Acqua: diritto o merce? Il caso Publiacqua spa

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IL GATTO CHE NON CHIEDE DA BERE
Nessun essere umano può vivere senza acqua. Giusto. Se non che al Forum mondiale dell’Acqua tenutosi recentemente all’Aja 118 paesi, fra cui il nostro, hanno stabilito che il diritto all’acqua sia considerato semplicemente un bisogno vitale. Stiamo passando dalla cultura del “diritto” a quella del “bisogno”. Cosa significa? Mentre un diritto è imprescindibile, per soddisfare un bisogno posso e devo pagare qualche cosa. Questa tesi è abbondantemente sostenuta sia dalla Banca Mondiale che dal Fondo Monetario Internazionale, tant’è che la Banca svizzera Pitcet, che ha lanciato i primi fondi di investimento internazionali basati sui valori di 80 multinazionali dell’acqua, prevede un incremento degli utenti serviti dai privati dall’attuale 9% al 30% nel 2015. E chi non avrà i soldi per pagare questo servizio, cosa farà? Tutti noi quando torniamo a casa diamo da bere ai nostri animali, ai gatti, ai canarini, ai cani e anche alle piante. Eppure non lo chiedono, non hanno voce né soldi, e neppure un sindacato. Lo facciamo semplicemente perchè sappiamo bene che senz’acqua sia gli animali che le piante morirebbero. Un miliardo e mezzo di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile. Trentamila persone muoiono ogni giorno per malattie legate alla mancanza d’acqua potabile, 16.000 di queste sono bambini sotto i dodici anni.

LA SOLUZIONE PUBLIACQUA
Come potrà nel suo piccolo la comunità fiorentina, toscana, contrastare questa tendenza criminale? Cerchiamo di capire qual è la strada che gli amministratori locali hanno intrapreso affinché l’acqua non diventi una merce. La risposta sembra già definita con l’operazione Publiacqua s.p.a.. Publiacqua è la società per azioni che si occupa del ciclo delle acque all’interno dell’Ambito Territoriale Ottimale 3 (Medio Valdarno): 51 comuni delle province di Firenze, Prato, Pistoia, per una popolazione di circa 1.200.000 abitanti. L’azienda gestisce ad esempio l’acquedotto dell’Anconella e il depuratore di San Colombano. L’obiettivo strategico dichiarato è di dare vita ad un’industria toscana delle acque. Daniele Fortini, presidente di Publiservizi s.p.a., di cui Publiacqua costituisce un ramo di attività, commentando l’approvazione del bilancio d’esercizio 2001 dichiara che “la configurazione che Publiservizi si è data è la premessa per l’industrializzazione e liberalizzazione dei servizi su scala regionale. Per ciascun settore [anche per il settore acqua n.d.r.] è tracciato il percorso che consentirà di raggiungere questo obiettivo.” Liberalizzare dunque, e coloro che hanno seguito i lavori del World Social Forum di Porto Alegre nel gennaio scorso, fra cui molti sindaci toscani come ad esempio Moscardini di Lastra a Signa e Perini di Pontassieve, conoscono sicuramente il vero significato e le ricadute per la comunità di questo termine. Sempre dalla relazione di Fortini si evince che Publiacqua dovrà “procedere rapidamente ad espletare procedure di gara per l’ingresso nella compagine sociale di un partner privato.”

DOMANDE APERTE
Con questa premessa come sarà possibile evitare la mercificazione dell’acqua? Publiacqua è in grado di garantire che ciò non avvenga? Riuscirà a tenere sotto controllo la situazione? E che ricadute ci saranno per i cittadini toscani che utilizzano l’acqua pubblica per bere, lavarsi, pulire? E per tutto quel tessuto delle piccole e medie imprese che utilizzano l’acqua nei loro processi produttivi? E i lavoratori dell’industria dell’acqua? saranno licenziati?
LA STRATEGIA
DI CHI SI CREDE FURBO
Merita a questo punto citare il professor Riccardo Petrella, consigliere di Romano Prodi e presidente del Contratto Internazionale dell’Acqua, che si propone insieme a molte organizzazioni non governative e personalità care alla sinistra come Mario Soares e Danielle Mitterrand di sostenere una politica che veda l’acqua come bene comune dell’umanità.

Petrella fa un’analisi di tipo politico quando pone l’attenzione su dichiarazioni degli amministratori del tipo: “solo i privati ci assicurano le risorse finanziarie per far fronte a tutti gli investimenti necessari per garantire l’acqua.” Infatti al crescere degli investimenti necessari ad una corretta gestione del processo delle acque non corrisponde una disponibilità sufficiente nelle casse pubbliche. Negli ultimi 15 anni in Europa va al governo chi promette la diminuzione delle tasse. Le finanze pubbliche dunque saranno sempre più povere mentre il futuro di quelle private (e poi vedremo perché) sarà molto buono. Chi è che avrà i soldi per rinnovare le infrastrutture? I comuni sono in deficit, le regioni hanno pochi soldi, i cittadini non vogliono pagare ulteriori tasse, che fare? Se si vuol governare ancora si chiede aiuto ai privati.

Se questo è il prologo, e per un politico è legittimo perseguire il consenso dell’elettorato, stupisce la seconda affermazione che in genere i politici forniscono agli oppositori delle privatizzazioni ovvero che se “anche se i privati acquistassero il 49% della società noi enti locali ci garantiremmo il potere con il rimanente 51%.” Secondo Petrella questa è una convinzione ingenua. Le esperienze di privatizzazione già consolidate in Europa e nel Sud del mondo testimoniano che una volta chiesto l’aiuto dei privati ci si accorge che le multinazionali (in genere le uniche società ad avere la possibilità economica di intervenire nel settore) in cambio della liquidità apportata chiedono di solito tre cose: una ventina di anni per consolidare l’investimento; l’esclusività del monopolio locale; ritorni sugli investimenti dell’ordine del 15-20%. Soffermiamoci su quest’ultimo aspetto facendo un esempio. Un privato interviene in un azienda pubblica portando liquidità per 100 milioni di euro in cambio di un misero 20% del capitale azionario. Vuole però che a questo investimento (di tale si tratta per un privato, non certo di un servizio pubblico essenziale), corrisponda annualmente il 16-18% di interesse, altrimenti l’investimento sarà trasferito da qualche altra parte. E’ così che funziona in tutto il mondo, ci sono ricerche e studi che lo confermano come un trend ormai consolidato. Sotto questa pressione il consiglio di amministrazione della società pubblica ha davanti a sé due possibilità. Nella prima, accetta la proposta e i 100 milioni di euro, godendo di riflesso sul rimanente 80% in suo possesso di un ottimo 16-18% di interesse. Naturalmente per avere un così alto tasso di interesse sul capitale dovrà ristrutturare l’azienda, ovvero licenziare e tagliare le attività meno produttive – che comunque rappresentavano un servizio per la comunità – mentre aumenteranno le tariffe dei servizi offerti. Nella seconda, rinuncia, privando l’azienda pubblica di 100 milioni di euro e lasciandola con un pugno di mosche in mano. Se vale la metafora che dice che una mela marcia fa marcire cento mele buone ma non è vero il contrario, pensare di mantenere il controllo politico con il 51%, l’80% o quello che è, assicurando un atteggiamento da azienda pubblica fuori dalle logiche del mercato, è del tutto assurdo, anche per la stessa Publiacqua.

UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA
Petrella nei suoi studi analizza anche la valenza politico/democratica delle esperienze di privatizzazione. L’esempio citato non significa semplicemente che la gestione di un servizio è data dai soggetti privati, significa più che altro che il potere politico viene trasferito dai soggetti pubblici ai soggetti privati. Significa “passare di mano” il potere di decidere come distribuire le risorse disponibili in un paese, in un dato territorio. Il problema vero è che il trasferimento delle decisioni politiche passa dal soggetto pubblico al soggetto privato che potrà fissare i prezzi, le priorità d’investimento, i criteri di redistribuzione della ricchezza prodotta: in altre parole sarà il detentore del vero “potere politico”. E’ per questo che privatizzando un diritto come quello dell’acqua si svuota la democrazia rappresentativa. Una s.p.a., seppur a capitale pubblico, non ha necessariamente bisogno di avere un meccanismo di redistribuzione di ricchezza in base a funzioni di interesse generale. L’interesse della s.p.a., per definizione e per ragione sociale, è la remunerazione del suo capitale sociale d’impresa. Quindi il prezzo dei beni e dei servizi viene fissato in funzione di questo e delle logiche del mercato. Semplicemente, e anche l’acqua diventa una merce.

LE RICADUTE SUL NOSTRO TERRITORIO
La gestione dell’acqua è dunque una questione di democrazia, non è un mero problema idraulico o manageriale. E qui il problema diventa di difficile soluzione. Pensando a Johannesburg come amministrare l’acqua senza disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo? Ma pensando all’economia delle famiglie toscane, come evitare quelle sicure ristrutturazioni industriali che in tempi brevi si tradurranno in aumenti tariffari, tendenza per altro già in atto? Una risposta sul metodo ce la indicano gli stessi sindaci Perini e Moscardini in un loro articolo apparso sulla stampa locale. Serve, considerando che “i tempi per agire sono sempre più ristretti”, “una revisione profonda delle nostre certezze”. Anche nel caso di Publiacqua, società per azioni pubblica, piccola, locale, gestita da persone conosciute da anni nel panorama politico toscano.

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