Anime migranti

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Presso il Dipartimento di Salute mentale della ASL di Prato è attivo da quattro anni un consultorio per l’aiuto e il sostegno ai migranti, un’esperienza quasi unica in Italia. Abbiamo intervistato il Dott. Giuseppe Cardamone, che dal ‘97 ha lavorato alla sua costituzione.
“La nostra è un’esperienza di frontiera” racconta Cardamone “Non è un servizio dedicato agli immigrati, si tratta piuttosto di un’azione di consulenza affinché gli operatori della salute mentale, ma anche dei servizi sociali riescano ad affrontare nel modo adeguato i disagi psicologici, relazionali e conflittuali di chi ha una cultura diversa dalla nostra. Il vero problema è l’accesso ai servizi, problematico per varie ragioni: la lingua, la diversità nelle aspettative, la provvisorietà della domanda….”
Al consultorio si rivolgono circa cento utenti l’anno, tra donne e uomini. Le richieste di aiuto sono varie e spesso legate ad un’esperienza di rottura: “Per esempio, – spiega Cardamone – si hanno richieste di aiuto quando le donne immigrate si separano dal partner, vivendo una duplice esperienza di rottura col partner e col contesto originario. Oppure sono causate da conflitti culturali, che si esprimono nella coppia o tra genitori e figli. La conflittualità vissuta dalla prima generazione di immigrati è spesso dovuta alla sensazione di essere troppo occidentalizzati e di aver tradito le proprie origini.”
Si può avere di conseguenza la tendenza a negarle, o, contrariamente, a negare l’altro. Solo attraverso l’elaborazione di quello che si è perso e di quello che si è guadagnato c’è la possibilità di integrare i due luoghi e le due culture.
Nel centro operano due psicologi, un sociologo ed un infermiere. “L’operatore – osserva Cardamone – si trova in una posizione difficile: sul piano culturale esistono spiegazioni differenti del concetto di salute e malattia. Spesso si giocano risposte a bisogni non esplorati. Il rischio è di fraintendersi, di prendere una cosa per un’altra. Per sviluppare sensibilità c’è bisogno di formazione e di un continuo dialogo con i gruppi di stranieri presenti sul territorio.”
L’operatore si muove quindi sul filo del rasoio: non deve favorire né il rinchiudersi nella propria cultura e la sua idealizzazione né il rinnegare l’identità originaria. L’immigrato ha bisogno di uno spazio intermedio, uno spazio terzo, che gli consenta di elaborare il distacco per vivere nel presente senza sensi di colpa, integrando le due culture.

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