15 dicembre 2018

Aiuto reciproco e affetto, le parole della nuova politica. Intervista alla Comunità delle Piagge

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Intervista ad alcune persone della Comunità delle Piagge sul senso del progetto e la società in cui viviamo. In particolare sono stati ascoltati Alessandro Santoro, Francesca Manuelli, Tiziana Michelagnoli, Francesca Sarcoli. A cura di Massimo Cappitti del sito Ospite ingrato.

Qual è la storia delle Piagge?

Francesca Manuelli – Il quartiere delle Piagge nasce intorno alla metà degli anni ’80 per rispondere al bisogno di abitazioni in seguito a numerosi sfratti poiché stava crescendo la domanda di case da parte delle fasce più deboli della cittadinanza. Allora il comune di Firenze, utilizzando dei finanziamenti statali, inizia la costruzione di un gruppo di case popolari in questa zona. Lo fa però in modo frettoloso senza rispettare il percorso che si dovrebbe seguire quando si creano dal nulla nuovi insediamenti. Infatti questa era solo una zona di cave e di pioppeti, non era assolutamente urbanizzata. Dagli abitanti degli insediamenti più antichi – quelli che si trovano oltre la via Pistoiese – quest’area era considerata la campagna dove passeggiare, caratterizzata da zone coltivate e dalle cave di inerti che servivano a costruire il resto della città. Quando si comincia a costruire lo si fa molto in fretta e piuttosto male, e oltretutto all’impresa che deve costruire i palazzi viene affidata anche la progettazione. È mancato quindi il controllo istituzionale su quello che si stava programmando. Quando le prime case vengono ultimate, intorno alla metà degli anni ’80, e abitate, mancano completamente i servizi sul territorio: non ci sono negozi, non c’è scuola.

Tutti coloro che abitavano qui dovevano rivolgersi, per ogni tipo di necessità, agli insediamenti precedenti oltre la via Pistoiese. Fin da subito, quindi, il rapporto sociale tra i nuovi e i vecchi abitanti è stato critico e la criticità è proseguita negli anni fino ad ora. Un’alta percentuale delle persone e delle famiglie che vengono ad abitare alle Piagge erano state sfrattate o, comunque, vivevano difficoltà di vario genere, legate a problematiche di disagio sociale. Questa zona è un po’ particolare anche dal punto di vista morfologico perché è una striscia stretta e lunga circondata da un lato dall’Arno e dalla ferrovia che separa l’Arno dal quartiere, dal lato opposto c’è la via Pistoiese che fa da barriera, dal lato est c’è il ponte all’Indiano e dall’altra parte c’è l’autostrada del sole e subito accanto l’inceneritore di San Donnino. Già attivo da qualche tempo, però è stato chiuso pochi anni dopo la costruzione del nuovo quartiere, perché produceva polveri dannose alla salute. I resti dell’attività dell’inceneritore si trovano ancora sottoterra perché sono stati utilizzati, insieme ad altri materiali – è stato usato di tutto! – per coprire le buche provocate dall’estrazione della rena. Quando piove, infatti, il terreno non riceve bene l’acqua che rimane stagnante per molto tempo. Questa, da studi del comune di Firenze svolti alla fine degli anno ’80, è stata individuata come zona di esondazione dell’Arno e quindi è sottoposta a vincolo edificatorio. Malgrado ciò il comune ancor oggi continua a costruirci abitazioni.

Chi sono gli abitanti delle Piagge? Qual è il loro rapporto col quartiere e, in particolare, la con la comunità?

Francesca Manuelli -La situazione sociale, da subito, è stata complessa, ma da parte del comune di Firenze non c’è stato nessun intervento sociale, non è stato organizzato nessun tipo di servizio e quindi sono sorte tutte le problematiche fisiologiche che emergono quando una massa di persone, dalle più disparate storie, è concentrata in palazzoni enormi del genere di quelli delle Piagge. Il rapporto del quartiere con il resto della città non era e ancora non è dei migliori perché le Piagge erano considerate il Bronx di Firenze, tanto che la maggior parte dei fiorentini non sapevano e non sanno dove si trovino le Piagge: fino a qualche anno fa le strade del quartiere non erano segnate neppure sullo stradario. Ora le Piagge sono conosciute perché sono state aperte la Coop e una discoteca. Questo era stato considerato il posto dove riunire gran parte delle situazioni di disagio che erano sparse per la città.

Le difficoltà presenti in questo quartiere non sono infatti causate dalle tipologie delle situazioni di disagio, che si trovano anche nel resto della città, ma dalla loro concentrazione in un’unica zona senza dotarla degli strumenti necessari per gestire bene questa realtà. Anche l’ambiente esterno non aiuta la socializzazione. Non c’è una piazza, alle Piagge, né un bar dove ritrovarsi. Al posto della piazza oggi c’è la Coop che ha una “piazza” interna, praticabile però, solo fino alle 20 e 30. Ci sono dei bar sulla Pistoiese che però è come se si trovassero al di là di un confine. La costruzione del centro commerciale, in un certo senso, ha peggiorato la situazione: delle due edicole presenti nel quartiere è rimasta aperta solo una che si trova dentro alla Coop. È stato replicato il meccanismo iniziale della costruzione delle Piagge – anche se è dubbio che ci fosse un progetto unitario – cioè di realizzare dei comparti abitativi separati da altri spazi destinati a qualcos’altro, senza un possibile interscambio tra le varie attività umane: c’è quella abitativa, quella scolastica, quella commerciale.

Dopo vent’anni, appunto, la modalità si è ripetuta: ci sono le case, più in là c’è un centro che racchiude tutte le attività commerciali e, invece, l’ambiente esterno continua a essere molto poco utilizzato. Tutti gli spazi occupati dai grandi prati sono sottoutilizzati, poche persone ci vanno perché non ci sono attrezzature non c’è niente da fare. L’ambiente, per come è strutturato, o meglio, per come non è strutturato, non aiuta a incontrarsi. Dentro le Piagge non sono state costruite scuole, tranne quella materna, le altre sono all’interno dei vecchi insediamenti. I primi abitanti delle Piagge erano famiglie che per la maggior parte provenivano dal sud Italia. All’inizio, soprattutto i ragazzi si vergognavano a dire dove abitavano: era uno stigma sociale, usavano dire, allora, che abitavano a Brozzi, cioè di fronte, o sulla Pistoiese. Ora se ne fanno quasi vanto: occhio, perché io sono delle Piagge! Solo in una minoranza di persone c’è l’orgoglio di appartenere alla nostra esperienza di comunità. All’interno del quartiere non si è sposata questa nostra esperienza in modo maggioritario, anzi. Alcune nostre prese di posizione sono state interpretate in modo molto negativo perché, a giudizio di molti, questa comunità, mette in luce sempre il peggio del quartiere. Siamo stati accusati, a volte, di mettere in cattiva luce un quartiere che in realtà non è così malconcio e disastrato.

E gli stranieri?

Francesca Manuelli -Le famiglie e le persone straniere in parte sono arrivate con alcuni insediamenti abusivi lungo la ferrovia, sotto il ponte dell’autostrada, che in seguito sono stati smantellati. La presenza di queste persone ha sempre creato un po’ di tensione con alcuni abitanti del quartiere. Per esempio, il fatto che spesso utilizzassero le fontane pubbliche per rifornirsi di acqua, per lavare i vestiti o i bambini non era visto di buon occhio, ma come una situazione di degrado, perciò alcune fontane pubbliche sono state addirittura fatte chiudere. Noi, come comunità, abbiamo provato a instaurare un rapporto di conoscenza con quelle famiglie, costruendo una piccola scuola informale per i bambini. Purtroppo, però, quando eravamo riusciti a inserire i bambini a scuola, questo insediamento è stato sgomberato, le famiglie sono state mandate via e disperse nella regione.

Alle famiglie straniere gli appartamenti, invece, sono stati assegnati successivamente attraverso le graduatorie. Ancora oggi, però, ci sono baracche in piccoli accampamenti di persone rom, rumene o albanesi, dipende dalle zone. Esiste ancora questa forma di coabitazione, un po’ più nascosta rispetto a prima. Il nostro tentativo, come è stato fatto un po’ di anni fa per l’insediamento delle famiglie rom lungo l’Arno, è proprio quello di creare dei rapporti, di portare alla luce queste persone e di non tenerle nascoste sotto i canneti e, invece, costruire qualcosa insieme a loro. Il nostro intervento è percepito negativamente sia da quella parte degli abitanti del quartiere che ci accusano di aver scelto di aiutare più gli stranieri degli italiani, sia da quelli che vorrebbero che le Piagge fossero considerate un insediamento di maggior prestigio e che pensano che il nostro rapporto con i “nuovi” stranieri costituisca una sorta di attrazione per una certa tipologia di persone, la cui presenza degrada il quartiere e abbassa la rendita.

Quali principi ispirano le scelte della comunità?

Francesca Manuelli -Il quartiere è ancora oggi caratterizzato dalla presenza di famiglie multiproblematiche. Il modo in cui la città si sta muovendo non aiuta molto a uscire da questo tipo di problemi. Le situazioni di disagio sono le stesse, cambiano magari le modalità, ma i motivi che portano a non vivere bene la propria vita sono gli stessi. È su questo che la nostra comunità cerca di agire. Noi pensiamo che le persone che abitano qui dovrebbero aiutarsi a rialzarsi in piedi, infatti da noi nessuno ha da insegnare niente a nessun’altro. Le persone, attraverso la conoscenza di se stessi, la presa di coscienza di quel che sono, cercano di fare un percorso di riacquisto di dignità.

Alessandro Santoro – Occorre precisare una cosa per non fare un errore di valutazione e di analisi. Questo quartiere come tanti altri non è stato esente e non è esente dalle difficoltà economiche. Qui c’è un’alta concentrazione di disagio, caratteristica dei quartieri delle periferie urbane popolari. Credo che questo sia da imputare al sistema capitalista-liberista-consumista che da un lato ha creato l’abbaglio del possibile per tutti ma poi ha sempre di più allargato la forbice terribile tra chi ha e chi non ha. Quello che di più fa specie in questo quartiere è la deprivazione culturale. Su questo la comunità ha cercato e cerca di lavorare, sull’incapacità, cioè, di rendersi conto che la povertà maggiore è la povertà di strumenti. Si tratta, allora, prima di acquisire la consapevolezza della situazione in cui si è, successivamente di ridurre la schiavitù rispetto a questo meccanismo e infine di procurarsi strumenti per emanciparsi e uscire da questa forma di disagio. Recuperare soggettività e capacità di analisi critica e autodeterminazione: questo è l’obiettivo.

L’errore più grosso nel lavoro nei quartieri di periferia e di forte disagio è quello di cercare di dare le cose che mancano. Invece, la cosa più importante è lavorare sui due aspetti, che sono poi all’origine delle mancanze strutturali e materiali: la deprivazione affettiva e la deprivazione culturale. Soprattutto la mancanza della parola. Questa comunità ha tentato di vivere questa esperienza: una volta che ci si rende conto di una situazione di disagio non si risponde in maniera immediata ma si lavora per cercare di ricreare coscienza, creare dignità, costruire insieme gli strumenti per cogliere il disagio, il proprio e quello degli altri, e poterlo poi superare. Scuola e affetto. Affetto in questo significato: da un lato, costruire comunità e relazioni affettive molto forti, dove una persona è riconosciuta come soggetto che conta, che vale, secondo le indicazioni di don Milani, e, dall’altra parte, impegnarsi a creare una coscienza critica. Con uno slogan potremmo dire: “ridare la parola”.

A tutt’oggi, dopo quindici anni, credo che questi continuino a essere due assi fondanti e fondamentali per cercare di superare certi meccanismi. Anche perché la storia ci sta insegnando che altri tipi di esperienza, di tentativi di lavoro sociale non sono riusciti ad arginare quella che io chiamo la “guerra tra poveri”, che si vede bene in ambienti come quello delle Piagge. Nel quartiere stanno restaurando le case e ciò ha provocato una diaspora da parte delle persone che vivevano qui da quindici anni, le quali però, messe in condizioni di scegliere se tornare o no, hanno preferito rimanere dove le hanno mandate piuttosto che tornare nelle case restaurate, perché si sono rese conto che avrebbero dovuto condividere il quartiere con un maggior numero di famiglie e persone straniere che verranno a viverci. Mal sopportavano il fatto di vedere, a detta loro, regredire il quartiere e ritornare in una situazione di disagio. Ciò la dice lunga su come lo stigma sociale che uno si porta dietro diventi poi elemento di esclusione degli altri.

Quali sono le attività della comunità?

Francesca Sarcoli – Il nostro lavoro sulla scuola è diversificato: dalla libera università alla formazione permanente, dai corsi di alfabetizzazione al doposcuola, alla scuola per adulti e per stranieri, ma anche interventi negli istituti scolastici. Da parte nostra non c’è mai stato il tentativo di disconoscere la scuola ufficiale, anzi, abbiamo tentato di collaborare il più possibile. Mai ci siamo messi in contrapposizione col sistema scolastico, il quale, soprattutto nel quartiere in cui viviamo, non riesce a intercettare per tempo le situazioni critiche, come ad esempio gli abbandoni scolastici, che sono abbastanza frequenti anche prima delle medie. Pochi ragazzi delle Piagge terminano le scuole superiori e pochissimi si iscrivono all’università.

Mi sembrano i temi della pedagogia della teologia della liberazione.

Alessandro Santoro – Il tentativo di rendere le persone protagoniste della propria educazione è un’idea e una pratica della pedagogia della liberazione. Credo che la teologia della liberazione nasca dalla pedagogia della liberazione e non il contrario, come viene detto spesso. Credo che Paulo Freire venga prima della teologia della liberazione. Il percorso spirituale e il percorso pedagogico, alla fine, si avvicinano. È per questo che l’esperienza di comunità, che comunque rivendica la sua laicità, ha al suo interno un profondo senso spirituale. La pedagogia, quando è pedagogia della liberazione, è spiritualità, cioè presuppone la capacità di creare una coscienza talmente critica e capace di dilatarsi e di creare ampi spazi che è quello che, mi verrebbe da dire, Dio sogna per l’umanità e che ha cercato di costruire con gli esseri umani nella sua relazione intima e profonda.

Nel momento in cui chi lavora con i ragazzi o con gli adulti, senza costringerli a forza dentro un’esperienza pedagogica ma di educazione nel senso di ex ducere, di prenderle per mano e di portarle fuori ,con un processo che chiamerei soprattutto maieutico, fa teologia, cioè fa quello che Dio sogna. Per questo è molto importante che chi fa questo lavoro coltivi anche la dimensione spirituale. La dimensione spirituale spesso è imprigionata dentro il meccanismo religioso, è stata carpita dal meccanismo istituzionale-religioso, perciò uno rischia di prenderne le distanze. Il tentativo è quello, invece, di fare in modo che questa possibile commistione possa essere un’esperienza vissuta all’interno dell’Europa cristiana – che è paradossalmente molto più difficile -. Non per rendere cristiani tutti ma perché tutti si possa lavorare insieme per il bene comune, che poi è il sogno comune. È il sogno che Dio ha. Io penso che non si possa fare pedagogia se non si ha il pensiero comune che ci sia un “oltre” a cui noi ci riferiamo, altrimenti si rischia di diventare maestri dell’altro in senso perverso, cioè di portare l’altro a se stessi, alla propria verità. E’ necessario riferirsi a un “oltre” che ti rende creatura, ti rende compagno ti rende orizzontale rispetto agli altri.

Quali altre attività svolge la comunità?


Tiziana Michelagnoli
– Le attività della comunità si articolano in tre cooperative. Il Pozzo, che è una cooperativa socio-educativa, si occupa dell’alfabetizzazione dei ragazzi stranieri all’interno delle scuole e di seguire inserimenti socioteraupetici di persone anche più grandi. Un’altra è il Cerro una cooperativa di lavoro, che si occupa di riciclaggio, giardinaggio e florovivaismo di cui fa parte anche un gruppo di persone che ha deciso di vivere nel Mugello facendo accoglienza e agricoltura naturale. Poi c’è EquAzione, la bottega delle economie solidali, dove però non ci lavora nessuno e va avanti con i volontari.

Un’altra nostra iniziativa è il microcredito. Il Fondo Etico e Sociale delle Piagge consente a persone che in banca non potrebbero neppure entrare di avere dei piccoli prestiti. Il Fondo è costituito da un gruppo di persone che mette a disposizione del denaro per questo tipo di prestito. Non regala denaro ma lo presta. C’è un tetto massimo di soldi da impiegare e da chiedere in prestito. L’obiettivo è che tante persone possano mettere anche poco, come una sorta di azionariato diffuso. Tutti possono incrementare questo fondo. Invece può chiedere solo chi fa parte del quartiere o chi intende avviare un’attività all’interno del quartiere, pur non abitandovi, o che ha una ricaduta sul quartiere. C’è un gruppo più ristretto di persone, una decina, che costituisce quella che noi chiamiamo “la commissione”. Sono loro che incontrano chi richiede un prestito, valuta la situazione, non sulla base di garanzie economiche ma di garanzie relazionali.

Tutto si basa su questo, è il rapporto relazionale che garantisce la restituzione del prestito. I prestiti però vengono decisi e ratificati dall’assemblea dei soci del fondo etico. Infine, un prestito viene accettato se ci sono una o due persone dell’assemblea che accettano di seguire la persona a cui viene dato. “Seguire” non significa fare il poliziotto ma capire se e quando ci sono dei momenti di difficoltà, allora si rivalutano le cose e si modificano le rate. Un’operazione che si basa fondamentalmente sulla relazione che si riesce ad instaurare ed è vincente perché tutti moralmente si sentono legati: chi segue e chi deve effettivamente restituire.

Di fronte all’evidente crisi delle forme tradizionali della politica come può, secondo voi, riconfigurarsi uno spazio pubblico estraneo e in conflitto con il potere?

Alessandro Santoro – Credo che sia necessario creare dei rapporti tra esperienze diverse ma che abbiano in comune quell’idea di “oltre” di cui si parlava. Ma vedo che ancor oggi è difficile riuscire a praticarlo perché penso che ognuno di noi sia figlio di un meccanismo di relazione con il bene comune che è filtrato ancora troppo dal meccanismo politico-partitico, basato sui rapporti di forza. Ciò rischia di far diventare realtà, anche belle e importanti, dei luoghi dove si replicano gli stessi meccanismi dominati dai rapporti di forza e di potere, che sono quelli che uccidono la possibilità di realizzare un’esperienza di rete. Però io credo che sia necessario e ci si debba impegnare tutti perché queste possibilità di relazione possano realizzarsi, cominciando, magari, dalle parole o dalle pratiche che ci stanno a cuore e che sono comuni.

“Fare rete” per me non vuol dire soltanto costruire delle azioni comuni, vuol dire costruire relazioni profonde, di sostegno e di appoggio reciproco, di affetto reciproco, e anche di mutuo aiuto. Ad esempio, inventare l’ambito dove questa comunità possa trovare i mezzi per distribuire, come vuol fare, i suoi libri senza passare dalla distribuzione ordinaria o senza passare da quel meccanismo perverso che è quello editoriale odierno. Abbiamo la necessità di trovare persone che sposino la causa insieme a me, mi aiutino in questo percorso. Invece, a volte, troviamo diffidenza, difficoltà, pressapochismo, disattenzione anche da quelle realtà che su queste cose dovrebbero essere le prime a sostenerci, magari comprando quei libri. Fare rete significa mettere in atto pratiche concrete che vadano in questa direzione, che offrano l’aiuto che mi dà la possibilità di continuare e di non perdere la fiducia e viceversa, aiutandoci reciprocamente.

Per un reale cambiamento è necessario che avvenga un processo di consapevolezza, che coinvolga prima di tutto chi abita in periferia, dal basso, e che si colleghi, pian piano, alle tante realtà e nodi locali diffuse in tanti territori. Ora più che mai sento l’esigenza e l’importanza di mettere a confronto queste realtà, di scambiare esperienze, di riconnettersi ed aiutarsi e sostenersi vicendevolmente. Solo e soltanto così i vari percorsi di autogestione sociale potranno sopravvivere e diventare patrimonio credibile per tutti quelli che vivono “in periferia”.

I vostri libri circolano con fatica anche nel circuito del commercio equo.

Alessandro Santoro
– I libri editi dalla comunità faticano a trovare spazi di vendita. Non nel circuito del commercio equo perché non sono testi specifici su quegli argomenti. A volte perché le appartenenze non sono proprio militanti, a volte anche perché non siamo capaci. Ora però c’è il nostro sito edizionipiagge.it. Abbiamo scelto di editare da soli e di distribuire da soli. L’ultimo testo racconta l’esperienza nonviolenta del digiuno a oltranza e a staffetta davanti a Palazzo Vecchio contro l’ordinanza “lavavetri”. Poi abbiamo pubblicato due interviste: una a me e una alla sorella di Paola Reggiani, uccisa a Roma. Ora stiamo lavorando sulla riedizione, aggiornata con delle pagine di scrittura collettiva su che cosa significa scuola per le Piagge, di Ridare la parola, un’esperienza fatta a Salamanca da padre José Luis Corzo Toral. Sono scritti collettivi di ragazzi che noi abbiamo tradotto e pubblicato qualche anno fa per le Edizioni della Battaglia. Dovrebbe uscire tra un po’ anche un libro di racconti su alcune storie di questo quartiere. Per ora ne sono usciti alcuni stralci sul nostro giornale e da quelli dovrebbe nascere il libro.

[Fonte www.ospiteingrato.org]

0 Comments

  1. giulia lucchesi

    Grazie ad un’amica che mi ha inviato il vostro indirizzo ho letto alcuni articoli del gironale che ho trovato molto interessanti. sono insegnante di sostegno alle medie e mi interesso di educazione alle emozioni nei ragazzi adolescenti (oltre che alla mia personale educazione…!). Mi trovo molto d’accordo anche con le riflessioni di don Santoro riguardo all’educazione, alla pedagogia,alla spiritualità. Mi sento di ringraziarvi perché ‘anche se ciò che facciamo è solo una goccia nell’oceano, senza quella goccia l’oceano sarebbe più piccolo’ (Madre Teresa).
    Buon percorso
    Giulia Lucchesi

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