25 settembre 2018

Acqua, gas, latte: la privatizzazione avanza

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La privatizzazione dei servizi pubblici: ecco il tema che più velocemente è rimbalzato dal ‘laboratorio politico’ del Social Forum Europeo alla vita amministrativa delle comunità locali. Si tratta indubbiamente di un nervo scoperto, una specie di cartina di tornasole che fa venire in luce le diverse impostazioni rispetto a nodi cruciali quali: il rapporto fra beni comuni e mercato, la compatibilità fra profitto e utilità sociale, la convivenza fra welfare e imprenditorialità. E’ proprio la complessità di questi temi che spesso introduce nel dibattito una componente di ideologizzazione che certo non serve a fare degli utili passi in avanti. Accade così che agli apologeti del ‘privato è bello’ si rischia di contrapporre una difesa strenua di uno status quo spesso indifendibile, anche perché neppure il ‘pubblico’ -almeno per come è stato praticato negli ultimi decenni nei vari ‘carrozzoni’ delle municipalizzate o nel parastato- può essere presentato di per sé come una garanzia di qualità e di efficacia dei servizi. Ce lo dice la nostra diretta esperienza di utenti e di cittadini.
Sarebbe utile in questo senso cominciare a delimitare con chiarezza quali sono i servizi che si ritiene debbano essere direttamente gestiti, o quantomeno controllati, dalla ‘mano pubblica’. E’ necessario che un Comune detenga la gestione di una società aeroportuale? Probabilmente no. Ma che dire allora dell’acqua? O del gas? O del latte? O degli appartamenti di edilizia pubblica? Qui veramente si imporrebbe una legislazione di orientamento ma si tratta di un pio desiderio perché il vento tira in tutt’altra direzione, verso la completa ‘esternalizzazione’ dei servizi. Tutte le normative quadro -dalle direttive comunitarie alle leggi finanziarie nazionali degli ultimi anni- contengono delle univoche indicazioni in questo senso e certo non vige su questo punto un contrasto lacerante fra centro-destra e centro-sinistra. A ingrossare i fautori di questo ‘pensiero unico’ non c’è solo l’ideologia neo-liberista ma, molto più concretamente, la spaventosa crisi delle finanze locali aggravata dalla scure della finanziaria 2003. Per molti comuni le privatizzazioni diventano il mezzo più rapido e sicuro per fare ‘cassa’ e poter così allestire dei bilanci di previsione che mantengano una minima decenza nella qualità delle prestazioni.
Emblematico in questo senso il caso Fiorentinagas. La vendita a Italgas, che già deteneva il 52% della società, del restante 48% del capitale azionario ha fruttato alle casse di Palazzo Vecchio 16 milioni di euro che risulteranno preziosi per far quadrare i conti del bilancio 2003. Da rilevare comunque che il Comune ha ceduto completamente la ‘gestione clienti’ ma mantiene il 48 % della ‘rete’ delle condotte di cui conta anzi di riacquistare il completo controllo, anche se non si capisce bene con quali risorse finanziarie potrebbe riprendersi il pacchetto di maggioranza (detenuto anche in questo caso da Italgas).
Ragioni di pronta cassa stanno dietro anche alla imminente cessione dell’80% della Centrale del Latte, un’azienda che, fra l’altro, vanta un considerevole utile. Anche in questo caso l’annuncio della privatizzazione ha scatenato una scia di polemiche e molta apprensione nelle realtà economiche e sociali più direttamente coinvolte. Dietro al marchio ‘Mukkilatte’ c’è infatti una consistente presenza di stalle valligiane e di montagna (83 nel solo Mugello); si tratta di strutture che hanno ricevuto forti incentivi alla produzione ‘biologica’ e che, grazie all’impronta pubblica dell’azienda, hanno potuto concentrarsi con tranquillità sulla qualità e sulla sicurezza alimentare del prodotto. Succederà lo stesso con la gestione privata, magari con il subentro di Parmalat, un gigante multinazionale che vanta interessi in tutto il mondo e che certo non ha a cuore più di tanto la sopravvivenza delle economie di ‘nicchia’ del Mugello o della Maremma? Se lo sono chiesto gli allevatori che hanno invaso Firenze con le loro mucche il 9 dicembre.
Veniamo a Publiacqua, che certo rappresenta, per la delicatezza e la centralità del settore, il cuore dell’intera vicenda ‘privatizzazioni’ nell’area fiorentina. Anche perché c’è tutta una nuova leva di amministratori locali, sensibili al messaggio di Porto Alegre e alla lotta per ‘un nuovo mondo possibile’, che ha messo in gioco su questo la propria credibilità. Penso ai sindaci del Mugello e del Valdarno che hanno preteso condizioni rigorose per la scelta del partner privato e che per questo hanno chiesto di sedere nel comitato di garanzia. Un primo segnale importante è già arrivato ed è giusto sottolinearlo: Publiacqua ha destinato 900 mila euro (un centesimo per ogni metro cubo del proprio fatturato) alla cooperazione decentrata per combattere la sete nel mondo, realizzando una delle richieste ‘etiche’ avanzate con maggior forza dal movimento anti-liberista. Sulla gara, tuttora aperta, per la cessione del 40% delle azioni incombe invece una spada di Damocle che rischia di vanificare gli equilibri faticosamente raggiunti in questi mesi. Nel corso del dibattito sulla finanziaria al Senato è stato infatti approvato un emendamento che rende obbligatorio entro tre anni l’affidamento del servizio tramite gara d’appalto. Questo significa, nel caso specifico di Firenze, che Publiacqua non sarà più la ‘naturale’ concessionaria ma dovrà contendere l’aggiudicazione della gestione alle multinazionali del settore che, stando così le cose, non saranno certo motivate a entrare adesso in azienda come soci di minoranza. Quindi la gara rischia di andare deserta, aprendo la strada ad un interregno di attesa dove vigerebbe la più totale confusione, visto che non si capisce a quale titolo Publiacqua dovrebbe effettuare investimenti in assenza di garanzie circa la futura concessione del servizio. Ma non è finita qui perché è sopraggiunto un ulteriore emendamento che -se approvato- avrebbe scombinato ancora di più le carte in tavola giacchè imponeva l’immediato passaggio alle gare d’appalto buttando per aria tutte le concessioni già assegnate. L’aspetto più clamoroso risiede però nella paternità dell’emendamento, visto che i suoi promotori erano gli onorevoli Amato, Bassanini e Morando, tre dei massimi dirigenti DS a livello nazionale. Inutile dire che l’iniziativa ha scatenato immediatamente la reazione del Comitato Italiano per un contratto mondiale sull’acqua, la sezione italiana dell’organismo internazionale nato per rivendicare all’intero pianeta l’accesso a questa preziosa materia prima. Emilio Molinari, rappresentante del Comitato, parla di “durissimo colpo, che stronca il dibattito e le iniziative in corso nelle realtà locali, comunali e regionali di tutto il paese”. “Con questo emendamento -prosegue Molinari- una parte della sinistra rende l’Italia primatista mondiale in privatizzazioni, battistrada in Europa, capofila nella svendita del patrimonio idrico alle multinazionali francesi e tedesche”.
Nelle convulse votazioni di fine anno per l’approvazione definitiva della legge finanziaria l’emendamento è stato cassato ma resta la gravità di questo episodio che conferma come la privatizzazione dei servizi pubblici rappresenti un business di prim’ordine e metta pertanto in moto degli appetiti economici formidabili, in grado di tagliare trasversalmente gli schieramenti politici. Resta da vedere se e come i comuni sapranno contenere questa pressione. La società civile toscana chiede alla Regione, ai sindaci e alle amministrazioni locali di non consentire la ‘deregulation’ e di far valere fino in fondo le loro prerogative istituzionali per un controllo pubblico di questo tumultuoso processo.

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