Afghanistan, così le forze USA finanziano talebani e ribelli

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Afghanistan, così le forze USA finanziano talebani e ribelli
di Marina Forti, da il Manifesto
Chi finanzia i taleban e altri ribelli afghani? Gli Stati uniti, anzi: il contribuente americano, risponde un rapporto diffuso ieri dal Congresso di Washington. Il rapporto, Warlord Inc, è il risultato di un’indagine parlamentare durata sei mesi, da cui risulta che la sicurezza dei convogli di rifornimenti per i militari Usa in Afghanistan è nelle mani di un piccolo gruppo di «signori della guerra», warlord.
L’indagine del Congresso è stata sollecitata da rivelazioni pubblicate dal settimanale The Nation nel novembre scorso (il manifesto l’ha ripubblicata il 27 novembre 2009), e di una prima indagine della New York University. Tutto poggia sul fatto che le forze Usa appaltano i trasporti logistici a otto ditte private (civili) accreditate dal Pentagono nell’ambito del programma chiamato «Host nation trucking» (trasporti nella nazione ospite), per cui spendono 2,1 miliardi di dollari. Queste devono trasferire i rifornimenti alle varie basi Usa nel paese, comprese le postazioni «avanzate». Da contratto sta a loro provvedere alla sicurezza del trasporto. E come «servizio di sicurezza» chi altri arruolare se non chi controlla la strada: cioè il warlord di turno.
Ne risulta un sistema che «alimenta la corruzione e rafforza i signori della guerra», e che «può essere una fonte significativa di fondi per gli insorti», dice il rapporto della Commissione parlamentare sulla sicurezza nazionale e gli affari esteri.
Il rapporto entra in dettaglio. Le strade, in Afghanistan, sono controllate da varie milizie – vecchia storia, ogni clan controlla il suo territorio, e nel vuoto di un governo centrale forte e autorevole fioriscono le milizie «free lance». Dunque una rete di centinaia di agenzie di sicurezza private dà lavoro a circa 70mila uomini armati. Le più importanti appartengono a (o si avvalgono di) warlord, comandanti e leader locali «che competono con il governo centrale afghano per potere e autorità», dice il rapporto.
Il rapporto ne cita alcune in particolare (comparivano già nell’inchiesta di The Nation). Come la «Watan Risk Management», controllata da Rashid e Rateb Popal, cugini del presidente Hamid Karzai (entrambi hanno vecchie condanne per questioni di eroina negli Usa). Watan Risk si avvale del servizio del Comandante Ruhullah e dei suoi 600 uomini armati (anzi: lui si definisce «il più grande fornitore di servizi di sicurezza per la rete di rifornimenti usa in Afghanistan»). Chiamato «il macellaio» dagli abitanti dei villaggi lungo la strada che controlla, Ruhullah protegge in media 3.500 camion al mese alla tariffa di 1.500 dollari per veicolo; nega di aver mai pagato i Taleban per comprare il passaggio dei convogli, ma ammette di pagare «governatori, capi di polizia e ufficiali dell’esercito» afghano. Altri warlord in questo giro d’affari sono tale Matiullah Khan, che ha una milizia di 2.000 uomini e copre la strada tra Kandahar e tirin Kot; e Abdul Razziq, comandante della polizia di Spin Boldak (è il posto di frontiera sulla strada tra Kandahar e Quetta, in Pakistan meridionale, dove passa tutto il traffico di rifornimenti che arrivano dal porto pakistano di Karachi).
Uno dei trasportatori in appalto ha anche spiegato in dettaglio quanto gli tocca pagare per garantire il passaggio dei camion: «il prezzo chiesto dai taleban è 500 dollari per un camion da kandahar a herat, 50 dollari da Kabul a Gazni». E però quando le ditte di trasporto hanno riferito ai comandi Usa in Afghanistan di questo vero e proprio taglieggiamento, e di come questi soldi vanno in buona parte nelle casse dei ribelli, «sono state accolte con indifferenza e inazione». Il rapporto è una nuova tegola sui comandi militari in Afghanistan, ma soprattutto dice come una rete di warlord ha un diretto interesse nello stato di conflitto nel paese.
A Kabul intanto il governo Karzai si affanna a mandare avanti il suo «piano di pace». Lunedì 14 persone sono state scarcerate: erano detenuti perché sospetti militanti taleban, e ora sono tra i primi la cui posizione viene riesaminata proprio nel quadro del progetto di amnistiare la «truppa» dei ribelli. A questa parte del piano collaborano le forze usa: di quelli scarcerati ieri 12 erano nel carcere americano di Bagram, 2 in quelli afghani. Da gennaio 114 detenuti sono usciti da Bagram dopo una revisione dei loro casi.
Più vago l’impegno assunto ieri a Kabul dai 15 rappresentanti diplomatici dei paesi del Consiglio di sicurezza del’Onu: su richiesta di Karzai hanno promesso di togliere «gradualmente» dalla lista nera i nomi di dirigenti Taleban «che rinunciano al legame con al Qaeda».

di Marina Forti, da il Manifesto

Chi finanzia i taleban e altri ribelli afghani? Gli Stati uniti, anzi: il contribuente americano, risponde un rapporto diffuso ieri dal Congresso di Washington. Il rapporto, Warlord Inc, è il risultato di un’indagine parlamentare durata sei mesi, da cui risulta che la sicurezza dei convogli di rifornimenti per i militari Usa in Afghanistan è nelle mani di un piccolo gruppo di «signori della guerra», warlord.

L’indagine del Congresso è stata sollecitata da rivelazioni pubblicate dal settimanale The Nation nel novembre scorso (il manifesto l’ha ripubblicata il 27 novembre 2009), e di una prima indagine della New York University. Tutto poggia sul fatto che le forze Usa appaltano i trasporti logistici a otto ditte private (civili) accreditate dal Pentagono nell’ambito del programma chiamato «Host nation trucking» (trasporti nella nazione ospite), per cui spendono 2,1 miliardi di dollari. Queste devono trasferire i rifornimenti alle varie basi Usa nel paese, comprese le postazioni «avanzate». Da contratto sta a loro provvedere alla sicurezza del trasporto. E come «servizio di sicurezza» chi altri arruolare se non chi controlla la strada: cioè il warlord di turno.

Ne risulta un sistema che «alimenta la corruzione e rafforza i signori della guerra», e che «può essere una fonte significativa di fondi per gli insorti», dice il rapporto della Commissione parlamentare sulla sicurezza nazionale e gli affari esteri.

Il rapporto entra in dettaglio. Le strade, in Afghanistan, sono controllate da varie milizie – vecchia storia, ogni clan controlla il suo territorio, e nel vuoto di un governo centrale forte e autorevole fioriscono le milizie «free lance». Dunque una rete di centinaia di agenzie di sicurezza private dà lavoro a circa 70mila uomini armati. Le più importanti appartengono a (o si avvalgono di) warlord, comandanti e leader locali «che competono con il governo centrale afghano per potere e autorità», dice il rapporto.

Il rapporto ne cita alcune in particolare (comparivano già nell’inchiesta di The Nation). Come la «Watan Risk Management», controllata da Rashid e Rateb Popal, cugini del presidente Hamid Karzai (entrambi hanno vecchie condanne per questioni di eroina negli Usa). Watan Risk si avvale del servizio del Comandante Ruhullah e dei suoi 600 uomini armati (anzi: lui si definisce «il più grande fornitore di servizi di sicurezza per la rete di rifornimenti usa in Afghanistan»). Chiamato «il macellaio» dagli abitanti dei villaggi lungo la strada che controlla, Ruhullah protegge in media 3.500 camion al mese alla tariffa di 1.500 dollari per veicolo; nega di aver mai pagato i Taleban per comprare il passaggio dei convogli, ma ammette di pagare «governatori, capi di polizia e ufficiali dell’esercito» afghano. Altri warlord in questo giro d’affari sono tale Matiullah Khan, che ha una milizia di 2.000 uomini e copre la strada tra Kandahar e tirin Kot; e Abdul Razziq, comandante della polizia di Spin Boldak (è il posto di frontiera sulla strada tra Kandahar e Quetta, in Pakistan meridionale, dove passa tutto il traffico di rifornimenti che arrivano dal porto pakistano di Karachi).

Uno dei trasportatori in appalto ha anche spiegato in dettaglio quanto gli tocca pagare per garantire il passaggio dei camion: «il prezzo chiesto dai taleban è 500 dollari per un camion da kandahar a herat, 50 dollari da Kabul a Gazni». E però quando le ditte di trasporto hanno riferito ai comandi Usa in Afghanistan di questo vero e proprio taglieggiamento, e di come questi soldi vanno in buona parte nelle casse dei ribelli, «sono state accolte con indifferenza e inazione». Il rapporto è una nuova tegola sui comandi militari in Afghanistan, ma soprattutto dice come una rete di warlord ha un diretto interesse nello stato di conflitto nel paese.

A Kabul intanto il governo Karzai si affanna a mandare avanti il suo «piano di pace». Lunedì 14 persone sono state scarcerate: erano detenuti perché sospetti militanti taleban, e ora sono tra i primi la cui posizione viene riesaminata proprio nel quadro del progetto di amnistiare la «truppa» dei ribelli. A questa parte del piano collaborano le forze usa: di quelli scarcerati ieri 12 erano nel carcere americano di Bagram, 2 in quelli afghani. Da gennaio 114 detenuti sono usciti da Bagram dopo una revisione dei loro casi.

Più vago l’impegno assunto ieri a Kabul dai 15 rappresentanti diplomatici dei paesi del Consiglio di sicurezza del’Onu: su richiesta di Karzai hanno promesso di togliere «gradualmente» dalla lista nera i nomi di dirigenti Taleban «che rinunciano al legame con al Qaeda».

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