15 dicembre 2018

Argentina: “Buoni” per vivere

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Valeria, 21 anni, da ottobre ha lasciato Buenos Aires, investendo tutti i suoi risparmi nell’acquisto di un biglietto per l’Italia. Suo nonno dopo la seconda guerra mondiale aveva affrontato lo stesso lungo viaggio ma nella direzione contraria, cercando dall’altra parte dell’Oceano quel che oggi Valeria cerca nella terra dei suoi avi.
Ora vive tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, ospite di un giovane zio, anche lui partito dall’Argentina una decina di anni fa. Lavora grazie al suo appoggio, facendo piccolo commercio di strada: vende foulard, vestiti orientali, come del resto fanno da più di un decennio molti argentini emigrati in Italia. Invisibili perché nessun segno immediatamente percettibile li distingue, gli argentini si riconoscono quando con un leggero accento ti presentano la loro bella mercanzia.
Valeria parla benissimo l’italiano. Nel suo paese insegnava inglese in una scuola dell’infanzia, una scuola privata che qualche mese fa ha deciso di licenziarla. Anche lei quindi come molti argentini ha perso il lavoro. Suo padre fu costretto a chiudere i battenti della sua piccola tipografia nel ’92, e da allora ha sempre lavorato saltuariamente, senza nessuna garanzia per il futuro. Attualmente disoccupato, mantiene la famiglia (sei persone in tutto) insieme alla moglie, arrangiandosi come possono: lui cucina per i vicini e lei confeziona vestiti per bambini.
Valeria è arrabbiata, Valeria è preoccupata: “Ho sentito i miei genitori dopo quel che è successo a dicembre. Nessuno può uscire la sera, non si può andare in giro in gruppo. Sembra di rivivere quel che è successo negli anni ’70. Nessuno ha soldi, la gente protesta perché ha fame.”
Molti emigrano verso gli USA o l’Europa, ma non tutti possono permetterselo.
“I miei – continua Valeria – hanno dovuto ipotecare la casa per cui hanno lavorato una vita. Se lasciano l’Argentina perdono tutto. E poi non hanno i soldi per pagare i biglietti per tutta la famiglia”.
Questa giovanissima ragazza invia i suoi risparmi ai genitori, sperando così di salvare almeno la casa. Per il resto non rimane che arrangiarsi. “Si stanno diffondendo e sviluppando in tutta l’Argentina i Club del Trueque (scambio, baratto). Sono associazioni di persone che si scambiano cose, come facevano gli indigeni, oppure acquistano con dei buoni. Un buono vale un credito e una giacca per esempio vale due crediti. Se non hai soldi, questo è l’unico sistema che c’è per comprare qualcosa. Quando ti associ, ti metti in un posto – sul suolo municipale, che non paghi, e “vendi” tutto quello che sai fare o che hai: cibo, vestiti, libri. Non circolano soldi, ma buoni, che puoi utilizzare per fare a tua volta i tuoi acquisti. Queste associazioni sono nate nel ’95 circa, ma ora si sono moltiplicate. E’ il sistema che consente in questo momento a moltissime famiglie di sopravvivere”.
E intanto il Fondo monetario internazionale chiede ancora al Presidente Duhalde di tagliare le spese sociali.

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