24 settembre 2018

Alluvione, i Sindaci Pd della Maremma contro la legge di tutela, la denuncia della Regione

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ma solo ridurre

di Ilaria Bonuccelli per Il Tirreno

«In giorni come questi tutti sono contro il cemento. Negli altri giorni, invece, sono sola. O quasi». Di sicuro, verso l’approvazione della legge 21 del 2012 – quella che impedisce di costruire a meno di 10 metri dagli argini dei fiumi – l’assessore regionale all’urbanistica, Anna Marson, non è stata accompagnata dai politici della Maremma. Appena pochi mesi fa molti amministratori maremmani hanno osteggiato la norma che tenta di salvaguardare gli spazi dei corsi d’acqua, dal sindaco Pd di Grosseto a quello di Castiglione della Pescaia. L’hanno considerata troppo aggressiva.Ma oggi che la Toscana è di nuovo sott’acqua l’assessore torna alla carica. E lancia una nuova proposta: una norma che impedisca di costruire anche oltre il limite di 10 metri dagli argini.

Assessore Marson, è possibile spiegare le devastazioni del territorio solo con la cementificazione selvaggia e i cambiamenti climatici?
«Il ragionamento è un po’ più articolato. Anche in Toscana si è edificato più di quanto necessario, in luoghi sbagliati, per quanto meno che in altre regioni. E questa è una considerazione che attiene al territorio consumato. Ma noi ci dobbiamo soffermare su che cosa succede al resto del territorio, quello non consumato. Il fatto che di per sé non sia utilizzato, non lo mette automaticamente al sicuro. Anzi. E ci spinge semmai in due direzioni: a non consumare più territorio, attraverso leggi come la 21 del 2012, e a impegnarci per le pratiche di buona manutenzione».

Quali sono le pratiche di buona manutenzione del territorio?
«Sono quelle che puntano all’agricoltura tradizionale, non a quella di tipo industriale con i canali privati perfino della vegetazione, dove l’acqua può scorrere a carattere torrentizio. E la manutenzione dei boschi, abbandonati progressivamente, come è successo, ad esempio, in Lunigiana e Garfagnana. La trascuratezza del territorio non consumato, unita alla cementificazione e ai cambiamenti climatici sempre più frequenti ci devono costringere a ripensare le politiche di adattamento dei corsi d’acqua alle nuove realtà di fondovalle, intensamente edificate». Com’è possibile ripensare queste politiche? «Restituendo ai fiumi gli spazi che ancora ci sono».

Ma come si possono rendere spazi ai fiumi?
«Approvando una legge che consenta alla Regione di rivedere le previsioni urbanistiche, non ancora attuate, nelle aree a ridosso dei fiumi. Credo che sarebbe il caso di poter bloccare le edificazioni nelle aree di pertinenza nei corsi d’acqua, specie se suscettibili di fenomeni di pericolosità idrogeologica. E’ evidente che quando parliamo di piani urbanistici già approvati e abbiamo a che fare con diritti già costituiti di privati, la questione è delicata. Ma delocalizzare una previsione è più semplice che spostare un edificio».

Ancora una volta, però, si tutela quello che ancora non è costruito. Ma quello che è già costruito in aree a rischio?
«Per quello che esiste, è necessario valutare ciò che non può essere difeso in alcun modo e deve essere per forza delocalizzato da ciò che può essere protetto in loco, avendo in mente lo scenario nel quale un insediamento si trova: trend climatico, elementi di fragilità del territorio, possibilità di intervento. Con la consapevolezza che oggi non parliamo più di eliminazione ma di riduzione e gestione del rischio a causa dell’imprevedibilità degli eventi meteo».

Ma la Regione ha un’idea di quali siano i luoghi edificati a maggior rischio?
«In pochi mesi, grazie al lavoro affidato a geologi e pedologi (esperti che studiano genesi e modifiche del suolo) saremo in grado di avere un quadro conoscitivo completo. Gli studi, però, hanno già rivelato che i centri storici toscani erano stati realizzati nelle zone più solide del territorio, mentre l’urbanizzazione più recente ha scelto localizzazioni più a rischio. Non solo. Spesso i danni causati ai centri storici antichi, sono stati causati dagli insediamenti recenti: l’esempio è la chiesa di Aulla del X secolo che per la prima volta è stata invasa dall’acqua a causa di uno stradone costruito in anni recenti».

In attesa di questi studi, che fare?
«Una proposta ce l’avrei. Serve una norma, ma non è complicata. Portare i Comuni a valutare nei piani urbanistici anche i piani di protezione civile e viceversa. Forse, un po’ di disastri sarebbero risparmiati».

Pubblicato dal Tirreno con il titolo originale: “L’assessore Marson: «Cemento, solo ora sono tutti con me»”

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