profondo il limite di non poter comunicare direttamente, senza mediazione. Mi corre subito alla mente il Brasile, dove l’incontro con la gente è totale. Mi prende tutto! Godendone la semplicità e le forza. Ma sono a Nairobi, dove nuvole bianche si delineano nel cielo azzurro formando strane figure. I colori marcati del cielo, seppur tenui e dolci come l’azzurro e il bianco, che via via che si allontanano, ingrigiscono, come ad avere il presagio, che presto la notte li uniformerà. Rimane sospeso, così lo accompagno con lo sguardo, lui fermo si erge, come a sapere che domani avrà di nuovo il suo spazio, la sua visibilità, il suo splendore. L’Africa che ci ha accolti non è ‘la mia Africa’. E’ una Africa piena di salute naturale e umana, ma profondamente sofferente. Lei, ormai riconosciuta da tutti gli antropologi, Madre di tutta l’umanità, perchè deve soffrire, se dà vita?
Siamo ospiti in un istituto religioso: St. Patrik, un ordine irlandese, posto come tutti gli altri, nella parte bella e privilegiata di Nairobi, la ricca Langata. Gli spazi sono enormi, indefinibili all’occhio. Al confronto di Korogocho, dove la promiscuità é la compagna di tutto e di tutti. Tante varie villette all’interno di un parco, situate in modo circolare con al centro la chiesa. Nascoste da alte siepi che non permettono dalla strada di vederne l’interno. Prati all’inglese, ben curati in ogni minimo particolare, pieni di piante rigogliose, che esprimono in questo periodo inconsueto di sole e pioggia, di pavoneggiare tutta la loro rigogliosità. Una natura che esplode, anch’essa per pochi privilegiati. Che esplode come esplode la spogliazione, la disumanità, l’abrutimento a cui é sottoposta a vivere la gente di Korogocho, e, di tutte le Korogocho di Nairobi e del mondo. Dove violenza e sopraffazione governano spesso le relazioni tra questi impoveriti, frutto della ferocia di noi pochi ricchi, che bisognosi di affetto, considerazione, amore, ci rifugiamo nelle cose materiali a compensazione dei nostri problemi, delle nostre fami insaziabili, perchè lontano dagli uomini e dalle donne che compartecipano questa nostra umanità.
Parlando con Gino che da dodici anni vive a Korogocho, in una stanza di due metri per uno e mezzo, mi racconta di una esperienza fatta con un giovane dello slum. In macchina alcuni mesi fa mentre attraversavano questo quartiere, Langata, non vedendo camminare nessuno a piedi, -Korogocho é un fiume di gente in continuo movimento- gli chiese: ma qui non abita nessuno? Gino, vergognandosi un po, iniziò a raccontargli che in questo quartiere ci vivevano tutti i religiosi -maschi e femmine- e famiglie ricche. Lui lo apostrofò dicendo: come possono vivere così da soli in tanto spazio? Gino iniziò a spiegare la differenza tra ricchi e poveri mettendo in evidenza che anche la stragrande maggioranza dei religiosi viveva da privilegiati. Il giovane subito chiese: Gino, allora tu, padre Daniele adesso e padre Alex prima, non siete più religiosi? Vi hanno mandato da noi per punizione? Che cosa avete fatto? Perchè vivere a Korogocho, di fronte a questo contesto é assurdo! Gino, scuotendo la testa gli rispose: niente di tutto questo! C’era un uomo chiamato Gesù che iniziò a vivere con i poveri e gli oppressi del suo tempo, a difenderli, a coscientizzarli. Noi nel nostro piccolo, pur essendo religiosi, cerchiamo di fare come lui. Questo giovane gli chiese: come è finito poi questo Gesù? Gino, guardandolo nuovamente gli confessò che l’avevano assassinato molto giovane, a trentatre anni. In modo molto violento e plateale, lo misero in croce, perchè tutti capissero che dovevano farsi gli affari suoi. Peter, era il nome del giovane, esclamò: allora anche voi rischiate la vita. Anche io che sono vostro amico? Accarezzandogli la testa con la mano dietro i capelli, Gino, come a rassicurarlo gli disse: No Peter, stai tranquillo. Abbiamo tanti amici qui a Nairobi e in Italia che non lo permettono.. Fissandolo come stordito, Peter rispose: ma allora Gesù era solo, non aveva amici, nessuno l’ha difeso, perché? Gino, vedendolo agitato, lo guardò teneramente dicendogli: a quei tempi non c’erano la televisione, il telefono, i giornali, internet, era più semplice. Entrambi salirono in macchina e ripartirono alla volta di Korogocho. Improvvisamente Peter gli chiese: perchè qui ci sono solo macchine e nessuno cammina a piedi, mentre a Korogocho nessuno ha la macchina? Neanche tu puoi entrarvi. Perchè sei costretto a lasciarla alla missione al confine con Korogocho? Gino in quel momento si sentì privilegiato nonostante la sua pochezza materiale e la sua quotidiana condivisione di vita. Mangiando quello che mangiano loro, bevendo quello che bevono loro ecc… Sentì che come bianco pur cercando di condividere il più possibile la loro vita, era un privilegiato. Perchè se si ammala lui può prendere un aereo e tornare a farsi curare in Italia. Ma concluse il suo dialogo con Peter dicendogli: la mia vita vera è quella che condivido con te e con tutti gli abitanti di Korogocho. E’ dura, ma sento che vivo in pienezza questa mia scelta di libertà. E’ con voi che sento il sangue scorrere, le viscere fremere e la vita che mi attraversa anima e corpo. E’ addormentandomi stanco alla sera, ripensando ai volti che ho incontrato nella giornata, che sento che sono stati loro che mi hanno dato la vita.
Antonio Vermigli

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