Alla fonte dell’ATO

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La legislazione italiana, sulla base della norma europea di liberalizzazione e organizzazione di un mercato dei servizi di pubblica utilità, ha tracciato le linee guida di una riforma del settore idrico. Riforma che prevede una separazione formale tra i soggetti titolari del servizio, i Comuni, ed il soggetto gestore, cioè l’impresa che svolge il servizio. Definisce, per garantire livelli di quantità e qualità equi e solidali per tutti gli abitanti, che vi debba essere un unico gestore del servizio idrico integrato, in Ambiti Territoriali Ottimali, Ato, costruiti in base al criterio idrografico e non più politico-amministrativo. Pertanto è stata posta l’esigenza di superare l’esistente frammentazione di gestioni, dando vita a soggetti industriali, e di attuare il piano di investimenti, contenendo l’incidenza dei costi sulla tariffa che i cittadini sono chiamati a pagare.
La “legge Galli” (n° 36 del 1994) ha riorganizzato la gestione idrica in Italia, istituendo gli Ambiti Territoriali Ottimali (Ato), circa 90 macroaree, più o meno coincidenti con le province.
La Toscana è stata suddivisa in sei ambiti ottimali: Toscana Nord (Ato 1), Basso Valdarno (Ato 2), Medio Valdarno (Ato 3), Alto Valdarno (Ato 4), Toscana Costa (Ato 5) e Ombrone (Ato 6).
L’Ato 3, nata 5 anni fa (la prima in Italia), è quella che comprende l’area di Firenze, Prato e Pistoia. I Comuni hanno devoluto le proprie competenze e titolarità nell’ambito della risorsa idrica a questa autorità specifica, che, il 1° gennaio 2002 ha affidato il servizio a Publiacqua S.p.a, “gestore per l’area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia-Valdarno Superiore-Mugello-Val di Sieve”. A controllare il suo comportamento, il Garante dei servizi idrici, cioè l’Autorità di Ambito del Medio Valdarno.
Ma “l’affare tariffe” non convince. Il tutto sembra consistere nella possibilità per le imprese di aumentare le tariffe a scapito degli utenti (attualmente quelle italiane sono mediamente più basse di circa 1/5 rispetto a Francia e Germania). L’art. 13 della legge Galli stabilisce che la tariffa viene determinata per ogni Ato sulla base del metodo unico normalizzato, un atto interministeriale nato circa 4 anni fa. È prevista una tariffa differenziata secondo “scaglioni di reddito” e secondo la quantità erogata. Ma chi definisce gli scaglioni? Le responsabilità rimbalzano dal metodo normalizzato agli Ato, come se questi fossero capaci di produrre qualcosa di sovrapponibile ai redditometri.

E rispetto al prezzo dell’acqua? Quando una società sostiene un costo, per recuperarlo ricorre a un giusto prezzo che remunera il rischio. Il principio del recupero totale dei costi, che è il principio base del capitalismo di mercato, viene recuperato per intero dalla legge Galli: acqua come merce, come bene economico sottoposto alle regole dell’economia. Ma il prezzo dell’acqua non dovrebbe essere quello di mercato. Per spiegare il concetto, Riccardo Petrella, segretario del Comitato Internazionale per un contratto mondiale sull’acqua, fa questo esempio: “Quando si crea una scuola in un quartiere c’e’ un costo, ma non dev’esserci un prezzo. Ovvero il prezzo non deve basarsi sul consumo di quel bene, bensì dev’essere assunto dalla collettività attraverso i prelievi fiscali”.
La fiscalità è stato uno dei più grossi progressi della democrazia economica sociale e politica. Il sistema fiscale redistributivo è un sistema equo, mentre il prezzo di mercato è iniquo, perché significa che chi non ha i soldi non beve, quando invece dovrebbe ricevere i servizi fondamentali gratis. Col prelievo fiscale la gente paga anche quello che consumano coloro che non hanno denaro, e non solo ciò che usa individualmente, come se gli altri non esistessero. Le imposte, infatti, sono lo strumento per la redistribuzione della ricchezza prodotta, servono ad orientare la redistribuzione ed alimentano il capitale pubblico. Non si paga la prestazione di servizio, ma le tasse sul patrimonio, sull’industria, sul reddito. Ad un certo punto, sotto la pressione del capitale mondiale, si è cominciato ad accettare il concetto di imposte indirette, basate su una distribuzione “efficace” delle risorse disponibili. Imposte, quindi, non finalizzate a ridistribuire il capitale esistente all’interno di una collettività, bensì a ripartirlo in determinati settori a fini di investimento privato, considerato ormai la causa principale di crescita e sviluppo, a differenza dell’investimento pubblico, parassitario e inefficace.
Dalla logica dei beni comuni, che appartengono all’umanità e alla vita, all’idea del bene privato, nella logica del bisogno, con utilità privata. Non c’è più una nozione di utilità collettiva ma solo una nozione di utilità individuale che massimizza il prezzo per ridurre i costi e aumentare i benefici. In questa logica, solo l’investimento privato è fonte di ricchezza. E il cane si morde la coda: per quale motivo pagare le tasse per pagare le finanze pubbliche, se non sono in grado di assicurare un ritorno di capitale? Più sicuro alimentare gli investimenti privati, causa principale di crescita dello sviluppo.

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