Africa, dalle rimesse degli immigrati poco sviluppo. Ifad: puntare su microcredito e donne

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Quasi ogni famiglia africana ha un parente che vive e lavora all’estero, soprattutto in Europa, Stati Uniti e in zone “ricche” del continente, come il Sudafrica. Da questi quasi 30 milioni di immigrati arrivano ogni anno in Africa circa 40 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che in alcuni paesi arriva a costituire il 20 del Pil, surclassando di gran lunga gli aiuti allo sviluppo internazionale e persino gli investimenti esteri in forma diretta. Quella dei “soldi della diaspora” è una base solida di sopravvivenza e rilancio economico in molti paesi in via di sviluppo o in rapida crescita: secondo i dati della Banca mondiale, dal 2005 le rimesse totali sono arrivate a totalizzare 188 miliardi di dollari – in gran parte dirette a Cina, India e Messico – quasi il doppio dell’ammontare degli aiuti a questi paesi.

La crisi economica globale sta però mettendo a rischio il flusso delle rimesse. La Banca mondiale calcola una contrazione tra l’1 e il 6% per il 2009 rispetto al 2008. In termini pratici, per una famiglia africana, un parente che perde il posto di lavoro negli Stati Uniti significa l’interruzione improvvisa dell’unica fonte di sostentamento: non poter più mandare i figli a scuola, non poter pagare l’affitto, non poter pagare i debiti.

Tra tutte le zone del mondo che si reggono sulle rimesse estere, il caso africano è paradigmatico di una potenzialità sprecata. Lo mette in luce l’ultimo rapporto dell’Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (agenzia finanziaria delle Nazioni Unite), che da anni ha messo sotto la lente di ingrandimento il fenomeno delle rimesse per evidenziarne punti deboli e possibilità di sviluppo.

Chi consuma, chi reinveste. L’Ifad individua tre punti deboli nella trasmissione e nello sfruttamento delle rimesse: la mancanza di competitività nel settore della gestione dei flussi di denaro, l’arretratezza tecnologica, la mancanza di informazione sui prodotti finanziari collegati al godimento delle rimesse, ovvero risparmio e reinvestimento in business locali che a loro volta possono innescare un processo virtuoso di sviluppo soprattutto nelle comunità rurali più remote. Il problema di dove finiscono i soldi delle rimesse è infatti cruciale. Molti dei paesi africani ai primi posti nella quantità dei soldi ricevuti dagli emigranti risultano poi in fondo all’Indice di sviluppo delle Nazioni Unite: il flusso di denaro dall’estero viene infatti usato in beni di consumo e non reinvestito per promuovere la crescita economica delle comunità.

I costi delle rimesse. La ricerca Ifad, presentata oggi a Tunisi, ha analizzato la situazione di 50 paesi africani che coprono il 90% del totale delle rimesse verso il continente. Il 30-40% dei soldi degli immigrati viene spedito in zone rurali, ed è proprio qui – dimostra l’agenzia dell’Onu – che i costi connessi all’acquisizione del denaro aumentano a dismisura: la mancanza di una rete più efficiente e capillare di punti di trasferimento dei soldi costringe a viaggi onerosi e la gente deve rivolgersi a pochi punti autorizzati che impongo alte commesse. La mancanza di competitività tra gli agenti finanziari autorizzati a trasferire soldi dall’estero è – secondo l’Ifad – l’handicap più pesante. Due grandi compagnie finanziarie, Western Union e MoneyGram, controllano il 64% del totale del traffico delle rimesse – imponendo condizioni e costi che potrebbero essere abbattuti in un regime di concorrenza. L’80% dei Paesi africani limita con strette regolamentazioni il tipo di istituzioni finanziarie che possono offrire alle banche il servizio di trasferimento delle rimesse.

Microcredito e poste. Fra le possibili alternative, è ampiamente sottoutilizzata la rete del microfinanziamento e microcredito: piccole cooperative, Ong finanziarie, banche di risparmio dei villaggi. Il rapporto calcola che il 20% della popolazione che riceve rimesse dall’estero avrebbe a disposizione localmente questi istituti, ma solo il 3% può usufruirne. In parte per mancanza di informazione, in parte per limitazioni legislative e burocratiche. A restringere fortemente il campo degli agenti finanziari in Africa è stato anche il giro di vite sulla legislazione antiriciclaggio imposto dopo l’11 settembre 2001 con le inchieste sull’uso delle rimesse per il finanziamento del terrorismo islamico nel continente. In tutto sono autorizzati ad operare 72 organismi di microcredito in 17 paesi, concentrati soprattutti alle Comore, in Senegal e in Uganda.

Un’altra rete potenzialmente capillare ed economicamente conveniente sono gli uffici postali. L’unico paese africano che fa arrivare denaro dall’estero in modo massiccio (95% delle rimesse) per questa via è l’Algeria, grazie a un accordo con le Poste francesi. Per il resto dell’Africa, solo il 20% degli uffici postali funziona come punto di trasferimento del denaro.

Investire sulle donne. Se c’è una fascia della popolazione che può beneficiare al massimo dal potenziamento delle rimesse e soprattutto da un utilizzo razionale dei soldi, sono le donne. Il rapporto dell’Ifad mette in luce infatti che fra tutti i destinatari di denaro, sono le donne quelle che vedono crescere più significativamente il proprio reddito, quelle che risparmiano di più, e soprattutto quelle che dichiarano di essere più interessate a ottenere crediti (20% rispetto al 15% degli uomini) allo scopo di reinvestire i soldi in piccole imprese (32% rispetto al 24% degli uomini). Anche in questo caso, la connessione tra microcredito e gestione del “denaro della diaspora” risulta strategico: “L’Africa ha numero molto basso di punti di riscossione del denaro – conclude il rapporto dell’Ifad – Il Messico da solo offre lo stesso numero di uffici dell’intero continente africano, pur avendo un decimo della popolazione. Portare la rete del microfinanziamento sul mercato permetterebbe di raddoppiare queste opportunità”.

Raffaella Menichini

[Fonte: La Repubblica]

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