15 dicembre 2018

Argentina: cronaca di una crisi annunciata

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Il mondo guarda verso l’Argentina e trattiene il fiato. Osserva ciò che rimane di un’economia devastata da una crisi senza pari nella storia del paese. E’ la cronaca di una morte annunciata, cui però, nessuno ha saputo porre rimedio in tempo.
Alla recessione che ha dominato l’Argentina negli ultimi tre anni, il Fondo Monetario Internazionale ha risposto con una politica di austerità, imponendo l’equilibrio dei conti pubblici: il famoso “deficit zero”. In termini molto semplici, tale obiettivo viene perseguito concedendo aiuti di un’entità tale da far recuperare liquidità al paese per fermare la recessione, mentre allo stesso tempo vengono mantenute severe politiche monetarie e finanziarie. Sembra che il FMI applichi questa soluzione solo in caso di recessione dei paesi emergenti. Basti notare che negli Stati Uniti, anch’essi in recessione, sono state adottate politiche fiscali espansive. Perché queste differenze di trattamento?
L’analisi della crisi argentina fatta da Domenico De Simone, già autore di due provocatori saggi di contro-economia, fornisce una possibile risposta. Il potere finanziario, per essere in grado di mantenere un controllo mondiale sulle economie, ha bisogno che i rapporti tra le monete continuino ad essere pilotati. Da qui De Simone designa il ruolo che il FMI ha in questo gioco: guidare al ribasso le monete dei paesi produttori di materie prime, per favorire le industrie occidentali. “Ora che il ruolo del FMI è relativamente ridimensionato rispetto al mercato – ha spiegato – svolge comunque un’opera di regolazione sul mercato e di orientamento della speculazione finanziaria.” Ovviamente nella direzione di incrementare gli utili delle multinazionali. Ed è a questo punto che il cerchio si chiude. Proprio queste multinazionali, infatti, con i loro investimenti, rappresentano gran parte dei mezzi finanziari dei fondi.
Joseph Stiglitz, invece, ha parlato di “insuccesso delle politiche del FMI”, il cui esito era prevedibile. Economista capo della Banca Mondiale fino al 1999, poi dimessosi perché in disaccordo con le politiche attuate dal FMI nei paesi poveri, ha vinto il premio Nobel nel 2001 per l’economia. “Nessuno ha mai pensato di uscire da una crisi aumentando le tasse e riducendo la spesa – ha affermato Stiglitz –invece, secondo il Fondo, questo avrebbe dovuto rimettere ordine nei conti pubblici e restituire fiducia agli investitori.”
Il Fondo Monetario Internazionale si difende attraverso le parole del suo direttore generale, Köhler, che parla di “radici domestiche” della crisi. A parer suo, le responsabilità maggiori vanno attribuite a fattori interni. “L’Argentina ha bisogno di crescita – ha affermato – ma senza dolore non si uscirà dalla crisi”. Parole, queste, che fanno ricordare altre assurde dichiarazioni sentite altrove. Agli inizi di novembre 2001, l’ex presidente argentino de la Rua, ha avuto il coraggio di attribuire la colpa del “momento d’incertezza” che viveva il paese “all’eccessiva tendenza al risparmio degli argentini”.
Mentre ognuno dice la sua, in Argentina, il debito pubblico ha raggiunto i 132 miliardi di dollari, la disoccupazione e i poveri continuano ad aumentare, gli stipendi e le pensioni hanno subito forti tagli e i prelievi bancari sono limitati a cifre irrisorie. Il famoso cambio fisso 1 a 1 tra dollaro e peso, rimasto in vigore per 11 anni, è stato eliminato il 7 gennaio di quest’anno, con la svalutazione del peso. Una decisione presa dal “padre” della dollarizzazione del peso, il Ministro dell’Economia Cavallo.
Secondo Stiglitz, è stato un errore mantenere l’aggancio al dollaro dopo la riduzione dell’inflazione nel 1991 perché, a lungo andare, ha finito per peggiorare la situazione.
Neanche il FMI si è reso conto delle conseguenze ed ha incoraggiato l’Argentina a rimanere in questo sistema, elogiandola quale “miglior allievo del Fondo”.
E le istituzioni politiche? Sono state travolte dall’onda della crisi, aumentando il caos e il dissenso di un ceto medio che finalmente ha ritrovato il coraggio di scendere in piazza. Per le strade della città, da mesi domina il cacerolazo (battere sulle pentole in segno di protesta), ma in molte province vige il silenzio. In queste zone, infatti, sono in molti a dipendere dal governo provinciale e la paura di perdere il lavoro è più forte della protesta.
La gente è frastornata. Nell’ultimo anno sono stati presentati almeno 5 piani per risollevare l’economia, ognuno con un nome diverso: piano “di austerità”, “di alleggerimento fiscale” (ovviamente era rivolto solo alle imprese), “di riorganizzazione”, “di stabilizzazione”.
Ma nei fatti, gli argentini non hanno più neanche la loro moneta. Per fare la spesa, i più fortunati usano dollari, altri i pochi pesos rimasti, la maggior parte i patacones (buoni che assomigliano ai pesos per forma e colore, ma hanno solo valore simbolico). Nelle zone rurali conoscono solo il buono provinciale che, a vedersi, sembra solo carta straccia.
Tomàs Eloy Martìnez, scrittore argentino, spera che dai dolorosi eventi di queste settimane emerga una comunità che rifiuti i demagoghi rapaci e trionfalisti.
Ma alla Tv il neo presidente della repubblica Duhalde afferma che l’Argentina è un paese “condannato al successo”…

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