Acqua toscana. Il neoliberismo che piace a sinistra: il caso "cubano" di Publiacqua

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Sul manifesto di domenica (vedi articolo al termine di questo, ndr) il presidente di Publiacqua spa Erasmo D’Angelis tesse le lodi del modello toscano di gestione dell’oro blu. Assumiamo pure che la Toscana (o Cuba) siano, per ragioni di cultura politica generale, modelli «virtuosi» di misto.

Questo fatto, proprio come l’argomento per cui in certe realtà italiane a gestione pubblica le cose vanno malissimo, nulla apporta contro la necessità e la superiorità teorica del modello di gestione democratica ed ecologica dell’acqua che si ritiene di poter raggiungere tramite il referendum. Innanzitutto, la presenza di un pubblico disastroso non sta a significare che il suo “commissariamento” da parte del privato sia la soluzione migliore. A parte il fatto che esistono anche esperienze interamente pubbliche estremamente virtuose (mi piace ricordare qui quella di Cuneo), dobbiamo aver ben chiaro che il modello misto pubblico-privato declinato in funzione del profitto, garantito dalla legge Galli e poi da quella Ronchi, costituisce il miglior brodo di coltura dell’affarismo partitocratico ed autoritario.

Esso pone le premesse istituzionali per la divisione leonina di costi e benefici (costi pubblici, benefici privati) laddove i secondi non sono solo benefici economici tout court per gli investitori privati (Acea, ecc) ma anche benefici per il personale politico o parapolitico coinvolto nella gestione mista. Si tratta di vantaggi altrettanto privati anche se meno visibili, che si concretizzano in termini di favori privati all’elite politica, se non direttamente in quattrini per le campagne elettorali. Non mi stupisce affatto che questo modello di gestione del “pubblico interesse”, tipico di gran parte del terzo mondo, possa purtroppo aver coinvolto anche l’acqua cubana. Il problema è la confusione fra l’interesse pubblico e quello delle élites politiche.

Ciò naturalmente vale anche per altre questioni, come per esempio la gestione dei rifiuti, e ancor più vistosamente le grandi opere pubbliche come la Tav o il Ponte sullo Stretto. Questo mi pare spieghi sia alcune delle posizioni del Pd, che continua a difendere il misto “for profit garantito” utilizzando la più screditata delle idee, quella per cui i soldi per gli investimenti li metterà il privato, sia la posizione che sta emergendo nell’Idv.

Premesso che nel Pd esistono posizioni apertamente referendarie quali quella di Roberto Placido, premiato con oltre 11.000 preferenze nel disastro del centrosinistra piemontese, mi pare chiaro che la posizione dei cosiddetti ecodem può soltanto considerarsi ipocrita. Ma come si fa a pensare che nel Parlamento più impotente della nostra storia repubblicana, dove una maggioranza trasversale larga come poche altre difende per le ragioni suddette il “misto for profit garantito” (dall’acqua all’ energia, alle grandi opere) possa avere qualsiasi speranza di passare una riforma che non garantisca al 100% i saccheggiatori del bene comune? Proprio questa osservazione ha convinto l’ intero arco di forze del “Forum Acqua Pubblica” ed il “Comitato Rodotà sì acqua pubblica” a convergere convintamente sulla soluzione referendaria. Realisticamente, infatti, tanto la legge di iniziativa popolare sull’acqua voluta dal Forum, quanto il progetto di legge delega sui beni pubblici della Commissione Rodotà non avrebbero forza politica sufficiente in questo Parlamento se non sostenuti da un imponente movimento di massa quale quello che potrebbe essere innescato dal referendum.

A maggior ragione il referendum convince tutti quanti hanno a cuore il vero interesse pubblico (non quello delle élites di partito), per il fatto che i tre quesiti che abbiamo elaborato, attaccando direttamente il modello di gestione mista “for profit garantito”, pongono serie premesse teoriche per un nuovissimo modello di governo ecologico e democratico dei beni comuni, ispirato all’art. 43 della Costituzione, che finalmente inverta la rotta neoliberista.

E veniamo a Di Pietro. Ero presente con i compagni del Forum all’incontro con l’Idv (Di Pietro, De Magistris, Brutti) del 12 marzo scorso e. pur nello sconforto generale per un clima davvero povero dal punto di vista democratico, ero rimasto favorevolmente colpito per il fatto che Di Pietro avesse detto espressamente di voler far propri i nostri tre referendum. Su premesse comuni culturalmente e politicamente così nette e avanzate, avevo ragionato, si troverà certamente un’intesa di metodo. Mi ero sbagliato. Credo ora semplicemente che Di Pietro, fatti due conti, si sia reso conto di essere ormai parte di quell’élite politica il cui interesse privato, come quello di tutto il fronte partitocratico antireferendario, è ben servito dal “misto for profit garantito”. Come dicono i resistenti della Val Susa: sarà dura!
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DIVERSO PARERE
Il modello toscano tra pubblico e privato
di Erasmo D’Angelis, Presidente di Publiacqua Spa

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Erasmo D'Angelis

Mettiamola così: in qualità di neo Presidente di Publiacqua Spa, la più grande azienda pubblica della Toscana, già bollato da qualche inesperto supporter del fronte referendario per la ripubblicizzazione come uno dei “padroni” dell’acqua (cosa mi tocca sentire!), avrei un titolo per proporre alcune riflessioni.

Lascio da parte il frettoloso decreto Ronchi-Fitto, impugnato davanti alla Corte Costituzionale da alcune Regioni, la cancellazione delle autorità pubbliche di controllo e regolazione del servizio idrico (Ato), l’assenza di una Autorità pubblica nazionale dell’acqua, risorsa naturale ben diversa dal gas, dall’elettricità o dalle telecomunicazioni. Parto dall’esperienza toscana, la prima Regione ad aver applicato la legge Galli e dunque osservatorio privilegiato sia per gli effetti della riforma che per l’adozione del modello di partenariato tra pubblico e privato, con società a maggioranza pubblica con soci di minoranza al 40%, il più importante dei quali è Acea. Un cantiere estremamente interessante e originale.

In un recentissimo sondaggio, alla domanda: qual è il bene pubblico più prezioso?, la risposta è stata: l’acqua. Agli stessi intervistati è stato chiesto se si spende qualcosa per farla arrivare al rubinetto ma qui le idee sono risultate confuse e le cifre sparate a caso. Ecco il problema dei problemi. Se il buon dio ci ha donato questa preziosa risorsa, per farla arrivare nelle nostre case, deve essere prelevata, analizzata e opportunamente trattata, trasportata per chilometri con acquedotti, sistemi di pompaggio e distribuzione, e una volta usata va recuperata e di nuovo trattata e depurata e redistribuita ai sistemi industriali o ai fiumi e al mare. E’ una impresa industriale con costi energetici, di personale e di manutenzioni pazzeschi. E’ solo la tariffa, o meglio la bolletta, che per legge nazionale deve coprire tutti gli investimenti, ma per riuscirci i sindaci dovrebbero aumentarla di 4 o 5 volte.

Sfido chiunque a sostenere che il nostro sistema di produzione e distribuzione dell’acqua sia stato in passato, quando a gestirlo erano migliaia di municipalizzate, più efficiente e meno costoso. Quella che anche Publiacqua ha ereditato (e molto migliorato) era una rete drammaticamente vecchia, piena di falle, in alcune aree persino inesistente. Vi sono poi ancora oggi Regioni italiane perennemente in emergenza idrica e sotto infrazione europea. Ricordo che, da cronista del manifesto, in una estate torrida degli anni Novanta, arrivai ad Agrigento e scoprii che l’acqua era attesa come un miracolo ogni 18 giorni e quando arrivava era pure inquinata. Tre settimane fa, le telecamere di Presa diretta ci hanno mostrato platealmente che la vergogna continua con una sorpresa: quegli utenti pagano la tariffa più alta d’Italia, oltre il doppio di quella di Publiacqua. La gestione è passata da esclusivamente pubblica a maggioranza pubblica.

Sapendo che la nostra rete idrica è e resterà – nonostante tutti gli sforzi del governo Berlusconi – un monopolio naturale; e che fonti, sorgenti, impianti e condutture sono e resteranno proprietà demaniali, credo sia molto più rivoluzionario provare a capire dove troveremo i 50 miliardi di investimenti che occorrono in Italia per evitare il degrado ulteriore della risorsa, ridurre perdite che sfiorano o superano il 40% e l’inquinamento progressivo delle falde, costruire invasi, depuratori, potabilizzatori, raggiungere l’obiettivo della depurazione. Appena nominato presidente di Publiacqua, il primo problema è stato l’accesso al credito per garantire investimenti (450 milioni entro il 2015) in opere non rinviabili. In Italia non esiste alcuna possibilità di accedere a finanziamenti statali nel settore idrico. Il mercato finanziario risponde solo nel momento in cui trova imprese efficienti e sane in grado di garantire la restituzione di centinaia di milioni di euro.

Ecco perché, oltre le curve sud e nord della ripubblicizzazione e della privatizzazione, c’è bisogno di sciogliere i nodi prioritari della regolazione, del controllo e dei finanziamenti pubblici per la tutela del bene pubblico. Vale anche la pena ricordare che la tariffa viene decisa dalle assemblee dei Sindaci, non in casa dei privati, sulla base del “Metodo Normalizzato” definito dalla legge nazionale. Così avviene anche per le scelte degli investimenti. Aumenta se aumentano gli investimenti. La “remunerazione del capitale investito” è presente in tutte le tariffe di servizi pubblici e copre sia il pagamento degli oneri finanziari sia la remunerazione del capitale che i soci della società hanno versato. Si può discutere all’infinito sul valore del 7% di remunerazione del capitale, ma questo è definito da una legge dello stato (DM 1/8/1996) e vale per tutti i gestori e genera spesso utili nelle imprese remunerando innanzitutto i soci di maggioranza (i comuni). E’ un valore di redditività che rende bancabili i piani di investimento e tutela il valore delle risorse versate dai Comuni.

Ma il vero scoop che vi offro arriva da Cuba che ha adottato il sistema misto toscano: il 60% dell’acqua dell’isola è di Fidel, ma il 40% è stata ceduta ai soci privati (banche e finanza) dell’Aguas de Barcelona. Insomma, il modello toscano è diventato anche cubano.

Fonte Il Manifesto

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