Asor Rosa: 'Un luogo aperto a sinistra'

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Bene ha fatto il manifesto (coerente con la sua tradizione non solo di commento giornalistico ma anche di presenza politica) a indire l’assemblea del 15 gennaio prossimo a Roma per discutere i molti e complessi problemi della sinistra. Altri avrebbero potuto farlo. Ma nessuno con la totale assenza di strumentalizzazioni e possibili deformazioni, che il manifesto garantisce. Una volta indetta, ora bisogna realizzarla. Mi permetterò di aggiungere alcune considerazioni a quelle già avanzate da me quando dell’assemblea si parlava solo come di una proposta. Concordo con tutti coloro i quali hanno detto: parliamo di sinistra, più che di sinistra radicale o alternativa (anche perché appare sempre più dubbio che ce ne sia un’altra). Giusto: non saremo noi a porre discriminanti e pregiudiziali. Fausto Bertinotti ha trovato la formula più felice: l’assemblea sia la più libera e aperta possibile. Detto questo: a me pare che il numero e la qualità delle adesioni abbiano già in realtà fissato un percorso.

Giudico molto importante l’adesione di Pecoraro Scanio a nome dei Verdi: è mio convincimento, infatti, che la sinistra del futuro o sarà rosso-verde (non rossa e verde: rosso-verde) o non sarà. Inoltre: tutti si sono detti d’accordo che la base iniziale e fondativa del discorso sia politico-culturale e non politica, e tanto meno organizzativa. Non un contenitore ma contenuti: benissimo. Ma al tempo stesso dobbiamo felicemente constatare che non siamo all’anno zero e che il senso comune del popolo della sinistra è più avanti e si presenta più unitario di quello delle sue stesse rappresentanze organizzative. Non si tratta d’inventare un punto di partenza, il quale d’altra parte non può che essere quello emerso dalle lotte sociali, politiche e civili dell’ultimo decennio. Si tratta se mai di metterlo a frutto, garantendogli un minimo di rappresentatività e di continuità (senza le quali corre il rischio di disperdersi per sfinimento). Ma su questo tornerò nelle conclusioni.

Nel corso di un dibattito che dura dal luglio scorso è emerso con chiarezza un «temario». A formularlo hanno contribuito voci assai diverse fra loro: da Rossanda a Diliberto, da Chiarante a Dino Greco, da Salvi a Nerozzi, da Rinaldini a Occhetto, da Cannavò a Cremaschi, da Paul Ginsborg a Paolo Beni, presidente dell’Arci. Più che di sovrapposizioni si è trattato dunque di convergenze: come se la diversità, appunto, delle esperienze e delle competenze non impedisse un movimento centripeto invece che centrifugo (ed è una bella novità rispetto alla pessima tradizione della sinistra, in particolare di quella radicale). Il «temario» è presto detto: la globalizzazione come attuale sistema di potere capitalistico su scala mondiale; il conflitto capitale-lavoro e la lotta per la ri-valorizzazione del lavoro nell’attuale contesto storico; la resistenza alla dilagante opzione liberista e la difesa delle conquiste sociali ed economiche dei ceti lavoratori; la scelta della guerra come il prodotto politico costituzionalmente organico di tale sistema; il rapporto democraziadiritti, la separazione dei poteri, la difesa delle libertà individuali nel pessimo dispiegamento attuale dei quattro punti precedenti. Un «temario» non è una cultura politica: è solo l’agenda, il sommario, l’indice, con cui provare a cercarla. Anche qui, però: vi sembra poco importante che il «temario » preceda e non segua l’inizio del dibattito?

Secondo punto: in quanto riflesso e prodotto di un ciclo di lotte e non di mere elucubrazioni intellettuali esso riproduce e in parte meccanicamente registra lo stadio attuale del conflitto, e anche questo a mio giudizio non è male. Si direbbe (è un’ipotesi, e vamessa in discussione) che l’intreccio dei temi rappresenti un passaggio in avanti nel vecchio rapporto fra tradizione culturale comunisticomarxista e tradizione culturale (diciamolo molto genericamente) liberaldemocratica, fra politica dello sviluppo a ogni costo (in una sola parte del mondo) e politica del riequilibrio e della conservazione (in tutto il mondo), fra socialismo e ambientalismo, fra identità individuale (anche sessuale, anche di genere) e identità collettiva e, se vogliamo dirla un po’ enfaticamente, fra singolo individuo e comunità. Sarebbe sbagliato concludere frettolosamente che questo insieme d’incroci e di convergenze costituiscano la «nuova sintesi», che andiamo cercando. Non si può tuttavia non rilevare che tali incroci e convergenze sono il prodotto, non artificiale di una serie di problemi reali, i quali sono loro a imporci la propria complessità e contraddittorietà, perché noi, riflettendoci, ci mettiamo in grado di darle una risposta.

Per passare dal «temario» alla cultura politica e dalla cultura politica alla politica tout court , basterà l’assemblea del 15 gennaio? Ovviamente no. Anzi, sarebbe sbagliato aspettarsene troppo. Ma anche accontentarsi di troppo poco. Se si tratta di un «processo», questo ne rappresenta ovviamente solo l’inizio. Ma perché sia un inizio efficace, io vedo due condizioni. Innanzi tutto, l’evento in sé. Innanzi tutto, dobbiamo dimostrare che ci siamo. Dimostrarlo agli altri: ma soprattutto a noi stessi. Ecco perché questo del 15 gennaio dev’essere un incontro di massa e non un seminario di stati maggiori, anche a rischio di render più difficile in prima battuta l’elaborazione delle idee. In modo particolare: questa è un’occasione per i movimenti espressi dalla società civile per dimostrare di contare qualcosa politicamente, prima che inizi la lunga stagione dei congressi di partito e delle consultazioni elettorali. In questo caso il numero, la massa, sarà il primo dato politico- culturale da esibire e da mettere in gioco. In secondo luogo: se di un vero processo si tratta, bisogna garantirgli continuità e la continuità non è fatta mai di sola spontaneità. Come ho detto in un’intervista a Liberazione e come ho ripresentato in un’affollatissima assemblea a Firenze promossa dal Laboratorio per la democrazia, torno a proporre che l’assemblea del 15 gennaio dia vita ad una Camera di consultazione permanente: una sorta di parlamento della sinistra che sta a sinistra della sinistra moderata; costituito dai rappresentanti dei vari gruppi che scelgono di parteciparvi. Per usare un’immagine, un organismo plurimo e bifronte: fatto cioè di organismi di natura e qualità diverse – partiti, sindacati, movimenti, associazioni, gruppi, ecc. – e paritetico, per esempio, metà rappresentativo delle forze organizzate e metà della società civile, metà di uomini e metà di donne; trenta-quaranta componenti coadiuvati da un gruppo di esperti che si rendano disponibili a prestare le lo
ro competenze al processo così impostato. E, naturalmente, aperto sempre ad acquisizioni successive.

In ogni impresa c’è un elemento razionale e c’è un elemento fantastico. Non c’è dubbio che in politica l’elemento razionale prevalga. Però una politica senza elemento fantastico diventa puro arzigogolo del potere, spartizione della torta. Qui l’elemento razionale è quello che ho cercato di argomentare nei miei articoli sul manifesto, su altri giornali e in altre sedi. L’elemento fantastico è questo: mi piacerebbe enormemente che le forze intellettuali, politiche e popolari, che stanno alla sinistra della sinistra moderata, diano prova di una serietà e di una lungimiranza, di cui la sinistra moderata si è rivelata completamente priva (e di questa incapacità sorprendente di ragionare e di «essere seri», noi tutti ne stiamo pagando le spese). E’ vero che non siamo in grado oggi di pensare a qualcosa di più unitario e organico della Camera di consultazione. Ma niente ci vieta di lavorare da oggi per un obiettivo più consistente. Ne saremo capaci?

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